lunedì 18 luglio 2011

BRASILE - DOLCEMENTE, SCIARE (sulla duna)


Jericoacoara, tra le jangadas dei pescatori e le alte dune del litorale del Ceará, nel Nord-Est del Brasile. Vecchi hippie e nuovi turisti, dal panino con l’uovo al sushi, dal jegue al kitesurf

Alla fine degli anni Ottanta Jericoacoara - ‘Jerì’, per gli habitué - era una specie di miraggio nel deserto. Ex villaggio di pescatori, lontano un anno luce da Fortaleza, alla quale era collegato da un autobus e da almeno sette ore di buche (quando non c’erano alluvioni o incidenti). Il viaggio dalla città era un inferno, e una volta arrivato a Jijoca, il paesino oltre il quale il bus non poteva andare - lì iniziavano le dune -, ti dovevi sorbire la mazzata finale. Altri tre quarti d’ora di pick-up lungo sentieri fra la sabbia. Di solito si arrivava a Jijoca a notte fonda, per cui l’ultimo tratto del viaggio sapeva di allucinazione, soprattutto quando l’autista perdeva il sentiero (non lo faceva solo nelle notti di luna piena) o il pick-up s’insabbiava (incubo nell’incubo, dovevi scendere e aiutare a spingere). Arrivato a Jeri in stato confusionale poco prima dell’alba venivi accolto da qualche pescatore insonne che per pochi spiccioli ti ospitava nella sua pousada. Appannato dalla stanchezza lo seguivi ciecamente, senza stare a sindacare sulla qualità dell’alloggio.


Quando, a mezza mattina, ti riprendevi correvi a farti un’iniezione di proteine a base di pão com ovo, un panino all’uovo, poi, finalmente potevi aprire gli occhi, rimanendo immancabilmente abbagliato dalla bellezza del luogo. Viuzze di sola sabbia, zero auto, al più qualche jegue, incrocio poco blasonato di cavallo con mulo, noleggiato ai quattro turisti di passaggio. Se facevi l’errore di arrivare sulla spiaggia principale, poi, il rischio che buttassi il portafogli era molto elevato. A Jeri il ritmo che avevi lasciato a casa subiva immediatamente un improvviso rallentamento. La natura ti travolgeva e dopo un quarto d’ora passato lì volevi rimanere a Jeri almeno il quadruplo di quanto avevi programmato. Camminate meravigliose lungo la costa, l’immancabile tramonto sulla gigantesca duna che domina l’abitato, spettacolo nello spettacolo. Di giorno ti trascinavi qua e là, facendo facilmente amicizia, in particolare con qualche tardo-hippie che lì aveva trovato il capolinea e campava vendendo artigianato autoprodotto. Dagli ultimi fricchettoni venivi contagiato ad andartene in giro scalzo, ma visto che circolavano indisturbati eserciti di cani e porci randagi presto venivi pure contagiato dal maledetto bicho do pé, odiosissimo quanto minuscolo vermetto nero che prediligeva, come prima casa, la tana fra la pelle e le unghie dei tuoi piedi. Dopo qualche giorno il dolore diventava una tortura cinese, e l’unico rimedio era una microchirurgia a base di ago arroventato, delicatezza da orafo e brutte parole regalate al vento. All’epoca del bicho do pé a Jeri esistevano poche regole, ma chiare. L’acqua minerale la compravi nell’unico mini-market del villaggio e costava come diamanti liquidi. Se volevi farti capire dalla gente del luogo era bene darsi una mossa a imparare un po’ di portoghese, ma in quanto a capire ciò che dicevano loro potevi rinunciare da subito: il portoghese dei pescatori del Ceará, strascicato come pochi altri, era un’altra lingua rispetto al limpido ‘milanese’ dei paulisti. Di sera, se non volevi inciampare in una scrofa gigantesca avvolta nella sabbia dovevi andare in giro con una torcia elettrica, visto che la luce l’avevano solo dalle parti di New York. E, se eri su di giri e dovevi divertirti, potevi scegliere tra il locale dove si ballava il forró e il locale dove si ballava il forró, solo durante il fine settimana. Altro non c’era.



