Visualizzazione post con etichetta BRASILE. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta BRASILE. Mostra tutti i post

lunedì 2 settembre 2013

BRASILE - SALVADOR DE BAHIA, IL MERCADO MODELO


Ai piedi dell’Elevador Lacerda, l’ascensore che collega la città alta (Pelourinho) a quella bassa (Cidade Baixa), nel quartiere di Comércio, tra banche e uffici. Inaugurato nel 1912, il mercato è stato vittima di cinque incendi e più volte ricostruito. In origine vi si vendevano frutta, verdura, animali, sigari, cachaça e oggetti legati ai riti del candomblé, la dottrina sincretica afro-brasiliana. Prospiciente la Baia de Todos os Santos, dopo l’incendio del 1969 è stato spostato nell’edificio attuale, in origine sede dell’ex dogana, un palazzo neoclassico del 1861. Oggi è interamente dedicato ai souvenir per turisti, diviso su più piani affollati di negozietti collegati da scalinate metalliche. Non più ortaggi né animali, ma vi si può trovare tutto ciò che rappresenta il folclore brasileiro: dai berimbau (lo strumento che dà il ritmo alla capoeira, di cui si possono vedere dimostrazioni acrobatiche sul retro del mercato: attenzione ai muscolosi capoeiristas particolarmente decisi a ottenere ‘collaborazioni’ in denaro se li avrete immortalati senza previa richiesta) ai mille ninnoli del candomblé (in primis il balangandã, specie di ‘portachiavi’ che raduna svariati portafortuna, ma anche le fitas, braccialettini con i nomi dei santi). 






Infiniti strumenti musicali, oltre il berimbau, dal pandeiro alla cuica, entrambi fondamentali durante le sfilate di carnevale. E poi: bellissime redes (amache, dai 10-15 euro in su), fresche camicie bianche di cotone con bottoni di noce di cocco (circa 10 euro), carrancas (scaccia spiriti di legno da mettere all’ingresso di casa), tovaglie ricamate a mano (di tutte le misure e di tutti i prezzi), le famose ceramiche del Pernambuco (scacchi, statuette, con prezzi a seconda delle dimensioni, partendo da pochi euro), magliette della santa seleção, quadri di pittori locali che raffigurano scene della città (le casette multicolor del Pelourinho, una roda de capoeira, i pescatori al lavoro a bordo di antichi saveiros - le barchette a vela immortalate da Amado). Occasionalmente, all’esterno, qualche cantastorie intona le note della literatura de cordel, le canzoni popolari ispirate alla storia o ai fatti di cronaca, i cui testi sono stampati su libricini appesi a corde, in vendita.


lunedì 26 agosto 2013

USA - NYC, BRAZILIAN DAY



Sunday, September 1st (Labor Day weekend)
West 46th Street, Manhattan
New York City
BRAZILIAN DAY





mercoledì 3 luglio 2013

BRASILE - SAN PAOLO, JAPÃO

Un viaggio a San Paolo, Brasile. 
Inseguendo il Giappone.

Liberdade, nome che sa di libertà, e che a San Paolo è sinonimo di Asia. Di Japão, per la precisione. Qui, infatti, vive la comunità nipponica più grande al mondo fuori dal Giappone. Vi abitano anche parecchi cinesi e coreani, ma i giapponesi dominano, tanto da avere un museo dedicato alla loro immigrazione. Il quartiere non è grande, ma zeppo di cose da vedere/fare/mangiare. Il museo è nel cuore della Liberdade, a qualche isolato dai negozi di merci asiatiche, veri e propri shopping-center ricavati in condomini formicaio. Molti anziani parlano poco e male il portoghese, altri lo hanno fatto loro al cento per cento, come le due vecchiette in cui sono incappato in una drogheria, occupate a parlare di questioni calcistiche (è meglio il Corinthians o il Palmeiras?) come qualunque altro paulistano DOC. Nella piazzetta centrale della Liberdade ogni fine settimana si tiene il mercatino di artigianato e di cibi asiatici, frequentato massicciamente dai turisti di mezzo Brasile, gli stessi che accorrono per le mille feste giapponesi che si tengono da maggio ad agosto. L’associazione Bunkyo, che si occupa di promuovere la cultura giapponese e di fare assistenza sociale, organizza il Bunka Matsuri, la Festa della Cultura Giapponese (bunka = cultura, matsuri = festa), quest'anno il 5 maggio (ma con eventi collaterali per tutto il mese). Grande orgia di balli di strada, tamburi taikô, cerimonie del tè, cantanti tradizionali (geishe in kimono e pavarotti con occhi a mandorla) e moderni (esponenti del cosiddetto J-rock, J per Jap), arti marziali, lezioni di scrittura shodô (con inchiostro sumi) e di origami, danze del ventaglio, mercatini di prodotti giapponesi. Il menù è ricchissimo: tempura (verdure fritte, a volte con gamberi), yakitori (spiedini di pollo), yakisoba (spaghettoni con verdure e carne), takoyaki (polpette di polipo fritte), taiyaki (polpette a forma di pesce, ripiene con purè dolce di fagioli azuki), udon (spaghettoni in brodo), mochi (dolcetti a base di riso), sanma (pesce grigliato), gyoza (ravioli alla piastra, ripieni di carne) e sushi. Più un’infinità di altri dolci e dolcetti dai nomi complicati, ma che lasciano traccia nella memoria.



