lunedì 18 luglio 2011

INDIA - GOA, VIDA BOA


‘VITA BUONA’, IN PORTOGHESE. LA LINGUA CHE ANCORA MOLTI PARLANO, NELL’EX COLONIA CONVERTITASI AL TURISMO. IN UNA BABELE DI RELIGIONI E STILI DI VITA

Quali splendidi palmizi ho visto nell’isola di Goa...”
(Luís Vaz de Camões)
Strana, stranissima Goa. Unica, insostituibile. I più la identificano con le spiagge mordi-e-fuggi, vagamente noiose e intasate da inglesi cheap (nel vestire, nello spendere, mai nel bere) e/o da residuati hippie, tutta umanità in fuga, chi per una settimana chi per una vita, da scrivanie e da stress occidentali, all’inseguimento del sole e del dolce far niente. Tra una discoteca e un party in spiaggia. Questo piccolo esercito, però, troppo spesso trascura quanto il piccolo Stato indiano ha di meglio da offrire (oltre alla cucina, al milione di feste religiose e laiche, all’abbigliamento coloratissimo, ai prezzi per noi stracciati ecc.): l’eredità portoghese. La regione di Goa fu conquistata dal capitano lusitano Alfonso de Albuquerque nel 1510, e da allora ospitò la capitale della colonia portoghese in India, precedentemente stanziata a Cochin. Il loro dominio durò ben quattrocentocinquanta anni, e di certo non fu facile per gli abitanti locali. Una cultura giunta da Lisbona, nei pressi di Marte, era stata imposta a calci, spintoni e crocefissi, con tutti i traumi del caso. I portoghesi avevano portato con sé una lingua aliena, insegnata a bacchettate sulle dita, così come baccalà e vino fantastico, ingurgitato senza alcun bisogno di bacchettate, ma non senza conseguenze sulla coscienza, soprattutto religiosa. Alle porte della capitale, Panjim, oggi ribattezzata Panaji dagli indù post-coloniali, si ergono ancora due pilastri, lungo la strada per Santa Cruz. Durante il periodo portoghese ai nativi era fatto divieto tassativo di entrare in città vestiti di solo dhoti, il pareo-mutandone tradizionale. Se osavi oltrepassare i pilastri e presentarti ai piedi dell’imponente chiesa di Nossa Senhora da Imaculada Conceição in dhoti una bella manganellata sui polpacci non te la levava nessuno. La colonizzazione, dunque, non fu esattamente una benedizione piombata dall’alto dei cieli che aveva portato solo delizie per il palato. Tant’è che, nel 1961, l’esercito indiano di Nehru la riprese con la forza, respingendo i lusitani oltreoceano. Per tutta la Grande India era giunto il momento di tornare nelle mani degli indiani, rimandando gli invasori europei ai luoghi di competenza. Seguirono, ovvio, gli Eroi della Patria, l’orgoglio indù, l’induizzazione più o meno forzata di un territorio in cui, però, nel frattempo, Gesù Cristo & Co. avevano affondato profonde radici.




Che cosa rimane, oggi, della cultura portoghese a Goa? Molto, anzi, moltissimo. Basta cercarlo. Provate a parlare un po’ di portoghese - non importa se imparato sulla sabbia di Copacabana anziché sulle raffinate pagine di Camões - con gli anziani del luogo. Vedrete regalarvi sorrisi a trentadue denti, anche da parte di chi, vista l’età, di denti non ne ha più molti. Regalate, qua e là, un obrigado, anziché un internazionale thank you, e le pupille del vecchio sarto o dell’anziana beghina che non si è mai mossa dall’Altinho, il quartiere portoghese di Panjim, si illumineranno come fari. Fatelo finché sono in circolazione, perché le nuove generazioni sono sempre più orientate verso altro (il mondo inglesizzato, con più fuoristrada che sari). Sopravvive, però, anche tra i giovani, un’enclave di rampolli di famiglie portoghesizzate, tutte cognomi De Souza o Araujo, per le quali il futuro deve essere português. Adesivi con la bandiera del Portogallo attaccati alla moto, oppure con il volto capellone di Jesus, in pratica una seconda bandiera lusitana. Gli stessi vanno in qualche caffè del centro di Panjim e ordinano una fettina di bebinca, dolcetto portoghese di antica data, oppure rinfrescano la grammatica di Camões a un corso serale presso l’oratorio di una chiesa. Tra questi, anche giovani nati e cresciuti a Goa, soprattutto a Panjim, che mai hanno visto o calpestato il Portogallo. Nati dopo la scacciata dei colonizzatori, avvenuta ormai mezzo secolo fa. Con nonni, magari, per metà portoghesi, oppure lontani discendenti di qualche João o Manuel giunto da Lisbona nella notte dei tempi e che, come nella migliore letteratura, aveva ingravidato la domestica di casa. A seguire, nei secoli dei secoli, una nuova genia, con lineamenti indiani ma abbigliamento, religione, cucina ed educazione riferita a un altrove assai lontano. E le lotte condominiali, di campanile, sono vive nella tranquilla Panjim così come nelle varie Padanie del mondo. Io cattolico, tu indù/musulmano, dèi con biografie differenti, io mangio carne di maiale e tu no: siamo diversi.





