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martedì 4 settembre 2012

MYANMAR - BOGYOKE MARKET


Uno dei centri di maggiore afflusso turistico della capitale birmana, tanto da richiedere oggi un biglietto d’ingresso (2$), il mercato Bogyoke Aung San - questo il nome completo, dedicato all’Eroe della Patria dell’indipendenza dagli inglesi, nonché padre della dissidente Aung San Suu Kyi - si trova nel distretto di Pabedan, nel centro dell’ex Rangoon. Costruito nel 1926 e allora noto con il nome di Scott’s Market (in onore a James George Scott, il suddito britannico che importò il gioco del calcio in Birmania), è ospitato in un bell’edificio coloniale su due piani. All’interno gli oltre 1600 spazi espositivi sono divisi da viuzze, frequentati da cambiavalute illegali. Vi si possono trovare tutti gli oggetti più interessanti dell’artigianato birmano: dai kalaga (colorati e raffinati arazzi dalle molte perline, in gran parte rivenduti in Tailandia) alle civette (dorate e di legno) portafortuna, da bellissimi vassoi di bambù ai famosi ‘pesi da oppio’, piccoli pesi metallici a forma di paperette, anticamente usati per pesare l’oppio (quelli autentici e antichi sono finiti da tempo nelle mani dei collezionisti). Al centro del mercato la zona ‘pregiata’, con negozi in cui, se si è intenditori, si può acquistare giada, rubini e altre pietre preziose (prezzi tutti da contrattare). Lì attorno monete antiche, banconote e francobolli da collezione, negozi d’arte, cheroots (i pestilenziali ed economicissimi sigari birmani), belle maglie tessute a mano dalle minoranze etniche e colorate marionette con abiti dai mille specchietti. In una zona ci sono alcuni ristorantini in cui si può mangiare con una spesa irrisoria, mentre nella nuova sezione del mercato, sulla parte opposta di Bogyoke Aung San Road, si trovano generi importati, indumenti, medicinali e alimenti. Giorni particolari per visitare questo mercato sono l’11 e il 12 aprile, in occasione del festival Zay Thingyan ‘dell’acqua’. In quell’occasione i ragazzi che si sfidano a secchiate d’acqua attraverso la città passano dal mercato per ricevere offerte tradizionali di cibo.

per Panorama Travel




domenica 3 giugno 2012

ASIA - QUATTRO ZAMPE D'ASIA


Viaggio tra i diversi stili di vita dei quattro zampe asiatici. Dalla Birmania alla Thailandia, dall’India al Vietnam, dalla Cina al Giappone. Nei templi, sulle barche, in moto, inseguendo la moda.

La pagoda, il tempio buddista o scintoista, il mini-tempietto eretto a proteggere la buona fortuna di un supermercato o di una compagnia di assicurazioni. Tutti offrono ombra e tranquillità, un pacifico luogo in cui sonnecchiare, indisturbati dal rumore e dai pericoli del mondo di fuori. A volte, addirittura, una garanzia di vitto e alloggio. Dove ci troviamo? In lungo e in largo tra i quattro zampe asiatici, per capire come vivono (o sopravvivono) e per conoscere da vicino come la gente si occupa di loro e li accudisce, a volte, con amore.







IL TEMPIO, UN RIFUGIO MULTIUSO
In Asia non è difficile imbattersi in qualche ‘gattara’ (‘cagnara’?), spesso più innamorata degli animali che non degli umani, che si dedica a sfamare cani e gatti altrimenti lasciati alla caccia tra i sacchi delle immondizie. In alcuni casi, addirittura, gli ospiti a quattro zampe diventano motivo di attrazione a sé per il luogo, oltreché ospiti. Come nel caso del monastero dei ‘gatti saltanti’, all’anagrafe Nga Phe, sul lago Inle, in Birmania. Questo monastero a palafitta ospita un’esigua comunità di bonzi che hanno ammaestrato una legione di gatti a saltare su comando. Al grido jump! (‘salta!’) gli animali balzano come leoni al circo attraverso cerchietti di plastica posti a mezz’aria o, in alternativa, tra le braccia dei monaci, unite a circolo. L’attività esalta i turisti di passaggio ed è forse per questa ragione che i bonzi ammaestrano un numero sempre maggiore di gatti. Molti felini, tuttavia, hanno un’aria piuttosto annoiata nel ripetere questa pratica - sempre più frequente, man mano che si sparge la voce tra i turisti -, e spesso bisogna gridare jump! tre o quattro volte di seguito, unendo qualche spintarella sul posteriore, prima che si decidano a saltare. A Bali sembra che nessun cane di strada faccia la fame: le offerte lasciate dai fedeli indù a ogni angolo di strada - fiori e incensi, ma anche ottimi biscottini - sono specie di croccantini gratuiti, disponibili a ogni ora del giorno e della notte. E poi: ombra e pace, nei templi cinesi della Malesia così come in quelli buddisti cambogiani. Ogni gatto o cane, lì, lontano dall’inferno del traffico delle megalopoli, sembra trovare un quieto angolino di paradiso.