La Bunkyo organizza anche il Festival del Ciliegio in fiore, antica tradizione assai viva dovunque ci siano comunità giapponesi, soprattutto a New York e Washington. L’edizione paulista si tiene sulle colline di São Roque, paesino alle porte di San Paolo. Tra campi di alberi fioriti, il 6 e il 7 di luglio si svolge una due-giorni all’insegna del Giappone più bello che c’è. Un maestro d’arte vi insegna come fare aquiloni pazzeschi, mentre sul palco agli spettacoli di aikido si alternano le note sdolcinate di Maurício Miya, cantante sertanejo (il country brasiliano): cappello da cowboy, sonorità strappacore e occhi a mandorla, un mix pressoché unico. Nella grande mangiatoia pubblica - il tendone ai piedi del palco - la gente s’affolla assatanata per conquistare le mille leccornie offerte. Si può vedere come si fanno imochi, i dolcetti di riso ripieni di purè di fagioli. Il riso viene battuto a lungo con possenti martelli da Thor dentro a grandi pestelli, fino a ottenere una massa gommosa ideale per giocarci, come fosse pongo. La cioccolata Lindt è senz’altro migliore, ma vogliamo mettere la bellezza della creazione?



Tanabata Matsuri, il Festival delle Stelle
Lo spettacolo degli spettacoli, invece, è organizzato dalla Miyagui Kenjinkai do Brasil. Il Tanabata Matsuri (sabato 6 lugliohttp://www.culturajaponesa.com.br/?p=2624) è un’antica festa giapponese che ha origine nell’analoga festa cinese di Qi Xi. Quella di Tanabata si rifà alla leggenda di Orihime (la ‘Principessa tessitrice’), figlia del Tentei (Re del Cielo), solita tessere bellissime vesti per il babbo lungo le sponde dell’Amanogawa (la Via Lattea). Il re la voleva sempre al telaio, perché la principessa gli sfornava abiti di rara bellezza. Ma questa era infelice, perché tutto quello sgobbo le impediva di fidanzarsi. Il re, impietositosi, le fece incontrare Hikoboshi, mandriano noto come Kengyuu. L’amore scoccò al primo sguardo e i due si sposarono. Il nuovo status fece archiviare il telaio, mentre Kengyuu lasciò le proprie mucche a pascolare nel paradiso (il cortile del suocero). Il re si imbestialì, tanto da imporre la separazione ai due: ognuno su una riva opposta dell’Amanogawa, guai a voi se vi ribecco assieme. E tu, rimettiti al telaio. Orihime ricadde in depressione, per cui se il re voleva di nuovo un guardaroba pregiato doveva cedere alle richieste piagnucolose della figlia. Le permise di incontrare il marito solo il settimo giorno del settimo mese, una volta all’anno, alla condizione che si applicasse al telaio con lena da catena di montaggio. La prima volta in cui i due tentarono di vedersi, tuttavia, l’incontro fallì. Piccolo dettaglio: il fiume non aveva ponti. Orihime pianse cascate di lacrime, tanto da richiamare uno stormo di gazze che costruirono un ponte con le ali. Una variante della leggenda fa corrispondere Orihime e Kengyuu alle stelle Vega e Altair che, in effetti, sono visibili una volta all’anno. La leggenda nel tempo si fuse con quella della principessa Oto Tanabata, la quale costruì uno scaffale (tana) e una macchina per tessere (bata), così da offrire i propri lavori a dio.