Il buio piace agli intellettuali
Come dice la strofa di una canzone dei Cidade Negra, band pseudo-reggae originaria della Baixada Fluminense, “Quem gosta de pobreza é intelectual”, traducibile liberalmente con ‘Gli unici a cui piace la miseria sono gli intellettuali’. Bicho do pé e buio pesto, molto romantici per i turisti con ambizioni fricchettone, dovevano essere odiosi, soprattutto dopo una vita trascorsa lì, per i nativi, difficilmente iscrivibili al sindacato degli intellettuali. “Che cos’è, una penitenza religiosa??” un giorno mi domandò, seria, Tia Douza, vedova di un pescatore che per campare affittava una camera a quelli venuti da Marte, come me. Nata e vissuta lì, doveva essere stata a Fortaleza una mezza dozzina di volte in settant’anni di esistenza, vivendo il viaggio ogni volta come una penitenza divina. Impossibilita a ipotizzare una vita priva di dèi, come ogni buon cearense che si rispetti, non riusciva a capire perché diamine - se non per ringraziare il Nostro Signore dopo un’operazione chirurgica andata a buon fine, o per scontare un peccato semi-mortale - un povero cristiano dovesse subire il martirio del viaggio per arrivare fin lì. Lei la duna l’aveva vista fin da bambina, non le dava più grandi vibrazioni, se non quella, forse, di desiderio di imbottigliarla e venderla ai turisti. Un grande cumulo di polvere gialla, tutto qua. Tia Douza non era in grado di intendere perché un biondissimo svedese o una minuta giapponese dovessero prendere il maledetto bus della Redençåo - l’unica compagnia che funzionava, un nome un programma - per arrivare fino a Jeri. Un buco di paese tutto sabbia, popolato da cani & porci. Dov’era il bello, in tutto ciò? Su tale dubbi ingrassò il famoso conquistador che porta perline agli indios. Sbarcato in Brasile con un passato da dimenticare, uno spagnolo dalle mani lunghe iniziò lentamente a impossessarsi di tutto ciò che era possibile possedere nella regione. Suo fu il primo albergo con piscina, fantascienza pura nell’aridissimo Ceará degli anni Ottanta, di fronte al quale piazzò un bel televisore (alimentato dal generatore dell’hotel), quale dono al popolo. Naturalizzatosi brasiliano, negli anni successivi scalò tutte le tappe per la conquista delle terre, come nei migliori romanzi di Jorge Amado. Ma lui, in fondo, fu solo il primo a scagliare la primissima pietra. Se non l’avesse fatto lui, visto il potenziale del luogo, altri lo avrebbero fatto. L’energia elettrica, dunque, arrivò. Fine di un’era.


