lunedì 18 luglio 2011

BRASILE - INDIETRO, NEL TEMPO


Caraíva, nel Sud della Bahia, Brasile. 
Un modo di vivere e una spiaggia in cui è facile perdersi

Ho visto il tramonto, a Caraíva. Non solo quello classico, tra il giallo e il rosso, sulle calme acque del fiume omonimo, come tutti fanno verso l’ora del pôr do sol, magari di fronte a un bicchiere di birra e a un piatto di pesce. Il mio personalissimo tramonto, triste, simbolico dell’incedere del tempo, è stato quello di osservare, la mattina che lasciavo il posto, gli operai che scavavano tra le due sponde del fiume per infilare sottoterra un lungo tubo nero. Il mostro, il grande verme, avrebbe portato la luce a Caraíva.
Fine di un’epoca.


Consapevole del mio intellettualismo da turista, mi rendo perfettamente conto di come la luce delle candele possa risultare romantica solo a chi è in vacanza, a chi visita un luogo sperduto per pochi giorni e poi torna a sudare sul computer, tra un’apertura di sportello dell’amato frigo e uno zapping selvaggio in tv. Se sei nato in un villaggio di pescatori tutto sabbia e onde, invece, hai il sacrosanto diritto, un giorno, di vedere apparire La Luce. Basta sbattere fronti o ginocchia o alluci contro i mobili a mezzanotte per un’incursione in bagno. Basta cibi che vanno a male troppo in fretta. E basta pure quel generatore puzzoso e deflagrante che, ogni notte, rimbomba per qualche ora, coprendo l’orgiastico gracidare di un milione di rospi presso il laghetto che fa ombelico a Caraíva. Se ho avuto tutto ciò per molti, troppi anni, oggi, forse, sarò felice di spingere un indice sull’interruttore e assistere al miracolo.
Ma io, lasciatemi il ruolo che mi compete, non sono un pescatore. Sono, mio malgrado, un turista intellettualizzato (gran brutta razza; forse era meglio nascere solo turisti e basta). Per cui, di fronte alla visione del verme nero, il doloroso dejà vu mi è arrivato perfido e fulmineo sul collo, all’altezza del cervelletto. Canoa Quebrada, Jericoacoara. Altri due luoghi incantevoli-che-furono. Più a nord, nel Ceará. Privi di energia elettrica fino agli anni Novanta. Allora le mogli dei pescatori si spaccavano schiene e polpacci per andare a riempire vecchie latte di kerosene con il fabbisogno quotidiano d’acqua alla fonte del villaggio. Il bicho do pé, antipatico vermetto che ti si infilava sotto la pelle dei piedi, lasciato in omaggio dai maiali e dai cani randagi, era il souvenir più caratteristico che ti riportavi a casa da quei luoghi. La luce delle candele illuminava le mie avide letture notturne dell’opera omnia di Jorge Amado.
Poi le giuste richieste dei nativi, unite a qualche promessa elettorale stranamente mantenuta dai sindaci di turno, hanno portato la luce. E, con sé, molto, troppo altro.


A Caraíva, dunque, il primo passo è stato fatto. La conformazione geografica del luogo, la tutela ambientale di cui - almeno sulla carta - gode ufficialmente e, non ultima, la resistenza ecosensibile di molti abitanti e proprietari di pousadas, dovrebbero, però, speriamo ancora per un buon numero di anni, proteggerci tutti, caraivános o no, dal vendere l’anima a Satana.
Chiariamo subito una cosa. La prossima volta che tornerò a Caraíva sarò senz’altro felice di non dover pestare una cacca di mulo (il taxi del posto), nottetempo, mentre mi trascino al buio verso il mio ristorante preferito. La luce elettrica mi porterà consiglio e lascerà immacolate le mie Havaianas infradito. Però permettetemi, anche in tale circostanza, il vezzo di ricordare con nostalgia e sospiri e singhiozzi l’atmosfera del lume di candela che fu. Le atmosfere, si sa, oggigiorno non hanno prezzo. In giro c’è chi paga, per averle.