Eppure, a Goa, le diversità sembrano convivere più pacificamente che altrove. Indù in pole position, cattolici al secondo posto, musulmani - con notevole distacco - al terzo. Eppure, anche se il Venerdì Santo la massiccia processione cattolica è seguita dallo sventolio delle bandiere verdi dell’Islam ai piedi della chiesa dell’Immacolata Concezione, per celebrare la ricorrenza della nascita di Maometto durante la festa di Eid, nessuno si scanna. Come, invece, avviene altrove nella stessa India. Sarà il clima festaiolo delle spiagge, oppure l’alcol soporifero consumato nelle bettole ragantelose di mezza Panjim, luride quanto buie e ricche di atmosfera, a tenere tutti calmini e vagamente assopiti. Il fenni (o feni, o fenny), lo scioglibudella locale ricavato dal frutto di caju - quello che dà l’anacardo - fermentato, sembra stendere una calda coperta di torpore sulla gente di Panjim, dando loro un’ebbra quiete che i santoni raggiungono solo attraverso la meditazione.





Per capire davvero che cosa sia stata la dominazione portoghese, oltre a puntare il naso all’insù per ammirare architettura religiosa e residenziale un po’ dovunque, non dimenticatevi di visitare l’interessantissimo Goa State Museum, nella polverosa periferia di Panjim, nel quartiere di Pato (Papero! in portoghese). Il museo non è esattamente il MET di New York, sembra più una ex scuola riempita con tutto ciò che i portoghesi non sono riusciti a riportare a casa nel 1961, ma ciò che è conservato trasuda storia, cultura, informazioni su come ruota il mondo. Antiche carrozze da processione, statue e statuette, mobilio da far impazzire qualsiasi antiquario, vecchie macchine per la stampa dei giornali lusitani, gesùcristi e madonne di tutte le dimensioni, fantastici marchingegni (gabbie? macchine?) usati illo tempore per la lotteria (specie di gigantesche voliere con un miliardo di palline numerate all’interno). Vecchie banconote da dez rupias del Banco Nacional Ultramarino, risalenti alla Nova Goa, pagabili al portatore nella Índia Portuguesa, anno 1938. In una stanza a sé, la surreale Goa’s Freedom Struggle Gallery, con fotografie e grandi ritratti dipinti degli eroi della liberazione, i partigiani che, dotati di cognomi come Afonso o Mascarenhas, scacciarono occupanti con cognomi come Afonso o Mascarenhas a suon di attentati, lasciandoci spesso le penne. Terroristi o partigiani, a seconda del lato della barricata da cui si parla, vecchia storia déjà vu, qui immortalati a onore dell’India unita e moderna. Lasciato il museo, se non di un pollo tandoori, avrete voglia di inseguire altre tracce portoghesi. Scovate il Club Vasco de Gama, nella piazza principale di Panjim, dove occasionalmente si riunisce l’élite cattolica locale, e dove tutti i giorni potete contare su un’ottima cotoletta (sì, avete letto bene) nel semplice ristorante del club. Per raggiungerlo, camminate lungo le strette e trafficate viuzze del centro, buttando un occhio alle vecchie insegne, come quella della Confeitaria Italiana, che non è più né pasticceria né italiana, ma che vi catapulterà indietro nel tempo.