La nuova ‘Jeri’
Situata 317 km a nord-ovest di Fortaleza, oggi Jericoacoara è una delle mete più note del Brasile. ‘Jeri’ è il sogno di consumo medio del paulista medio. Luogo dove divertirsi, entrare in contatto con la natura, fare vacanze indimenticabili, ideale per una luna di miele. Oggi è collegata a Fortaleza con buoni autobus, una bella strada asfaltata e, per l’ultimo tratto (da Jijoca in poi) con una comoda e divertente jardineira, specie di autobus privo di fiancate, da cui godere il bel panorama. Molti anche i gringos, gli stranieri che qui sono arrivati e hanno davvero buttato il passaporto. Alcuni non sono mai più tornati in patria, altri giacciono nel cimitero locale, i più hanno messo su una pousada o un ristorante. Jeri, in teoria, fa parte di un parco nazionale e di un’area di preservazione ambientale, dunque, almeno sulla carta, sarebbe proibito costruirvi ulteriormente, tirare su edifici troppo alti. In realtà, purtroppo, la crescita non si è mai fermata, anche grazie a qualche nostro compatriota.
I vecchi nativi, quelli a cui l’invasione straniera proprio non andava giù, sono emigrati verso qualche altro villaggio della regione ancora intonso, ma molti altri si sono dedicati agli affari. Compravendita di case e di terreni, autisti di dune buggy, negozi e negozietti, ottimi ristoranti per ogni tipo di cucina, da quella regionale al sushi. Kitesurf tra le alte onde e il forte vento, soprattutto nella vicina spiaggia di Preá. La rivoluzione in atto, però, se vista con un po’ di obiettività, è ancora tollerabile. Chi non ha vissuto la preistoria di Jeri e vi giunge oggi per la prima volta non può che rimanere abbagliato dall’incanto del luogo. Nessuno ha ancora imbottigliato la duna né portato la strada asfaltata. I cani e i porci sono sì finiti nei serragli, portandosi appresso il bicho do pé, ma le viuzze sono ancora di sabbia, come piace a noi intellettuali. Qualche anno fa eletta dal prestigioso Washington Post come una tra le dieci spiagge più belle del mondo, Jeri ha ancora molto da offrire, speriamo per anni ancora. Mentre sarete lì, però, diffidate degli spagnoli e dei nostri compatrioti, se imbastiranno discorsi a base di terreni e mattoni. Vade retro, Satana.




Mangue Seco e Tatajuba, Pedra Furada e Lagoa do Paraíso
Da Jerí si possono fare numerose escursioni nei dintorni, come quella alla laguna di Mangue Seco, a circa 9 km, raggiungibile a piedi (partenza all’alba, cappello, acqua minerale e protettore solare come kit indispensabile), in jegue o in dune buggy. Sempre in dune buggy si può raggiungere lo splendido villaggio di Tatajuba - il nome deriva da una pianta delle moracee -, 35 km a ovest di ‘Jerí’ (cinque faticose ore a piedi). Il nome completo del villaggio sarebbe Nova Tatajuba: nuova per distinguerla da quella vecchia, seppellita dal lento ma costante spostarsi delle dune. Volendo raggiungerla in jangada, la barchetta tradizionale del Nord-Est, bisogna accordarsi con il pescatore sull’orario di partenza, solitamente all’alba, momento in cui le condizioni del mare sono ideali. Qualora l’unico assente al momento del ritrovo fosse proprio il barcaiolo non ci sarà di che stupirsi: sarà disteso a letto tentando di superare la sbornia presa nel salone del forró. Anche Tatajuba è un villaggio di pescatori, con case disseminate attorno alla foce di un fiume soggetto alle maree, ma conserva ancora molte caratteristiche primitive, un po’ come Jeri prima che fosse ‘scoperta’ dal turismo. Tra le escursioni più sfruttate in ‘bugue (dune buggy) da Jeri c’è quella al bel lago di Jijoca (Lagoa do Paraíso), il secondo del Ceará (57 km di perimetro), con qualche ottima possibilità d’alloggio. Un’altra passeggiata di rito, comoda e a soli tre chilometri da Jerí, è quella che conduce alla Pedra Furada. Si dice che una volta all’anno, in gennaio, il sole tramonti coincidendo con il foro del grande scoglio. Le cartoline locali cercano di riprodurre alla meglio l’evento (spesso ritoccandole, con pessimi risultati). Dalla Pedra Furada - raggiungibile in appena tre quarti d’ora alla mattina, prima che la marea si alzi, percorrendo la spiaggia della Malhada - si ritorna a ‘Jerí’ attraverso un sentiero che passa su un colle con un faro (il Serrote, che protegge l’abitato dal forte vento). È la Pedra Furada che ha dato il nome a Jericoacoara. Viste dal mare, le formazioni rocciose che la compongono e che circondano la spiaggia costituiscono la figura di un grande alligatore (jacaré), da cui il termine jacaré na coara, ‘alligatore al sole’.