Il finale felice della storia viene ripreso dalla gioia della festa di luglio. Le strade della Liberdade sono allora decorate con centinaia di fukinagashi (‘spazzato dal vento’, come lo stile omonimo usato nel bonsai), festoni colorati fatti di origami, simbolo delle stelle. A queste, penzolanti a mezz’aria, si accompagnano numerosi sassadake, rami di bambù cui vengono appese migliaia di tanzaku, bigliettini colorati sui quali la gente scrive un desiderio. Il tanzaku giapponese servirebbe come biglietto augurale per avere una bella calligrafia e per una buona riuscita negli studi, ma in Brasile copre tutta la gamma della trimurti della speranza (amore, denaro, salute). La cerimonia di apertura del Tanabata Matsuri prevede una serie interminabile di prolusioni dei politici e dei VIP locali, mentre quella di chiusura è celebrata da un prete scintoista davanti a un altarino con peperoni, cetrioli e seppie essiccate. Tra i due momenti, per due giorni, sul palco si alterna di tutto: cantanti pop, maestri di kung-fu, mimi, tamburi taikô, gare di yo-yo. In strada: gruppi folcloristici, kimono bellissimi, bancarelle fumanti, calca di gente che cerca di sentirsi giapponese, almeno per un giorno, attraverso lo stomaco. In passato si sono tenuti anche esibizioni di tango interpretate da pensionate giapponesi travestite da tangueras argentine, oltre a fantastiche gare di sumo. Ogni anno il menù cambia, ma lo spettacolo è sempre garantito.



Il Festival do Japão, grande fiera della giapponesità
Gli spettacoli migliori del Bunka Matsuri e del Tanabata Matsuri - stessi gruppi di taikô, stessi cantanti, stessi cerimonieri del tè - vengono ripresi in blocco ed estesi a molti altri partecipanti durante il Festival do Japão, un’imponente tre-giorni in luglio (dal 19 al 21http://www.festivaldojapao.com/festival-2013/) dedicata a tutto ciò che sa di Giappone. L’atmosfera è quella fieristica e l’evento è ospitato nel Centro de Exposições Imigrantes, contenitore adatto a tali imprese. Per l’occasione persino il Banco do Brasil, la banca nazionale brasiliana, si mette il kimono, installando una filiale con le forme di una casa tradizionale di Kyoto. All’interno del padiglione fieristico c’è di tutto: esposizioni di ikebana, case automobilistiche giapponesi, produttori di sake, bancarellari specializzati in manga, importatori di frutta asiatica, venditori di yukata (kimono ‘da bagno’, estivo e informale) e di spade katana, il fotografo che, in cambio di qualche real, vi avvolge in scintillanti kimono per la foto ricordo su uno sfondo di ambientazione giapponese. Su una pedana si tengono gli spettacoli di ginnastica senile del gruppo Rádio Taissô (‘ginnastica attraverso la radio’, la stessa fatta nelle aziende giapponesi prima del lavoro), composto perlopiù da anziane solite fare esercizi ogni mattina presto nella piazzetta centrale della Liberdade. Fuori sembra che la gente sia stata messa all’ingrasso, e verso l’ora di pranzo si fanno file di un’ora per riuscire a conquistare qualche prelibatezza agli stand gastronomici. Per i brasiliani non di origine asiatica questa è un’avventura in terra straniera: provano piatti mai assaggiati prima, mentre per gli oriundi nippo-brasiliani è una piacevole orgia di sapori ben noti.



Sul palco lo spettacolo non ha un momento di tregua. Gruppi di tamburi taikô, giunti da tutto il Brasile, si esibiscono incessantemente. Anche ogni arte marziale ipotizzabile trova spazio, compresi i terribili ninja, atleti che sembrano imitare l’Uomo Ragno, tra salti e capriole tutte urletti da assassino. Più pacifiche sono le esibizioni di ginnastica senile, di musicoterapia - riservata ai diversamente abili -, alle danze tradizionali con bastoncini. In un bel mix che unisce tutte le età, ai gruppi di anziani si alternano gli spettacoli di hip-hop nippo-brasiliano, etichetta che già dice tutto di sé. Il vero clou dello show, però, è il concorso di Miss Festival do Japão. Vi partecipano semidee giunte da tutto il Paese, quasi sempre giapponesi per metà. Il risultato dell’incrocio delle cosiddette razze è spettacolare e i fotografi impazzano sotto il palco. I servizi d’ordine devono allontanare la gente (maschi con la bava alla bocca) con il forcone, non appena le fanciulle compaiono sulla passerella. Con la coda dell’occhio noto che il fotografo alla mia sinistra - un anziano giapponese - zooma incessantemente solo sui piedi delle partecipanti. Pervertito feticista, evviva il Giappone. Le candidate sono supportate da piccole tribù di facinorosi che fanno un tifo da stadio, con tanto di striscioni e trombette deflagranti. Ogni volta che la loro pupilla si esibisce - si toglie il kimono e sfila in bikini, risponde alle difficilissime domande del presentatore (“Che cosa ami fare la domenica?”, “Ti piacciono i bambini?”) - i sostenitori esplodono in boati da curva sud. A giudicarle una giuria composta da ex miss, stilisti e guardoni di svariata natura.