Il cattolicesimo di Goa vede un calendario fitto di date e ricorrenze. Importante, per esempio, quella del 3 dicembre, in onore a San Francesco Saverio a Old Goa, nel distretto di Tiswadi, lo stesso di Panjim. Un’ottima occasione per visitare la città semi-fantasma, perla architettonica dei tempi lusitani che furono. Chiamata Velha Goa, alla portoghese, da non confondere con Goa Velha, altro abitato, più a sud nel medesimo distretto. Old Goa - chiamatela all’inglese, così da non perdervi tra la zero fantasia topografica -, sembra popolata solo da ordini religiosi e da fantastiche chiese cattoliche antiche. Old Goa, il gioiello architettonico che i colonialisti lusitani ci hanno lasciato, rispecchia in tutto il fulgore un’epoca fatta di grandi lussi e forti passioni religiose, ancora percettibili negli edifici dopo l’abbandono di questa ex capitale, più volte decimata dalle epidemie. Altra occasione da non perdere per conoscere una strana India - che prega Gesù in sari -, in aprile, è quella della Settimana Santa. Allora tutte le chiese e i conventi della regione vedono un’intensa attività di pellegrinaggio. Margao, capitale del distretto di Salcete, riceve un gran afflusso di pellegrini, e le alte cariche della chiesa locale, così come alcuni laici di fede comprovata, riconoscibili per un grande mantello rosso, dispongono dei posti migliori. Sono i primi a poter baciare il crocefisso situato sul palco allestito nella piazza principale. Alcuni chierichetti aiutano a servire la messa, mentre una piccola orchestrina di violinisti accompagna il rito.





Anche presso la chiesa delle Carmelitane, la più importante della città, soprattutto il Venerdì Santo, i fedeli arrivano numerosi da tutta la regione, e fanno code chilometriche - ma regolari, molto anglosassoni (la famosa fila indiana, di solito inesistente in India) - per raggiungere il cuore del tempio. Vi sono conservate diverse immagini sacre, e la più venerata è quella del grande Cristo in croce, a cui tutti baciano i piedi. Su un ‘letto di morte’ del Cristo vengono cosparsi petali di fiori e appoggiate ghirlande coloratissime. All’esterno vigono la serietà e il silenzio, ma solo per chi sta in fila. Basta allontanarsi di qualche metro dalla coda che i bambini, impazienti per l’attesa, giocano e schiamazzano, vestiti a festa e vagamente consci del rito a cui stanno partecipando. I venditori ambulanti di granite, sciroppi coloratissimi, gelati e succo di canna sono, almeno in quest’occasione, i loro amici preferiti, ai quali cercano di far guadagnare qualche rupia, insistendo affinché i genitori aprano il borsellino.

Pubblicato su Viaggiando, Panorama Travel


Tutti a tavola!

Nota soprattutto per le sue belle spiagge, Goa ha molto altro da offrire: dalle tracce della lunga colonizzazione portoghese (450 anni) al misticismo delle sue molte religioni (induismo, cattolicesimo, islamismo ecc.), da una rete capillare di strutture per il turismo a una cucina eccellente. Agitata per decenni dallo scontro culturale fra tradizione locale e costumi importati (a volte troppo succinti), il piccolo Stato della federazione indiana sembra avere sempre qualcosa di nuovo da offrire al visitatore. A partire dalla sua capitale, Panjim per i filo-portoghesi, Panaji per i filo-indù, questi ultimi dominanti dopo l’uscita di scena dei lusitani nel 1961. Qui, tra bettole per beoni incalliti - un’eredità della colonizzazione -, traffico matto e aromi di ogni natura, locali di recente apertura o sulla scena da anni - ma con la capacità di rinnovarsi continuamente - offrono delizie per il palato ad ampio raggio. Alla base dell’Hotel Fidalgo (hotelfidalgo-goa.com, nella centralissima 18th June Road), c’è solo l’imbarazzo della scelta per soddisfare l’appetito. A colazione o per il tè si possono varcare le porte di Aunty Maria, pasticceria-caffè aperto 24 ore. A pochi passi, lungo il corridoio che porta alla reception dell’albergo, i ristoranti - in parte nuovi - della cosiddetta Food Enclave (portate una sciarpa anti-aria condizionata!) offrono cinque tipi di cucine differenti, tutte eccellenti: Legacy of Bombay(cucina del Sud e del Punjab, esclusivamente vegetariana, da colazione a cena), O Goa (cucina goana, con piatti di riminescenza portoghese: Sorpotel o Sarapatel - un saporitissimo stufato di carne e interiora cotte con spezie e aceto, diffuso anche nel Nord-est del Brasile -, montone Vindaloo - aceto e aglio a go-go -, pollo Xacuti - spezie, semi bianchi di papavero, cocco grattugiato, grossi peperoncini piccanti secchi -, curry di gamberoni - Zungtachi - e di Pomfret - pesce delle famiglia Bramidae - e, per finire, una fettina di Bebinca o Bibinca, dolcetto portoghese),Bhojan (specializzato in Thali - piatto unico con un’infinità di piattini & spezie - del vicino Stato del Gujrati), Mirch Masala (cucina indiana doc, per i piatti più classici), e Chilli’n’Spice (cucina continentale - qualche piatto italiano -, cinese e indiana, con una band filippina che si esibisce a partire dalle 8.30 di sera). Per chiudere in bellezza, dopo una tale abbuffata, si può attraversare la strada e deliziare occhi e palato alla pasticceria Gujarat Sweet Mart, un evergreen di Panjim, tappezzata da vassoi sconfinati di dolcetti venduti a peso (chiedere prima quanto costano). Da accompagnare con un bicchiere di chai bollente, servito in loco dentro a bicchierini di plastica roventi (portate i guanti da sci).