Forró, il ritmo del Nord-est
Il forró (doppia R pronunciata quasi come una H) è un popolare ritmo e ballo del Nord-Est brasiliano, simile al nostro ‘liscio’. Nato all’inizio del Novecento nelle balere della regione, è caratterizzato dall’uso di tre strumenti: la zabumba (grancassa), il triângulo (triangolo) e la sanfona (fisarmonica). Esistono tre tipi di forró: lo xote (di origine europea, è il più lento), il baião (il suo più indiscusso maestro fu Luiz Gonzaga; è il tipo di forró più rapido, inventato alla fine degli anni Quaranta da alcuni chitarristi che volevano recuperare il lundu, un ritmo africano che era stato di gran voga in Brasile nel Settecento) e lo xaxado (caratterizzato da un piede che batte sul pavimento). Nell’ultimo ventennio ha dilagato nell’intero Brasile, sia fra le comunità nordestinas emigrate sia fra gli abitanti del Centro e del Sud. Simile, in qualche modo alla lambada, è un ballo estremamente sensuale, fatto di piroette e di estremo contatto fisico con il proprio partner. Ingrediente indispensabile: anche scioltissime, spesso un impasse per molti occidentali. Oggi questo filone musicale viene generalmente diviso tra la vecchia scuola (Luiz Gonzaga, Sivucaa, Zé Ramalho, Dominguinhos ecc.) e la nuova, campione di vendite di CD e dai ritmi ancora più sfrenati (Banda Calypso, Falamansa, Rastapé ecc.).


Il rito del pôr do Sol
Obbligatorio, se siete a Jericoacoara, è salire sulla grande duna poco prima del pôr do Sol, il tramonto. Nei periodi di alta stagione cercate un posto in prima fila, non sempre disponibile nonostante l’estensione della duna. Lungo la scalata sarete accompagnati da venditori ambulanti di bibite, con tanto di carriola o con un più pratico contenitore termico di polistirolo. Il Grande Spettacolo si ripete ogni giorno: il sole cala esattamente a perpendicolo davanti ai vostri occhi. Sino alla fine degli anni Ottanta alla base della duna c’era qualche palma, inghiottita dalla sabbia con il passare del tempo. Ciò che più vivo che mai, invece, è lo spettacolo di qualche atleta di tutte le età (perlopiù ragazzini e adolescenti) che ama fiondarsi giù per la discesa scoscesissima a bordo di sci. Di solito si tratta di semplici assi di legno, ma qualche ricco turista di San Paolo può permettersi una lussuosa tavola da snowboard. Il rito è ancor più in voga nella vicina Tatajuba. Per i semplici amanti dell’atmosfera, privi di ansie olimpioniche e con attaccamento al proprio collo, un solo consiglio: portate un sacchetto di plastica per proteggere macchina fotografica e/o video dalla sabbia, spesso in movimento grazie al vento, quasi sempre forte.


La cucina
Nel Ceará abbonda il consumo di pesce, solitamente fritto e accompagnato da deliziosa farofa, farina di manioca fritta assieme a cipolle, peperone, pezzettini di carne, uova, sale e altri ingredienti. La manioca viene utilizzata anche per la tapioca, sempre presente sulle tavole del Ceará: si tratta di una specie di farina gommosa, con la quale si fanno frittelle, dolci o salate. Caratteristica del Ceará (ma anche della Bahia) è la buchada: stomaco di capretto, ripieno di frattaglie, testa, sangue coagulato, peperoncini, comino, aglio, finocchio, menta, lardo e cipolla. Un succo di frutta regionale è il jenipapo, di solito detestato dagli stranieri, così come da molti brasiliani di altre regioni, per l’aroma fortissimo: è ricavato dall’albero omonimo (Genipe americana) e se ne ottengono anche un liquore o un unguento per la pelle contro gli insetti e le scottature. Un vino del luogo è il jurubeba, piuttosto liquoroso e ricavato dalla pianta omonima (Solanum paniculatum). L’arida area di Jericoacoara produce soprattutto caju (acagiù), un frutto dal vago sapore a metà strada fra la pesca e il peperone da cui si ricavano anacardi, vino, miele e dolci. Il dolce del sertão per eccellenza è la rapadura, uno zucchero non raffinato e a blocchi, alimento di base per i rudi mandriani del deserto cearense.