Lingua di terra incuneata tra fiume e mare, una specie di benedizione divina, o quantomeno di Sora Natura, Caraíva, se non esistesse, andrebbe inventata. Quattro viuzze in croce, tutte di sabbia. Gente simpatica e ospitale, genuinamente interessata a sapere chi sei, da dove e perché. “Sei giapponese?”, mi ha domandato la commessa di un piccolo negozio di souvenir, vedendomi entrare con fidanza coreana appresso. A me, che più bolognese non si può.
I taxi sono i ciuchi, con carretto a traino. Ciuchi temperati da una temperatura media di 28°C e da un su-e-giù lungo le stradine di sabbia per tutta la vita. Sabbia rovente quando il sole batte forte, almeno nella parte centrale dell’abitato. Qui svetta O Carrefour, “Il” re dei supermercati, a imitazione sfacciata dell’omonima catena presente in tutto il Brasile. La filiale taroccata caraivana, in realtà, è una bottega con assi di legno, pancetta tutta grasso e prezzi doppi di quelli applicati sul ‘continente’, ma ciò che conta è l’animo commerciale. E poi, il cartello fatto a mano all’entrata da solo vale una spesa in questo rifugio per cacciatori di bottiglie d’acqua minerale e di ananas dolci-che-più-dolci-non-si-può.


Arrivare a Caraíva di notte, pressoché al buio, privi di prenotazioni in alta stagione, può essere un’avventura memorabile. Il barcaiolo che ti (mi) scarica all’approdo, me e i miei settecento bagagli, saluta gentilmente e non si aspetta mance. Un nugolo di ragazzini corre a proporti pousadas a prezzi improbabili, troppo bassi. Quasi sicuramente, una volta raggiunte, le suddette pousadas saranno stracolme e/o i prezzi triplicati (“Il bambino si è sbagliato, quelli sono prezzi da bassa stagione”). Trovata una tana qualsiasi, con vicini festaioli e buchi alla zanzariera, il mattino seguente, a sole ben funzionante, andrai a caccia di qualcosa più silenzioso/confortevole/costoso. Le pousadas decisamente belle non mancano, ma in alta stagione sono tutte strapiene, per cui a stento trovi una camera. Chiami il taxi (a voce, niet telefoni), il mulo scarica te e i tuoi bagagli di fronte alla pousada quotata in borsa, la vita rinasce. Bungalow con vista sull’oceano, venticello che pulisce i neuroni, amaca per raggiungere l’illuminazione, spiaggia a tre metri, un geco in camera che fa piazza pulita degli intrusi alati e zero buchi alla zanzariera. Nessun vicino reduce da orge drogherecce. Tutto, ora, quadra.


A Caraíva è facile perdersi. Non per la topografia del luogo, non siamo a New York, ma perché il tempo, di colpo, rallenta. Il nostro motore diminuisce bruscamente i giri. E, anche se accompagnati, ci ritroviamo soli, in senso positivo: a ragionare con noi stessi, su noi stessi. Zero stress o baruffe nell’aria, niente auto o rumori inquinanti. Poca gente inquinante. Perlopiù gente che, in una comune scelta di associazione per delinquere, ha deciso di staccare con il mondo di-là-fuori. Le giornate sono passate a venerare cose semplici, come la spiaggia, il sole, qualche prelibatezza culinaria e una vita notturna di poche pretese. Chi sogna cose frenetiche, soprattutto i nativi stanchi della monotonia o qualche turista che in vacanza deve assolutamente fare, al più punta la sveglia verso le 11, a mezzanotte raggiunge uno dei due saloni del forró, e alle 2 del mattino sgambetta e ancheggia più veloce che può, totalmente assorbito da questo ballo sensuale e matto. Roba per brasiliani, siamo d’accordo, noi bianchetti di solito siamo paralizzati all’altezza delle anche, ma ciò che importa è partecipare.
Io, per la cronaca, ogni notte ho partecipato solo con il pensiero. Il mio cuore mi voleva nel salone del forró, ma il mio corpo, cotto dal sole e a quell’ora insensibile alle istanze del sentimento, non ne voleva assolutamente sapere di lasciare il letto.