Molti altri, in città, i locali in cui assaggiare piatti deliziosi, sempre per cifre abbordabili. Di recente inaugurazione, di fronte al giardino municipale, Upper House (theupperhousegoa.com, Rua Cunha Riveira, cercate l’insegna con il gallo) offre buoni piatti di cucina goana; specialità: filetto alle spezie locali in pasta di zenzero e aglio, arrostito nella terracotta. Ritz Classic (Wagle Vision Building, 18th June Road) è specializzato in pesce e piatti a base di frutti di mare, a prezzi contenuti. Altro locale ‘storico’ della città è Delhi Darbar (delhidarbargoa.com, M. G. Road), ristorante indiano ‘di lusso’ (circa 10 euro a persona, portate fantastiche), frequentato dall’élite locale e da numerosi turisti - in truppa, quando in città sbarcano le crociere. È bene prenotare. Decisamente più economico è lo storico e vorticoso - di gente, piatti, camerieri - Sher-e-Punjab (sher-e-punjab.com, 18th June Road), una tavola calda molto frequentata, sia dalle famiglie sia dai turisti. Ottima cucina indiana a prezzi accessibilissimi (un pasto in media costa 3 euro a persona), aperto tutti i giorni fino a tardi, nel centro della ‘via dei negozi’. Piatti simili e, in particolare, della cucina del Punjab, al New Punjab, anch’esso di fronte al giardino municipale. Porzioni succulente ed economiche in un’ambientazione priva di fronzoli ma ricca di atmosfera (non per gli integralisti igienisti…). Venite (January Road 31, vicino all’ufficio postale) è un colorato locale - bar e ristorante, decorato con una certa fantasia - sulla scena da anni, ma con la capacità di rinnovarsi. Il suo menù va dai piatti tradizionali goani a quelli ‘continentali’ (pasta &friends), e i tavoli incastrati nei mini-balconcini che si affacciano sulla strada sono i più ambiti. Ernesto’s (49 Mala) offre cucina varia - goana-portoghese, continentale, cinese, piatti di pesce - vicino al tempio Maruti, a Fontainhas, il quartiere più portoghese di Panjim. Altro ristorante famoso da anni, poco oltre Campal, verso Miramar, è Mum’s Kitchen(854 Martins Building, D.B Street), con ottimi piatti di cucina goana. IlCafé Mangii (cafemangii.com/restaurants-panjim, Madhav Ashram, MG Road), con un nome così (due i), può solo avere un menù di prelibatezze ispirate al Bel Paese: capponata di melanzane, focaccia alle erbe, mousse di asparagi, gnocchi con couscous, bruschetta con brie e funghi arrosto. Per digerire il tutto, una sambuca o un bicchiere del locale feni, potente distillato dal frutto di caju.