Sul sertão:
Che cosa leggere
Os Sertões, di Euclides da Cunha, 1902
Vidas Secas, di Graciliano Ramos, 1938
Seara vermelha, di Jorge Amado, 1946
Cangaceiros, di José Lins do Rego, 1953
Grande Sertão, di João Guimarães Rosa, 1956
Carcará, di Ivan Bichara, 1984
Sertão, di Jorge Borges, 1993
I cangaceiros, di M. Isaura Pereira de Queiroz, 1993
Il poligono della siccità, di Diego Mainardi, Einaudi

Che cosa vedere
O Cangaceiro, di Lima Barreto, 1953
Vidas secas, di Nelson Pereira dos Santos, 1963
Deus e o Diabo na terra do sol, di Glauber Rocha, 1964
O dragão da maldade contra o santo guerreiro, di Glauber Rocha, 1969
Cangaceiro, di Aníbal Massaini Neto, 1997

Che cosa ascoltare
Qualsiasi brano di Luiz Gonzaga, il massimo esponente del forró (ad es.: Asa Branca - canzone simbolo dell’emigrazione dall’arido sertão -, Baião, Cintura Fina, Danado de Bom, Forró de cabo a rabo)
Gal Costa, Festa do interior e Revolta Olodum
Marisa Monte, O xote das meninas e Segue o seco
Maria Bethânia, Carcará e Abc do sertão
Caetano Veloso, Cajuína e Aracaju
Clara Nunes, Feira de Mangaio

ALBERGHI
Pousada Ibirapuera
Rua ‘S’ da Duna, 06
Tel. (0055) 88-36692012
Ottima pousada, di proprietà del tatuato quanto gentile Celso, paulista DOC. Otto comodi appartamenti con minibar, wifi, aria condizionata, acqua calda e cassaforte, affacciati sul bel patio ricco di piante e con una piacevolissima piscina con idromassaggio. Ideale per chi cerca pace e comfort, nel cuore dell’abitato. 200 reais la doppia, con sconti fino al 40% (a seconda del periodo e della durata della permanenza), inclusa una ricchissima colazione.

Pousada Jeribá
Rua do Ibama s/n
Tel. (0055) 88-36692206
Eccellente pousada in riva al mare, con comfort rari in questa parte del mondo.

Chalé dos Ventos
Rua São Francisco
Tel. (0055) 88-36692023
www. www.portaljericoacoara.com.br/pousada_chale_dos_ventos_jericoacoara.htm
Pousada situata in una parallela della rua principale, a breve distanza dalla spiaggia e dalla grande duna. Bungalow indipendenti, con capacità di ospitare fino a sei persone per chalet.

RISTORANTI
Tamarindo
Rua Ismael (o da Farmácia), tra la Rua do Forró e la Rua Principal
Tel. (0055) 88-36692062
Inaugurato nel 2009, offre eccellente cucina brasiliana del Nord-Est, sotto un albero di tamarindo, tutti i giorni dalle 18 alle 24. In breve è divenuto uno dei ristoranti favoriti di ‘Jeri’. Non economicissimo, di fianco all’Hotel Mosquito Blue. Oltre ai piatti classici, tra cui pizza sottile, qualche prelibatezza come gamberi al mango grigliato e riso alle erbe con scaglie di mandorle.

Carcará
Rua do Forró, 530 (nella parte alta dell’abitato)
Tel. (0055) 88-36692013
Eccellente cucina regionale, tra moqueca de camarão e gamberoni al curry e mango. Sapori ricchi e un’ampia scelta di cachaça. Aperto dal lunedì al sabato dalle 12 alle 23, la domenica dalle 16 alle 23.