Le sere di Caraíva, per gli animi semplici come il mio, possono essere… semplici. Pappa, innanzitutto. Le possibilità sono svariate, a seconda del potere d’acquisto dei nostri portafogli. Se in tasca abbiamo poco più di ragnatele ci sono diversi ristorantini di nativi che offrono ottima comida caseira, i piatti della mamma/nonna per intenderci, a 5-6 dollari. Riso, fagioli, farofa (farina di manioca temperata), insalitina e carne/pesce. Tutto genuino, buono e nutriente. Oppure, se abbiamo il palato viziato e la nostra cassaforte ce lo permette, ci possiamo dedicare ad altro. Pesci fritti e frutti di mare a go-go qua e là, c’è l’imbarazzo della scelta. Anche ascoltando musica dal vivo sul lungofiume. Le pizze brasiliote pure abbondano sulle tavole di Caraíva, ma gli intenditori fiuteranno roba verace solo da Tatuaçú, un vero ristorante italiano popolato da italiani veri e da pizze vere. Forno a legna verissimo.
“Che fai, vai a Caraíva per mangiare la pizza?”, vi sento gridare. No, signori, la sfumatura è che vado a Caraíva perché mi va, e il mio stomaco rabdomante mi trascina, calamitato e possesso, verso gli aromi/sapori che, dopo una vita passata a mangiare porcate nei quattro angoli del globo, ha eletto come Cibo per gli Déi. Il meglio del Brasile, il meglio di casa mia, concentrato in un lembo di terra grande come il parcheggio di un ipermercato. Se si può, perché no?


A pappa fatta, sono d’obbligo due passi (ho detto due, non tre). Il lungofiume è tappezzato di ristoranti e localini e barettini tutti ini (le dimensioni del luogo non permettono saloni per ricevimenti), carini e leccatini. Buon gusto a volonté, solitamente importato dai sulistas, gente con solida cultura del ‘tempo libero’ scappata da São Paulo o Brasília e finita a Caraíva per godere della famosa ‘dimensione (più) umana’. Il mio snobismo antisnob, però, coltivato dalle troppe Porto Cervo del mondo, e da sempre nemico dei conti ingiustificatamente salati, mi trascina nella parte ‘alta’ dell’abitato, dove vivono i nativi. Basta seguire la stradina principale del lungofiume, a destra dell’imbarcadero. Imboccando la dolce salita che porta all’unica chiesetta del luogo, si piomba in un altro mondo. Più autentico e, a me, simpatico. La gente si assiepa all’ingresso di una merceria che ogni notte mette in strada un televisore ‘pubblico’. La sera che la santa Seleção, sempre sia lodata, gioca contro il Cile la merceria sembra il Maracanã. A tre metri un pastore evangelico intrattiene quattro beghine e due bambini sugli orrori di Satana, sbraitando in un microfono dal volume distorto e ingabbiato in una giacca troppo inamidata. Un cane ronfa all’ingresso del tempio evangelico, avvolto in una coperta di sabbia.


La spiaggia, dicevo. Frescobol (tennis senza rete, pallina a velocità supersonica), sole, tuffi tra i cavalloni, birra/acqua di cocco, pesce fritto con farofa, sole, sole, sole. Questa, per me, è la spiaggia. Brasiliana, ovvio (gli altri Paesi, per me, non hanno spiagge). A Caraíva tutto ciò è subito fuori la mia pousada, dunque mi posso considerare arrivato in paradiso. Altri, più meditativi, si annodano in posizioni di yoga, o leggono un libro. Altri, più frenetici, giocano a pallavolo, fanno mille escursioni possibili o comprano collanine dai bambini pataxó, gli indios che popolano questa zona della Bahia e un po’ tutto il territorio del Parco Nazionale di Monte Pascoal, dove oltre 500 anni fa Cabral “scoprì” il Brasile. Porto Seguro e la sua lambada-che-fu, Trancoso e le sue droghe, l’Arraial d’Ajuda e i suoi tardo/neo hippy sono tutti a breve, ma adeguata, distanza. Cabral arrivò da queste parti, piantò un po’ di croci, diede un po’ di collanine agli indios (le stesse che, oggi, i pataxó ci restituiscono al mittente) e, mai proprio mai, si deve essere immaginato che da lì a mezzo millennio i rave, i dune buggy e la pizza frango e catupiry (pollo sfilacciato e formaggio molle) avrebbero imperversato in quelle lande desolate.