Anime Friends, la Grande Festa
Contemporaneamente al Festival do Japão si tiene l'Anime Friends (dall'11 al 21 lugliohttp://www.animefriends.com.br/), evento atteso per tutto l’anno dai giovanissimi. L’incontro dei cosplay, la convention degli amici delle animazioni giapponesi, manga ma non solo. Fenomeno globale esploso negli ultimi anni, in Brasile già alla settima edizione. Alla primissima, nel 2003, vi parteciparono poche migliaia di adolescenti paulisti, oltre al sottoscritto. Avevo ricevuto l’imboccata da Rogério de Campos, amico editore della Conrad, casa editrice matta che pubblica roba a cinque stelle, dai saggi sui moti studenteschi italiani del ’77 ai manga più belli, da Luther Blisset/Wu Ming (Q54) alla Dalia Azzurra di mio zio-fumettaro Filippo (ma non ditegli che l’ho chiamato fumettaro, o mi toglie il saluto). Arrivato alla fiera dei picchiatelli con fidanzatina d’ordinanza mi cadde il mento. Il luogo pullulava di bimbe manga uscite dai racconti più pervertiti. Gli occhi cominciarono a luccicarmi e, dopo un po’, fingendo un’emicrania, convinsi la fidanzatina a trascinarmi via. Sfidanzatomi, ci sono tornato. 



La Cosa ora ha assunto dimensioni ciclopiche: all’ultima edizione dell’Anime Friends c’erano circa 150.000 persone. Code allucinanti per entrare. Ma, si sa, i giovani sono disposti a combattere le crociate, per ottenere ciò che davvero vogliono. All’interno orde vorticose di adolescenti brasiliani - io forse l’unico straniero, a parte qualche giapponese DOC invitato per l’occasione -, in un moto continuo di ragazzume che si trascina da un corso di manga al palco dove si tengono le gare per il cosplay più convincente. Alcuni potrebbero avere davanti carriere da attori, altri, i più, ci provano e basta. Sulle groppe di molti presenti zainetti da venticinque chili, tanto sono carichi di portachiavi penzolanti. Purtroppo solo un 1% partecipa all’AF con un costume: i più, giunti da tutto il Brasile, sono lì solo per guardare chi ha avuto più coraggio (o fantasia, o genitori meno rompiscatole) per uscire di casa e prendere la metropolitana travestito da marziano in epoca non carnevalesca. Quell’1%, però, si dà parecchio da fare, ed è sempre disponibile a posare per l’obiettivo dei fotografi. Esibizionismo a go-go, com’è giusto che sia in una tale circostanza. Sul palco riservato ai concerti impazza la musica più fuori di testa che c’è, da vere band giapponesi oltre-i-Bastioni-di-Orione a qualche scoppiato locale reduce da qualche Festa della Birra localissima. A due passi dal palco c’è il mangiodromo, dove si mastica qualcosa al volo su tavoli e sedie di plastica. Ancora cibo pseudo-giapponese, ma non solo, e di pessima qualità. È noto come gli adolescenti, in genere, a tavola non abbiano pretese elevate, soprattutto in un’isola di libertà come questa, dove c’è di meglio da fare che mangiare. Finalmente su Marte, lontani anni luce da genitori & scuola.

Pubblicato su Smoking


martedì 28 maggio 2013

BRASILE - ITALIANOS



Veneti do Brasil

Tutti sanno come nei quattro angoli del globo viva una popolazione oriunda italiana pari a poco più di quella dello Stivale: a chiunque sono note le grandi comunità nordamericane, argentine o australiane. Ben pochi, però, sanno che anche nel tropicale Brasile, su una popolazione di oltre centottanta milioni di anime, più o meno ventidue sono di origine italiana, di cui trecentomila con il nostro passaporto. Si calcola che tra il 1836 e il 1959 in Brasile arrivarono circa un milione e seicentomila italiani, numericamente secondi, ma di poco, solo ai portoghesi. La telenovela Terra Nostra, un successo globale - comprata perfino dall’Indonesia - con tanto di sequel, ci ha fatto scoprire un nuovo mondo, di cui in buona parte ignoravamo l’esistenza.