Kaze
Rua do Forró, di fianco alla Pousada Windjeri
Tel. (0055) 88-99615791 (cellulare)
Ottimo sushi bar, piatti con mix di sushi e di sashimi, a breve distanza dalla spiaggia. Aperto tutti i giorni, ma solo di sera, dalle 18, finché l’ultimo cliente non se ne va. Costo medio di un pasto, incluso un bicchiere di vino o di sakè: 50 reais.

Leonardo da Vinci
Rua Principal, 40
Tel. (0055) 88-36692222
Cucina ovviamente italiana, con un nome così… Piccola istituzione di Jeri negli ultimi anni, rinnovato di recente, è aperto tutte le sere, dalle 18 alle 24. Un piatto, in media, va dai 20 ai 30 reais.

Pubblicato su Viaggiando, Sabor, Playboy


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JERICOACOARA, WHERE THE DUNE MEETS THE SUN

Jericoacoara is a gorgeous beach hidden behind the dunes of the west coast of Jijoca de Jericoacoara - a name difficult to pronounce even for the local people -, some 300 km west of Fortaleza, the capital of the North-Eastern state of Ceará, Brazil. Selected some years ago by the The Washington Post as one of the top ten most beautiful beaches in the world, consists of blue lagoons, a rural atmosphere and huge dunes. The biggest dune of the village, facing the Atlantic Ocean, is a 'must' at sunset, when tourists and locals climb it in order to watch the show of the sun setting at the horizon. Every evening a crowd climbs the "pôr-do-sol" dune to watch the sunset over the ocean, a rare view in Brazil, as very little of its coast faces west. Soft-drinks sellers climb the dune too, to sell their products to the sun-watchers, and some people ski - with snowboards or simple wooden boards - downhill, along the steep dune. Jericoacoara, until few years ago just a small fishing village, and in the recent past almost a hippie Mecca, nowadays is popular also between the middle-class from the richer South (São Paulo, Rio de Janeiro etc.). 'Jeri', as it is affectionately known, is the kind of idyllic place where many travelers end up deciding to stay for longer than they had originally planned: a place where streets are paved with sand, where beaches stretch as far as the eye can see and where warm water marries with palm swaying breezes. Until about twenty years ago, Jericoacoara was still a secluded and simple fishing village. There were no roads, no electricity, no phones, no TV's, no newspapers. Pigs and dogs walked freely through the narrow streets of the village, and at nighttime was not rare to step into one of them, while sleeping, in the complete darkness. Then the candle lights and the kerosene lamps were the only sources of light. Since 1984, the area around Jericoacoara was declared Environmental Protection Area (APA) and became a National Park in 2002. This brought many building restrictions (virtually) and tourism controls that helped somehow to preserve the area until today. Many foreigners, however, invested big amount of money, building little hotels with no permission, sometimes not respecting the APA’s rules. Electricity arrived in the village and today hot showers and air conditioning are no longer luxury articles. However, illumination of the streets is forbidden by local law.
The name "Jericoaquara" comes from the tupi language and means "lair of the turtles" (îurukûá means "sea turtle", kûara means "lair, hole"). Following another interpretation, it would mean 'alligator that sleeps in the shade', more or less the shape of the village if seen from the sea, using a certain amount of imagination. The distance to bigger cities and limited road access also helped keeping the beach and the village isolated. Fairly recently, 'Jeri' had little contact with modern life. Electricity was generated by diesel engines and street lights were provided only by the moon and the stars. After the Washington Post selection was published, tourism grew rapidly and the beach village became a popular destination. Getting to 'Jeri' can still be challenging. The road from Fortaleza to Jericoacoara presents beaches and rustic villages. The last 45 minutes of the journey takes place off-road, on sand, among dunes and along a beach. In the past was almost routine to go down the pick-up and help the driver to push it, whenever it got stuck in the sand. The village has streets covered in sand from the dunes by the sea. Jericoacoara is a popular spot for windsurfing and sailing, as well as the near Preá, one of the best places in the world for kitesurf.