Il bello di Caraíva, però, è proprio che, nonostante l’imbastardimento dei tempi, per qualche anno ancora, verme nero o meno, la natura umana è e rimarrà genuina. L’aldeia, il villaggio dei pataxó che ogni giorno vengono a spacciare collanine spettacolari ai turisti, è ad appena 6 km di cammino lungo la spiaggia. Cinque sulla sabbia deserta (a destra, guardando l’orizzonte), più uno nell’entroterra, una volta giunti a una casetta dipinta di verde pisello, una specie di faro lisergico in mezzo al nulla.
Nell’aldeia nessuno vi assale con la spuma alla gola per vendervi collanine o quant’altro. La gente, circa 6000 abitanti, si fa gli affari propri, al massimo incuriosita dai turisti più ‘strani’ (“Di che aldeia è la tua fidanza?”, mi chiede una dodicenne pataxó che ci accompagna lungo il cammino; i coreani non devono abbondare da queste parti). Le collanine, qualche carriola piena, sono in bella esposizione nel mercatino della piazza principale, e i relativi venditori ti comunicano il prezzo se proprio vuoi quella collana lì e se proprio hai deciso di seccarli con le tue smanie spenderecce.
Puoi girovagare nel villaggio indisturbato, fare foto, curiosare. Se hai voglia di giocare all’indio, ti puoi fare dipingere addosso i tatuaggi temporanei pataxó. I turisti di São Paulo, la Milano del Brasile, ne vanno matti. E se un solo bagno di inchiostro pataxó non ti basta e sei felicemente accompagnato, ti puoi sempre sposare con il rito pataxó. Per farlo occorrono 2-3 giorni di preavviso al capo del villaggio e 500 reais, circa 250$. Sarà un’esperienza unica e, male che vada, sarà un matrimonio ufficiale quanto uno celebrato in una notte alcolica a Las Vegas. Nulla di certificato su documenti riconosciuti dallo Stato, niente parcelle per pagare gli aperitivi degli avvocati.



Nel villaggio pataxó, se sei fortunato, puoi incappare nello spasso della giornata: il tiro alla fune, rigorosamente uomini (ragazzi e bambini) contro donne (ragazze e bambine). Vera parità dei diritti, anche perché spesso sono le donne a vincere. Turisti, ognuno dalla relativa parte della barricata, bem vindos. Altroché Playstation, i pataxó sanno ancora godere di un sorriso genuino, senza troppe tecnologie in salotto, anche se indossano magliette o occhiali da sole che puzzano di città. Il rito può avvenire verso l’ora del tè, quando il sole non scotta più. Nel caso: osservare, se possibile partecipare, quindi ritornare filati verso Caraíva: cinque chilometri di sabbia al buio non sono per tutti i polpacci.
Dimenticavo. Sempre se possibile, durante il pataxó-tour, date uno sguardo alle suppellettili (plastica e allumino i principali attori) vendute dai piazzisti venuti dalla città e alla ‘macelleria’ (una casetta con una coperta di PVC nero sotto la quale riposa una mucca fatta puzzle e un esercito di mosche impazzite) del paese. Farete un salto indietro nel tempo di almeno cento anni. In giro c’è chi paga, per fare certi salti.