I giovani locali negli ultimi tempi amano in particolare il pub e ristorante elounge e nightclub Down The Road (Rua de Ourem, nei pressi del Patto Bridge), aperto solo di sera. Chi ama i luoghi lounge-style può fare un salto al Goa Marriott Resort e scovare AZ.U.R., locale camaleontico:breakfast café al mattino, lounge durante la giornata, sofisticato bar di sera. Per un ottimo cappuccino con un cuore disegnato nella spuma non mancate le due filiali di Café Coffee Day, il primo nell’Arthur Viegas Building (vicino al ristorante Delhi Darbar), il secondo a due passi dalla rotonda di Miramar, dalle 9 alle 23. Altro locale per snack e dolcezze varie è Cremeux (shop n° 6, Malbrao Building, vicino alla sede del quotidiano Navhind Times): pane fresco e pasticcini a volontà. La maggiore attrazione in città, di questi tempi, però, sono i barconi ormeggiati sulle placide rive del fiume Mandovi, all’interno dei quali c’è il casinò (Goa, nel panorama indiano, è terra di perdizione: alcol e non solo) e si proiettano film di Bollywood a volume deflagrante. Di solito il programma della minicrociera include la cena e le bevande, a prezzo fisso. Le barche più note sono la Casino Carnival e la Casino Royale Goa. Per chi ama le cose grandi, il Maharajah Casino è a bordo di una nave con bandiera panamense. Un nome e un vessillo che già dicono tutto… Sempre in città, due i locali dove seguire eventi e spettacoli: Kala Academy (kalaacademy.org, Dayanand Bandodkar Marg, Campal), un attivo centro culturale con un cartellone ricco di mostre, concerti, danza tradizionale. E poi l’Inox Cinema, (Old GMC Heritage Precinct, Campal, di fianco al mercato centrale), dove vedere qualche film occidentale e grandi quantità di pellicole di Bollywood, in una sala moderna e pulita (anche qui sciarpa per l’aria condizionata). Per acquisti di gusto: Barefoot (January Road, vicino all’ufficio postale). Begli oggetti per la casa e accessori di buona qualità, a prezzi contenuti. Parte di una catena, è aperto dal lunedì al sabato dalle 10 alle 20.



Goa, però, non si limita solo alla capitale, numerosi sono i locali interessanti sulle spiagge e all’interno. Anche qui si può partire dalla tavola: per farlo, il consiglio è di cominciare dalla tradizione. Il Ruchira Restaurant (5° piano/terrazza dell’Hotel Satya Heera, di fianco al tempio indù), nella poco attraente Mapusa, non ha nulla di nuovo, ma è un must per chiunque si rechi a Goa. Il locale, economico e senza pretese, scodella butter/tandoori chicken buoni da far lacrimare. Bella vista sulla città e pochi turisti. Fra la miriade di tavole imbandite sulle spiagge alcune si distaccano per qualità, soprattutto lungo il litorale a nord di Panjim. Thalassa (myspace.com/thalassagoa, Small Vagator Beach, nella parte alta) offre piatti greci da leccarsi i baffi, su una terrazza che domina la spiaggia. Feta fusa e souvlaki deliziosi, a prezzi indiani. A pochi passi, Fusion (Small Vagator Beach) ha ottima cucina indiana e internazionale - di giorno buone olive ed eccellente osto libanese conpita; solo di sera pizza e polli arrosto, i secondi una vera rarità da queste parti -, in un patio piacevolissimo, a prezzi più che decenti. Nella convulsa Calangute, Souza Lobo (souzalobo.com) è un locale semplice che propone piatti succulenti a base di pesce, di frutti di mare e alcune prelibatezze della tradizione goana. Anche questo locale, aperto tutti i giorni dalle 11 alle 23, non ha alcunché di nuovo: è sulla breccia dasettantotto anni, e come tale va rispettato. E se già siete a Calangute, non mancate di fare una visita allo Kerkar Art Complex(subodhkerkar.com, Gaurawado), un’interessante galleria d’arte - un’isola di eleganza nella sciatta Calangute - con spettacoli di musica e danza tradizionale ogni martedì sera. Nella vicina Baga, il Café Mambo (Tito’s Lane, Calangute Road) è un punto di riferimento per chi ama la vita notturna, parte del complesso della celeberrima discoteca Tito’s, sulla scena dal 1971. Lounge-bar con svariati tipi di musica, per ballare in spiaggia e fare le ore piccole.


Nella più bella e rilassata Morjim, Papa Jolly’s (New Vaddo, Ashwem Road) è un hotel costosetto con un buon ristorante, i cui piatti spaziano dal Mediterraneo alla Cina, passando per l’India. A Candolim un punto di riferimento per chi ama la cucina del Sud-est Asiatico è Republic of Noodles (Lemon Tree Amarante Beach Resort), un eccellente ristorante specializzato in piatti a base di noodles - e molto altro - tailandesi, birmani, vietnamiti, singaporiani e indonesiani, il tutto servito in un’atmosfera assai piacevole. Nella quieta Mandrem, Dunes (dunesgoa.com) è un grande capannone che fa parte del complesso omonimo con numerosi bungalow. La sua cucina è eccellente, e i tavolini con vista sul mare rendono ancora più piacevole il pranzo o la cena. Nella hippie Anjuna, da decenni un punto fisso è la German Bakeryin una viuzza priva di nome, non lontano dal Flea Market (il mercoledì!), ad Anjuna. Bell’ambiente freak e buoni piatti a prezzi decenti. Circondati dalla vegetazione (portate un repellente per zanzare, come l’ottimo e locale Odomos), in un ambiente molto internazionale e senza fronzoli, dalle 8,30 alle 23. No drugs, come recita un chiaro cartello. Lungo il litorale meridionale, infine, non si può non segnalare Martin’s Corner (martinscornergoa.com, Binvado, Betalbatim Beach), con eccellenti piatti della tradizione goana e a base di pesce e di frutti di mare. Igiene e chef altolocati sono due dei suoi segni distintivi, tra la miriade di ristorantini pulciosi e improvvisati che tappezzano la costa di Goa.