Most visitors arrive from Fortaleza, changing vehicles in Jijoca, the nearest town to 'Jeri' with paved roads. By Jijoca some of them visit the Lagoa do Paraiso ('Paradise Lake'), a beautiful lake of sweet water mixed with salty one, pointed here and there by few pousadas, guest-houses with some good restaurant. From Jijoca, a 40-80 minutes ride passing through humble rural areas, with cashew-nut trees and farm animals on either side of the road. If coming from the west, the city of Sobral might be a stopover, or Camocim as alternative gateway. Jericoacoara is full of sandy pathways and everywhere can be reached by foot. Walking is, in fact, the best way of getting to know the village. Only few streets have names, guide yourself with landmarks and names of shops. It is recommended to use footwear, especially on the rocky patches of the beach. Since Jeri doesn’t have any street lamps, a small flashlight can be helpful on those moonless nights. You may occasionally have to share the road with a meandering mule or cow. The Jericoacoara beach is reputedly one of the most beautiful in Brazil, although mostly too shallow for swimming. It is made of very fine gray sand that gets hard on low tide, and is wide and flat. Be sure to make a day trip at least up to Lagoa Azul - amongst stunning freshwater lagoons. There are authentic and unspoiled villages nearby where you can stay, if you want to get off the beaten track. The Arched Rock of Pedra Furada has become the symbol of Jericoacoara. It offers beautiful vistas from all directions, but if you happen to be in Jeri between June 15th and July 30th you may have the good fortune to witness the sunset right in the middle of the Arch. It's an excellent photo opportunity.
Walking east from town along the shore line you'll first pass Malhada Beach, which is a smaller beach popular with surfers. On low tide it’s possible to walk along the beach, otherwise take the higher path up along the Serrote hill. The walk takes about two hours in total. You should not do this barefooted; bring footwear for the rocky patches (and occasional snakes). Depart immediately after sunset, as the night falls quickly. Guided hikes can be arranged at many of the hostels, and this is highly recommendable if walking along the beach. Local guides know high and low tides better. If you take the path along the grassy dunes, you may do it on your own. It is possible to charter a dune buggy to virtually anywhere. They will take you to the fresh water lagoons for about 30 reais - the local money - per person. Innumerable fresh water pools, or lagoons, are located throughout the expanses of dunes that surround ‘Jeri’. Near the village there are only small pools mostly frequented by cows and horses. However, if you venture into the dunes, you will soon find lagoons and small rivers running as far as the eye can see in the ‘valleys’ that lie between the dunes. The bottom of these pools is sandy, which makes them excellent for swimming, wading, and water sports. Near constant winds make the lagoons a favorite spot for wind surfing. Because the sand constantly changes shape and alters the landscape, the locations of the pools change as well. To discover a favorite swimming spot in one of these lagoons is to carve out a unique and ephemeral natural experience that is only more beautiful for the fact that it can't be repeated next year.
Day-long buggy tours are offered to the village of Tatajuba, which had to be moved to escape invading sand dunes. If you are heading west, consider staying for a night. The 'new' Tatajuba looks what 'Jeri' may have been some fifteen years ago: few houses, a very simple life and a gorgeous landscape. Local kids rent their ski-boards for few reais to tourists that want to ski along the big dune that dominates the village - the prize, at the end of the slalom, is a jump into a lagoon! Along the drive to Tatajuba, the dune-buggy crosses several rivers, sometimes with the help of a balsa, a small ferry, occasionally made of wood and pushed by kids. Not far from 'Jeri', along this way, it's possible to visit a stretch of river densely populated by little sea horses. The local fishermen know how to spot and catch them, without hurting them, and show them contained in plastic bottles to visitors, before putting them back where they belong. Returned to the village, after sunset there are plenty of options for the choice of a restaurant: cheap, traditional local food, seafood, Brazilian food from the South, Italian, Japanese, vegetarian... a plate is available for any taste and any pocket. And, for who likes to hang out till late, during the weekends the 'place to be' is the forró's - the local dance, similar to the sensual lambada - saloon, where the locals give shows of coordination and hips skill to the tourists. Some of them cannot resist and jump in the middle of the dance floor, no matter how perfect their movements are...



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