Se inforcate la spiaggia a sinistra, invece, raggiungete il cuore dell’azione, se così la possiamo definire. Prima un paio di bar dove chi ama il contatto fisico ama ritrovarsi (musica, pallavolo, frescobol, birra, collanine, tatuaggi, parei, occhiali ricchi di sintomatico mistero®, bikini striminziti, gente palestrata, capelloni in ritardo, un tocco di noia ibizeca da dopo-party, qualche dreadlock curatissimo e un paio di cani le cui dermatiti andrebbero curate con urgenza). Passato questo teatro di vita, dopo un po’ di pousadas (ce ne sono dovunque, eccezion fatta per la chiesa), si raggiunge l’estremità della lingua che, vista dall’alto, è Caraíva. Qui fiume e mare s’incontrano, in una confusione di correnti e colori. I traghettatori ti trasportano dall’altra parte del fiume per un simbolico real, e là puoi di nuovo dimenticarti chi sei. Camminato per qualche decina di metri, i tuoi simili scompaiono e ti ritrovi completamente solo in una spiaggia apparentemente uscita da un dépliant turistico. Sabbia bianca, palme, nessun cristiano all’orizzonte. In giro c’è chi… lo sapete già.
D’accordo, ormai nessun luogo del pianeta è davvero vergine, per cui anche qui qualche anima in pena ha trovato il modo di spassarsela e fatturare al tempo stesso, tirando su una pousada che chiede una diaria di appena 600$. Il proprietario, però, è chef e vi scodella manicaretti unici non-stop. Gli sdrai in spiaggia sono di superlusso (quanto vuoti). Non so se le camere siano piastrellate d’oro, per quella cifra dovrebbero esserlo. Scusatemi se non ho controllato, ma i posti eccessivamente costosi da sempre mi stanno antipatici. In ogni caso non vi preoccupate: la legge brasiliana impone il libero transito, e a volte pure la sosta, su qualunque tratto di spiaggia. Anche le più pregiate. Come titola il film omonimo, Deus é brasileiro.


Spiagge, spiagge, spiagge. Quelle sotto il naso, sotto la finestra della vostra pousada non vi bastano? Potete raggiungere quella do Espelho (dello Specchio), 14 km a nord di Caraíva. In auto, in parte lungo la strada per Trancoso, o in barca/buggy, grazie ai numerosi tour che vi vengono proposti appena mettete piede nell’abitato. Ne vale davvero la pena? Solo se siete annoiati e se le onde forti del mare di Caraíva vi spaventano. Le acque della spiaggia do Espelho sono decisamente più calme, qua e là azzurre, da cui il nome del luogo. Palmeti alle spalle, un paio di ristorantini dai conti salati, parecchia gente (a seconda del giorno della settimana) e un parcheggio con prezzi da Manhattan: questi gli ingredienti di una ‘tra le dieci più belle spiagge del Brasile’, a detta di qualche statistica irreale compilata chissà da chi.
Per quanto mi riguarda, mi basterebbero 365 giorni all’anno nella spiaggia di Caraíva, quella sotto il mio naso e sotto la finestra della mia pousada. Se proprio non ne potessi più di una terapia quotidiana di frescobol, onde e sole, potrei sempre trascinarmi fino al Boteco do Pará, verso il tramonto. In questo ristorantino, dedicato agli amanti del Dio Pesce e protetto da una tettoia naturale di alberi, a quell’ora i riflessi del sole, rimbalzando sulle acque del fiume e finendo nel mio bicchiere di birra, mi ricordano la bellezza e la purezza dei diamanti. Come sottofondo, un gruppo di amici intona un samba, schiaffeggiando un pandeiro, il tamburello che con una vibrazione mi fa ricordare immediatamente a quale latitudine del mondo mi trovo. Lo stesso pandeiro che, pochi metri più avanti, mi catapulta nel bel mezzo di una roda de capoeira, accompagnato dal suono inquietante del berimbau. Bambini e adulti giocano assieme a quell’acrobatica disciplina inventata dagli schiavi e oggi esportata in tutto il mondo. A Salvador de Bahia, culla di questa lotta/danza, oggi le palestre più quotate e segnalate dalle guide chiedono 3$ per foto ai turisti. A Caraíva lo spettacolo è gratuito e genuino. Potete pagare con un battito delle mani e accompagnare la danza. Se la pancetta birrosa non vi fa da ancora e se sapete le mosse potete addirittura partecipare. Caraíva è una piccola comunità di cui è facile far parte, in cui la persona, e non ancora il suo portafogli, fa la differenza.
Il verme nero, però, è già sottoterra. Se volete godere di un Brasile vero, della Caraíva a dimensione umana, fatelo ora o mai più. I tempi sono stretti.