Nel 1888, ultimo tra i Paesi, il Brasile abolì la schiavitù. L’impianto latifondista delle fazendas, però, era attivo più che mai e le braccia iniziarono a scarseggiare. Dal lato di qua dell’oceano, soprattutto nell’oggi florido Nord-est, allora si faceva la fame e le terre, montuose o ipersfruttate, non davano più raccolti. Presto si sparse la voce di una nuova Terra Promessa, dove se ti cadevano due semi di girasole dimenticati nella tasca dei pantaloni il giorno dopo ti ritrovavi una piantagione con fusti di due metri. I bastimenti vennero presi d’assalto, anche perché il governo brasiliano, per avere due piccioni con una fava e risolvere l’annoso mal di testa delle scaramucce territoriali con l’Uruguay, cedette a prezzo politico le terre dell’estremo Sud a qualunque bracciante disposto a coltivarle. Incentivò i viaggi transoceanici arrivando a offrirli gratuitamente. Veneti, trentini e lombardi, per i quali i concetti di terra e di proprietà erano sacri almeno quanto i loro santi, arrivarono a frotte. Prima lentamente, poi a ondate. Si insediarono nei luoghi più impervi, disboscando foreste come non ne avevano mai viste prima e cacciando animali ben più numerosi dei cristiani. I primi arrivati, addirittura, si adeguarono a dormire sotto le radici di alberi grandi come condomini, almeno fino alla costruzione della prima baracca di legno. E tirarono la cinghia, fino al primo raccolto. Poco propensi a mescolarsi con gli altri - tedeschi, polacchi e ‘pelos duros’, i gaúchos di origine spagnola -, fondarono colonie - dette linhas - a sé. Con la loro lingua, ossia i dialetti portati da casa.


Oggi la storia degli italianos do Brasil è diventata mito, i primi coloni si sono guadagnati un museo in ognuno dei centri - più o meno grandi - del Rio Grande do Sul, la vita è cambiata e il benessere si è diffuso, ma le tracce dell’italianità sono ancora molto profonde. Innanzitutto la lingua, iltalián, un mix di dialetto veneto e portoghese (più del primo che del secondo), sopravvive alla globalizzazione e al tempo, soprattutto nelle comunità rurali distanti dalla costa. Terra Nostra ha fatto riscoprire questa lingua a lungo dimenticata ai nostri cugini di laggiù, e il successo della telenovela è stato così grande da dare origine a un vero e proprio filone dedicato ai coloni italiani: Terra Nostra IIEsperança (dove sono narrate le gesta dei pracinhas, i brasiliani che vennero a combattere in Italia durante la Seconda guerra mondiale) e A casa das sete mulheres (‘La casa delle sette donne’, da noi ‘L’Eroe dei due mondi’, una saga che narra delle vicende guerresche e sentimentali di Garibaldi e Anita).


L’oblio sugli italiani, in quel periodo, era sceso per colpa delle leggi del dittatore Vargas che, durante la Seconda guerra mondiale,  dopo infiniti tentennamenti aveva scelto  di appoggiare gli statunitensi, più vicini e di maggior garanzia economica rispetto all’Asse. Vargas proibì ufficialmente l’uso dell’italiano, dei suoi dialetti e del tedesco. Nelle campagne del bianchissimo Rio Grande do Sul vennero inviati soldati mulatti da Rio, a fare da censori linguistici contro contadini che in portoghese, sì e no, sapevano contare fino a dieci. Fu inaugurata una rabbiosa caccia ai pensieri, e gli anziani di oggi si ricordano ancora della paura della galera per chiamare i radicci o i bígoi con il loro nome. L’onta sulle lingue ‘proibite’ è durata fino a qualche anno fa, quando, grazie soprattutto alle novelas, l’italianità è riesplosa come un fattore di moda, e ora in talián circolano libri, dizionari, cd, testi della messa, ricette. Renato Nichetti, un dj di Bento Gonçalves, ogni domenica mattina tiene un programma radiofonico di successo in talián su Radio Viva.


taliáni di oggi, così come i loro avi, sono grandi lavoratori e il vino, soprattutto nella regione centrorientale del Rio Grande do Sul, è il motore dell’economia. Nell’ultimo decennio le cooperative vinicole si sono decuplicate in centri come Garibaldi - la capitale dello spumante brasiliano -, Bento Gonçalves, Pinto Bandeira, Caxias do Sul. In quest’ultima ogni anno tra febbraio e marzo si tiene un’imponente Festa dell’Uva, con tanto di elezione di Regina e Principesse, tutte rigorosamente bionde e bianche-che-più-bianche-non-si-può. La regione dei vini è divenuta una potente calamita per i turisti dell’intero Sud del Brasile e numerosi sono i cariocas o i paulisti che vengono a degustare rossi, bianchi e rosée sulle tracce dei coloni. Tutte le antiche case in pietra vengono restaurate e i circuiti che vanno da una fetta di salame a un calice di vinho tinto passano attraverso i vecchi mulini dove si macina il grano per fare la polenta, le officine dei fabbri, i vigneti in cui la vendemmia si festeggia attorno a gennaio.