Visto luuuuungo, era ora!
Il governo indiano ha deciso, finalmente di estendere la durata del visto turistico: ora si può visitare il Paese con un visto che vale 180 giorni e permette entrate multiple, nel corso di un anno. Un’ottima notizia per gli habitué di Goa che tra ottobre e febbraio svernano sulle sue spiagge senza grosse frette di rientrare in patria.



Camminatori con una missione
Stanchi di fare settimane enigmistiche o di scacciare le venditrici ambulanti dell’etnia Lamani in spiaggia? Desiderosi di opere pie? Recatevi al centro dell’International Animal Rescue (http://pietrotimes.blogspot.jp/2011/07/lultima-spiaggia.html), imboscato fra la vegetazione della bella Assagao (iar.org.uk, tel. 0091+832 2268328), non lontano da Vagator, e offritevi come volontari per portare a spasso i cani qui ospitati, sopravvissuti alle infernali strade indiane. Il centro (aperto dal lunedì al sabato dalle 10 alle 12 e dalle 14,30 alle 16, 30) è sempre alla ricerca di walkers che facciano sgranchire le zampe ai migliori-amici-dell’uomo. Anche le donazioni, ovvio, sono più che welcome.



DOVE DORMIRE
The Crown (thecrowngoa.com, Bairro Alto dos Pilotos, José Falcão Road, tel. 0091+832 2400000) è il più nuovo cinque stelle (indiane) di Panjim, con una bella vista sul fiume Mandovi. Con casinò e piscina, offre tutto il comfort immaginabile per godere al meglio della città. Alla domenica non mancate il suo brunch. Camere a partire da 5.500 rupie (poco più di 80 euro), colazione inclusa.

Il sempre lussuoso Goa Marriott Resort (marriott.com/hotels/travel/goimc-goa-marriott-resort-and-spa, Miramar Beach, tel. 0091+0832 2463333) è stato rinnovato di recente. Comfort estremo ed eleganza, su una sponda del Mandovi. Cucina eccellente, camere a partire da 6.750 rupie (100 euro).

Panjim Inn (panjiminn.com, 31st January Road, Fontainhas, Panjim, tel. 0091+0832 2435220) è un locale storico della capitale, ricco di atmosfera, anch’esso rinnovato di recente, con belle camere a prezzo contenuto (doppia da 3000 rupie - circa 45 euro - in su, inclusa colazione). Mobili coloniali e un buon ristorantino-caffè, nel cuore della zona portoghese.

Hotel Fidalgo (hotelfidalgo-goa.com, 18th June Road, Panjim, tel. 0091+0832 2226291), altra istituzione della capitale goana, ha camere doppie a partire da 55 euro, in un hotel relativamente moderno, tra i migliori del capoluogo. Alla base ha diversi ristoranti eccellenti, tra i migliori della città.

White Feather (whitefeathergoa.com, lungo la strada principale di Morjim, subito prima di Ashvem, tel. cellulare 0091+ 9850242011) è una guest-house immacolata, con poche stanze tenute benissimo. A breve distanza da una delle più belle spiagge di Goa (Morjim), in un’oasi di tranquillità. Colazione non inclusa, prenotare con buon anticipo. 25 euro la doppia in bassa stagione, molto di più in alta.


ALTRE FOTO SU:
http://www.agefotostock.com/age/ingles/isphga01.asp?querystr=goa&ph=scozzari&Page=1

http://www.argusphoto.com/argusfeature/travelfeature.travelfeature..(0-361).India.218-226000.html


http://www.argusphoto.com/argusfeature/travelfeature.travelfeature..(0-1321).India.218-430000.html




Nessun commento:

Posta un commento