Alloggi
Pousada Flor do Mar, tel. (0055) 73.99851608, www.caraiva.tur.br/flordomar, glauciacaraiva@hotmail.com
Inaugurata nel 2000, ha cinque appartamenti e un bungalow con vista sull’oceano. Amache e zanzariere, pace e silenzio, interrotti solo dall’infrangersi delle onde. Acqua fredda (ma quella calda non serve), colazione abbondantissima in una veranda circondati da piante tropicali e gatte. Pulita e sicura. 75$ la doppia in alta stagione (inverno italiano/estate brasiliana, fino a carnevale), poi i prezzi (dovunque a Caraíva) crollano. Prenotare con anticipo in alta stagione, non accetta carte di credito. La gentile proprietaria, Gláucia di Brasilia, offre la possibilità di usare la cucina.

Pousada (e ristorante italiano) Tatuaçú, tel. (0055) 73.99855672 (oppure a São Paulo, 11.32841902), www.caraiva.com.br/tatu, pousadatatuassu@hotmail.com
Bungalow con camere da 2 a 4 persone, arredati tutti in maniera diversa con sculture e opere d’arte fatte dei proprietari (Fabrizio e Lea). Energia solare 24 h e acqua calda riscaldata dai pannelli. 75$ la doppia in alta stagione, inclusa la colazione (prenotare con anticipo). Sulla spiaggia, ha un ottimo ristorante (di sera) in cui si possono consumare ottime pizze e piatti di pasta (circa 10$ a persona). Al lume di candela, tra mobili in legno di ottimo gusto.

Dove mangiare
Restaurante Aquarius, sul lungofiume. Piatti a base di pesce e carne, cucina locale. Servizio lento ma i piatti sono saporiti e un pasto per una persona si aggira sui 12$ per persona.

Boteco do Pará, sul lungofiume, verso la spiaggia che fa da spartiacque tra il fiume e l’oceano. Più che un boteco (piccolo bar con stuzzichini) è un vero e proprio ristorante, specializzato in frutti di mare e piatti di pesce (ottimi i pastéis de camarões, ravioloni fritti con ripieno di gamberi). Frequentato soprattutto al tramonto, quando il sole cala davanti ai tavolini illuminati dai riflessi del fiume.

Distanze
São Paulo: 1.312 km
Rio de Janeiro: 883 km
Brasília: 1.363 km
Salvador: 740 km
Porto Alegre: 2.478 km


Come arrivare
In autobus la maniera più facile per raggiungere Caraíva sono i mezzi della compagnia Águia Azul (tel. 73.32813469) che partono ogni giorno dalla fermata alle spalle della spiaggia di Apagafogo, presso il traghetto che unisce Porto Seguro all’Arraial d’Ajuda, sulla sponda del Rio Buranhém (sul versante dell’Arraial d’Ajuda, a 4 km dall’abitato). I bus diretti per Caraíva (via Arraial d’Ajuda e Trancoso; circa due ore e mezza di viaggio, su strada sterrata poco dopo Trancoso) partono ogni giorno alle 7 e alle 16. In alta stagione c’è una corsa extra alle 11.
Un’alternativa può essere l’autobus che collega Caraíva alla cittadina di Eunápolis da cui passano i grandi autobus da/per il Sud, via Itabela. I mezzi, sempre della stessa compagnia, partono da Eunápolis alle 13,30 e da Itabela alle 14,30.
Lasciando Caraíva gli autobus (nessuna prevendita) partono dal parcheggio per auto/porticciolo sul Rio Caraíva alle 6/7 del mattino (sia per Eunápolis sia per Trancoso); l’ultima corsa per Trancoso è alle 16.