Il turismo sulista, ebbro di caccia all’italianità e di uva fermentata, si esalta anche quando prende la Maria Fumaça, un’antica locomotiva che, due volte alla settimana, parte da Bento Gonçalves, attraversa Garibaldi e raggiunge Carlos Barbosa. Al fischio del capostazione viene offerto vino ai passeggeri, e lungo il viaggio le corali e i cantautori, tutti rigorosamente in talián, intrattengono i viaggiatori. A Serafina Corrêa, invece, la centralissima Via Genova, in onore al porto da cui si imbarcarono i primi coloni, sembra un’Italia in miniatura: repliche in scala ridotta dei palazzi di Romeo e Giulietta, del castello inferiore di Marostica, della Rotonda del Palladio di Vicenza, del Colosseo e della Torre di Pisa attirano chi non si può permettere un costoso aereo ma vuole assaporare un po’ di atmosfera europea.


L’Italia e l’idea che essa rappresenta, però, da quelle parti non sono solo un invito a tavola o alle riproduzioni in miniatura. Ci sono anche altre facce della cultura italiana, su più livelli. Si può partire da quello ‘alto’ di O Quatrilho, film del 1995 in gran parte girato ad Antônio Prado, cittadina con oltre quaranta case in legno del tempo dell’immigrazione (e un’agenzia turistica chiamata Tosi Matti). Tratto dal romanzo omonimo dello scrittore José Clemente e musicato da Caetano Veloso, O Quatrilho narra di uno scandaloso scambio di coppie - il titolo deriva dall’omonimo gioco alle carte, durante il quale si può cambiare partner - fra i primi coloni italiani. Scendendo a livelli più bassi, possiamo invece farci due risate quotidiane leggendo le vignette di Radicci, una striscia pubblicata sui principali giornali della zona e che ha come protagonista un omino sempre nudo, con le parti problematiche censurate da un rettangolino nero. In pratica un maniaco sessuale che insegue le sue prede, perlopiù contadine venete con il fazzoletto in testa, dicendo loro porcherie in talián.



Recordare dei nostri italiani

Canzone di Valmor Marasca
(cantante tradizionale italiano del Rio Grande do Sul)

  Fa de più de sento ani che i Taliani qua se rivài
se rivadi de bastimento i ga sofresto peso che animai
i ga trovato puro mato sensa querte dormiva in tera
i ga lutà tanto tanto, quasi come esser nela guera

  Bisogna recordarse dei nostri bisnoni
che grasie a lori poi noi semo qua

  De manara i taieva le piante per piantare formento e milio
quelo gera par el so sostento pena rivati qua in te sto paese
i ga impiantà tanti vignai i ga impiensesto le bote de vin
l’era i Taliani che ghe fea veder la so forsa a tuto el Brasil

Bisogna recordarse dei nostri bisnoni...

  La domenga i ndeva la messa, fiole e fioi e i so genitori
i gaveva tanta fede a Dio che el se pupà anca de tuti noi
se tuta la gente del mondo fusse stata fa i nostri bisnoni
desso el mondo saria ben altro sensa guere e menor povertà

  Bisogna recordarse dei nostri bisnoni...

  Quando l’era i giorni de festa se riuniva diverse fameie
i canteva i jugheva le boce, jugar carte i fasea noti intiere
dei bon tempi jugheva la mora e i beveva anca tanto vin
quando che ghe bateva la fame i magnea polenta e scodeghin

  Bisogna recordarse dei nostri bisnoni...

  Vardè adesso me cari frateli che cità e che bele colonie
tante strade e che grandi industrie che i ga fato per noi ver più soldi
noi qua adesso gavemo de tuto ascoltè cossa che mi ve digo
recordeve dei nostri Italiani che ades i è là in tel paradiso