In aereo l’aeroporto più vicino è quello di Porto Seguro, collegato alle maggiori città brasiliane con le compagnie GOL, TAM, VASP, NORDESTE, RIOSUL e FLY (non Varig).

In auto ci sono due possibilità. L’arteria principale è la strada statale BR-101, che attraversa l’interno della regione da nord a sud. Da Porto Seguro (69 km) si può seguire la stessa strada percorsa dagli autobus, attraversando prima il Rio Buranhém in traghetto quindi via Arraial d’Ajuda e Trancoso.
Chi viene direttamente dalla BR-101, può raggiungere Caraíva sia dall’accesso a sud della cittadina di Itabela (km 753 della BR-101; attenzione ai tratti sabbiosi) sia da quello presso l’abitato di Monte Pascoal (tragitto più breve, a 45 km, con buona segnaletica e in condizioni migliori).
Arrivati al porticciolo sul Rio Caraíva (l’abitato non può essere raggiunto in auto), si può lasciare l’auto in uno dei molti parcheggi custoditi nei dintorni per 5 reais (2,5$) al giorno.

A piedi o a cavallo: i grandi camminatori o chi ama i cavalli può raggiungere Caraíva via spiaggia. Da Trancoso sono 30 km, dall’Arraial d’Ajuda 40 km. Si passa attraverso la piccola cittadina di Cumuruxatiba, il Parco Nazionale di Monte Pascoal e il piccolo villaggio di Corumbau.

Le piroghe che fanno da traghetto sul Rio Caraíva sono sempre funzionanti, ma dopo le 19 applicano una tariffa leggermente maggiorata.

Avvertenze
Portare con sé una torcia elettrica, repellente per zanzare, crema solare, medicinali (l’unica piccola farmacia è vicino al laghetto) e denaro contante (soprattutto di piccoli tagli; difficilmente qualcuno vi cambierà banconote da 50 reais). Le banche e i bancomat più prossimi sono a Trancoso, Arraial d’Ajuda e Porto Seguro.

Pubblicato su Panorama Travel




ALTRE FOTO su:
http://www.argusphoto.com/argusfeature/travelfeature.travelfeature..(0-790).Brazil.218-200000.html



Il mio Brasile su



In the Southern part of the Bahia state, Caraiva is a little piece of heaven along the over 7.800 kilometers of the Brazilian coast. Not forever, of course. Electricity arrived recently, but the concrete and the traffic of the cities are still far away. A little fishermen village, nowadays dedicated to guest tourists, Caraiva lies on a sand stretch between the homonymous river and the Atlantic Ocean, facing Africa. Clean and almost untouched, the village is an oasis of peace. No roads, just paths on the sand, between the houses fences. When the sun is hot, it's indispensable to wear some Hawaianas, the popular Brazilian flip-flops, otherwise the feet barbecue is guaranteed. The local 'taxis' - carts pushed by donkeys - are also necessary to who has a luggage. Difficult to be reached - cars must be parked on the other side of the river -, Caraiva offers a gorgeous beach life, where to play frescobol - the Brazilian beach tennis -, swim, enjoy a coconut or some fried shrimps. Deserted beaches run on both sides, where anyone can find a peaceful spot. Land of the Pataxo indios, the little village is just few kilometers far from their aldeia, the traditional community. Visitors are welcome there, and the long walk through the beach - then through the fields - is a little, amazing adventure. Nighttime many simple restaurants offer delicious meals from the local cuisine, as well as some great Italian dish. Some visitors decide to continue the night with a very cold beer or a caipirinha, other shake their hips at the local forro - the most popular dance of Brazilian North-East -, till late. Few go to sleep early, enjoying the silence and the peace of the many pousadas, the little guesthouses. Waking up can be a pleasure: a papaya slice and a maracuja (passion fruit) juice wait for us on the table: the sweetest way to start the day...

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