Massiccia fu l’immigrazione italiana anche nel Santa Catarina e nel Paraná, sia dal mare - attraverso il porto di Paranaguá - sia via terra -: le comunità del Rio Grande do Sul, quando iniziarono a essere sovrappopolate, diedero via a una specie di nomadismo, per chi aveva bisogno di nuovi spazi. Nel Santa Catarina, oggi, circola ancora una buffa battuta. Se volete far imbestialire un santacatarinense ripetetegli la frase che si tramanda da diverse generazioni: “l’unico vero uomo nella storia del Santa Catarina fu Anita Garibaldi”... La compagna dell’Eroe dei Due Mondi, in effetti, nacque proprio lì, a Laguna, un paese del litorale che ha dedicato un piccolo museo alla sua cittadina più illustre. Più a nord, ad Araquarí, un immigrante di ultima generazione, il cremonese Franco Imbrianti, ha dato vita a un sogno. In occasione del cinquecentenario della ‘scoperta’ del Brasile (2000), è riuscito a costruire una copia perfetta - con gli stessi materiali del Quattrocento - di una delle navi della flotta di Cabral, a grandezza naturale. Spirito imprenditoriale, conoscenze tecniche e grande amore per le avventure impossibili i suoi strumenti.


Il Santa Catarina è solitamente considerato una succursale della Germania, ma la comunità italiana che vi abita è di poco seconda. L’attività dei circoli italiani locali è frenetica, come quella del “Giuseppe Garibaldi” di Blumenau. Lì si tengono corsi di lingua e il calendario degli eventi è fitto, prima fra tutti l’imponente Festitália (gastronomia & musica i filoni principali) che si tiene ogni giugno. A breve distanza, a Joinville, qualche anno fa è stata inaugurata Piazza Itália, un ampio complesso con la sede del locale circolo italiano.


Ancora più a nord, a Curitiba, capitale del Paraná, gli italiani non sono da meno. Un intero quartiere, quello di Santa Felicidade, è cosa loro. Lì, così come nel vicino comune di Colombo - dal quale si diparte un Circuito Italiano agrituristico fra cantine e fattorie, un po’ come nel Rio Grande do Sul -, in febbraio si tiene l’annuale Festa dell’Uva. Tra stand culinari e palchi canori, si esibiscono a rotazione gruppi corali che alternano Funiculì, Funiculà a canti tradizionali veneti (Bossi è a un oceano di distanza), spesso con sgrammaticature dovute al passare del tempo. 


I ristorantini, oltre a fiumi di vinho tinto, offrono grandi quantità di polenta fritta e di tagliatelle al ragù, spesso con interpretazioni locali tutte da rivedere. La cucina tradizionale bolognese, invece, è un punto di onore del ristorante Caliceti, nel quartiere di Batel. Riprendendo le antiche ricette, la signora Erminia ha trasformato il suo ristorante in un’istituzione di Curitiba, e la domenica si fa la fila per trovare un posto a tavola od ordinare una porzione di pasta fresca da consumare a casa.


La cucina italiana forse è un’opinione, sicuramente una religione

Il tempo e la distanza hanno fatto sì che la cucina dei nostri compatrioti d’oltreoceano subisse innumerevoli mutazioni rispetto alle ricette originali. Nel Rio Grande do Sul e nel Paraná predomina la cucina veneta o, meglio, ciò che ne rimane dopo oltre un secolo dall’arrivo del primo immigrante. Il pranzo solitamente si apre con la sopa, un bidone di cappelletti (solitamente scritti con una sola T e pronunciati capelèci) in brodo, di qualità variabile e non propriamente al dente. Le altre portate, a volte servite tutte assieme contemporaneamente, comprendono i bígoi (spaghetti un po’ grossi, fatti a mano), i radíci (radicchio con pezzettini di pancetta abbrustolita), la polenta (quasi sempre fritta e dura), il galeto, il formaio (come il Gran Formaggio prodotto in loco - un’imitazione del parmigiano, ma a stagionatura ben più veloce - o il gorgonzola, proveniente dal Minas Gerais) e, quand’è stagione, tonnellate di uva. Come dolce i crostoli, un lontano parente delle sfrappole bolognesi. Una tavola ricca include anche altri primi: lasagne, cannelloni, gnocchi, tortéi (spesso di zucca) e diverse delizie, se solo fossero al dente, non affogate nella besciamella/formaggio e arricchite con un prosciutto degno di tale nome (anziché con l’infame apresuntado, una fettina di carne rosa inqualificabile e a stagionatura iperrapida). A São Paulo, soprattutto nelle cantine del quartiere italiota di Bexiga, dove orgogliosi camerieri e chef vantano di detenere il Sapere della Tradizione, si può trovare di tutto: persino menù che includono gli Espagueti á Bolonhesa (nel 1989 il piatto più consumato nei ristoranti brasiliani) e gli Espagueti ao Ragù. Ora, se il vostro spirito polemico vi facesse venire il dubbio che i due piatti siano la stessa, identica cosa, cercate di non esternarlo al cameriere: altrimenti questi, stizzito e con tono paternalista, vi spiegherà che i primi (o i secondi) sono con la carne macinata, mentre i secondi (o i primi) con i funghi. Ovvio, no?


Nello stato di São Paulo si stima che gli oriundi italiani siano circa sette milioni, perlopiù discendenti degli immigrati che vennero a sostituire gli schiavi nelle piantagioni di caffè subito dopo l’abolizione. Ben pochi fecero fortuna, quella vera. Tra questi, senz’altro, Francesco Matarazzo, un Berlusconi degli anni Venti che dal nulla creò un impero commerciale, partendo dallo strutto di maiale. I più, però, provenienti soprattutto dalla Campania, dalla Basilicata e dalla Calabria, non ebbero tale sorte. Privi di una terra loro - come, invece, i compatrioti del Rio Grande do Sul -, si dedicarono ai lavori più duri, al noleggio delle braccia - negli anni Cinquanta c’era ancora chi tagliava la canna da zucchero -, all’artigianato (i ciabattini in prima linea) e alla produzione del pane. È proprio a quest’ultimo simbolo di italianità che la comunità di ‘Bexiga’ (lett. ‘Vescica’), ufficialmente Bela Vista, il quartiere degli italiani con oltre venti cantine e trattorie molto di moda tra i paulisti, ogni ottobre dedica una festa. Una tavolata di seicentotrenta metri viene ricoperta di sfilatini, pani rotondi e grandi come ruote d’auto, oppure tozzi e lunghi come clave. Nel momento x il pane, frutto di milleduecento chili di farina, viene distribuito gratuitamente e la gente del quartiere, accorsa in massa, si azzuffa per fare incetta.


Tra le varie associazioni italiane di ‘Sampa’, il Circolo Italiano del centralissimo Edifício Itália - il più alto della città -, con i suoi settecento iscritti, è quello più attivo. Tra corsi di lingua, balli, feste, conferenze, gare di carte - la canasta della domenica è un must -, bingo di beneficenza, incontri letterari, spettacoli teatrali e, nella sede ‘campestre’ di Campo Lindo, campionati sportivi e feste per i bambini, ferve di attività sette giorni su sette. São Paulo, d’altronde, è una megalopoli che trasuda italianità: in cucina, nelle feste - quella di San Vito, nel quartiere di Brás, nel 2013 dal 18 maggio al 7 luglio (http://www.associacaosaovito.com.br/); quella della Madonna di Aquiropita, a Bexiga, in agosto; quella di San Gennaro, nel quartiere italiano di Mooca, tra settembre e ottobre -, nell’interessantissima raccolta storica del Memorial do Imigrante (nel quartiere di Brás, attualmente in fase di ristrutturazione per dare vita al più imponente Museo dell'Immigrazione), nell’accento del portoghese che vi si parla (si dice che quello di São Paulo sia senza la S dei plurali, grazie agli italiani) e, non ultimo, sulle pagine del Fanfulla, il settimanale della comunità italiana pubblicato da oltre un secolo.





Pubblicato su Tutto TurismoQui TouringGente ViaggiIl Lunedì della Repubblica

giovedì 2 maggio 2013

BRASILE - IL PALLONE NELL’OLIMPO


Il museo dedicato al Dio Futebol, a São Paulo.
Per sognare di fare gooool! nella megalopoli brasiliana.

Anche chi è allergico alle questioni calcistiche non può non amare il Museu do Futebol di São Paulo (http://www.museudofutebol.org.br/, Estádio do Pacaembu, Praça Charles Miller, metro Clínicas, dal martedì alla domenica ore 10-17, tel. 011.36633848). Inaugurato qualche anno fa, è il nuovo tempio dedicato alla maggiore religione brasiliana, ma non solo. Fra tecnologia e informazione a tutto campo, il museo è un luogo magico in cui il calcio fa da pretesto per attraversare gli ultimi due secoli di storia, brasiliana e globale. 



















Tra gigantografie dei campioni, video, ‘sala degli Eroi’, con particolare attenzione a due dèi di tutti i tempi: Garrincha e Pelé. Spettacolare la sala Copas do Mundo, dove otto ‘totem’ telematici (370 foto e 16 video) ripercorrono le tappe fondamentali di questo sport, della cultura brasiliana e degli eventi contemporanei alle coppe del mondo. Prima di uscire si possono pure dare calci virtuali a un pallone su un campo altrettanto virtuale e fare goooool! Da non perdere, anche da parte di chi un pallone non lo ha mai accarezzato con amore.

















pubblicato su Panorama Travel