CANI 'GALLEGGIANTI'
Cani galleggianti, si potrebbero chiamare, quelli di certe località del Vietnam. Sull’isola di Cat Ba, nella Baia di Halong, così come nel vasto Delta del fiume Mekong, molte persone commerciano, cucinano e dormono a bordo di imbarcazioni di tutte le dimensioni. A volte specie di zatteroni rettangolari - per esempio nella Baia di Halong -, adibiti ad abitazioni e, al tempo stesso, a piscine in cui allevare pesci. Da bravi ‘migliori amici dell’uomo’ i cani si sono adattati a questa convivenza fluttuante. Il loro territorio è qui più che mai marcato, assai più che sulla terraferma. Chi invade le loro quattro assi di legno, se sconosciuto, viene accolto da sonori latrati pieni di minacce. Ma la barca è anche luogo di gioco - quando gli animali a viverci sono più d’uno -, di pasto, di toilette. Né più né meno che per i ‘colleghi’ umani.






TUTTI IN SELLA, NEL TRAFFICO
Cani centauri, invece, potrebbero essere chiamati quelli di molte città asiatiche, abituati come i loro proprietari tailandesi, indiani o indonesiani a muoversi in moto. Nel traffico matto di questi Paesi intere famiglie e merci da bastimento viaggiano tutte assieme appassionatamente su un unico scooter, insensibili a leggi, omologazioni, caschi, multe e pericoli delle due ruote. La scarsità di mezzi rende impossibile scelte di trasporto più onerose, dunque tutti (bambini, cani, secchi, scope, frutta, pesci ecc.) in sella, si parte! Nel Nord della Tailandia, in particolare nella regione di Chiang Mai, oppure nella hippie Goa, sembra piuttosto frequente l’usanza di addestrare il proprio animale a viaggiare come un umano in miniatura, né più né meno di un bambino. Zampe anteriori puntate sul serbatoio, quelle posteriori sul sellino della moto o sulle gambe del proprietario-autista, capelli al vento… Come cani da circo, nel tempo questi animali hanno sviluppato capacità da equilibristi. A ogni sosta al semaforo costituiscono l’attrazione principale del traffico e dei passanti.








FOLLIE GIAPPONESI E MODA PROLETARIA
La moda, per fortuna, non è un’esclusiva del “Made in Italy”. In tutta l’Asia l’abbigliamento per pet è in fortissima crescita, fino a raggiungere le follie esasperate del Giappone o della Corea del Sud, dove signore di una certa età e tardo-adolescenti con l’amore per il kitsch addobbano i loro cagnolini in miniatura come eccentrici divi di Hollywood. In Thailandia, dove il tenore di vita è più basso, oltre alla classica moda reperibile nei negozi specializzati per l’élite che può spendere - con qualche ‘chicca’, come completini da mini-mandarino in occasione del capodanno cinese, e con qualche punta appariscente, come abiti da uomo (cane) ragno nella pacchiana Pattaya -, regna pure una moda ‘proletaria’, accessibile alle tasche dei più. 









Anche le famiglie thailandesi o vietnamite più povere si possono permettere una vecchia maglietta da umano, usata e non sempre pulitissima, con cui proteggere il proprio cane nei mesi invernali. Inverno ridicolo, almeno in confronto alle nostre temperature, ma ‘freddissimo’ per la gente locale, soprattutto di sera. Verso novembre capita di vedere cani apparentemente randagi (zero collari o guinzagli, il marciapiedi come casa) abbigliati con t-shirt da due zampe. Sembrano portarle con disinvoltura, come se fossero una seconda pelle.

Pubblicato su Quattro Zampe



sabato 5 maggio 2012

MYANMAR - IL TEATRO DELLE MARIONETTE


Lo Yokthe Pwe, il teatro delle marionette, è un’antica forma d’arte di remote origini cinesi e indiane. Quest’arte prese piede presumibilmente nell’epoca di Pagan attorno all’XI sec. d.C., mentre le prime testimonianze scritte riguardo lo Yokthe Pwe risalgono al XV-XVI sec. d.C. Il periodo d’oro di questa forma d’intrattenimento si ebbe sotto la corte reale della dinastia Konbaung (1752-1885), quando le marionette si diffusero in tutto il paese, soprattutto nella città di Mandalay, in particolar modo come forma di ricevimento per gli ambasciatori stranieri.
A causa del rigido codice d’etichetta che caratterizzò il XVIII sec., le rappresentazioni di scene romantiche esplicite da parte degli attori sui palchi teatrali erano proibite, per cui le marionette si sostituirono agli essere umani per inscenare in pubblico ciò che era vietato alle persone. Tuttavia, dal momento che la maggior parte delle scene rappresentate - tutte con una “morale” finale - dipingevano situazioni tratte dalle Dieci Grandi Vite e dalle 550 Storie della Nascita del Buddha (le cosiddette Storie di Jataka), si rese necessaria l’entrata in scena e la creazione di una marionetta che impersonasse l’Illuminato: alcuni attori ritenevano sconveniente e sacrilego interpretare tale ruolo.
Nel 1776 fu istituita la figura del Thabin Wun, ministro delle Arti Figurative, il quale formò un codice che regolava l’arte delle marionette (così come tutte le altre forme artistiche). Il Thabin Wun stabilì che il linguaggio usato dai cantanti che accompagnavano la rappresentazione non dovesse offendere in alcun modo gli spettatori della corte reale (pena il taglio della mano o della lingua), e che le figure principali dello Yokthe Pwe fossero ventotto (tante quanti gli attributi che, secondo l’Abhidhamma-pitaka, un testo buddhista, compongono il corpo umano), includendo alcuni animali, tutti rigorosamente in legno, di diverse tinte.




I ministri successivi introdussero altre figure, aumentandone ampiamente il numero. Nell’ultimo dopoguerra, per cercare di ravvivare quest’arte in declino, ed in seguito agli influssi tecnologici, furono introdotte figure antropomorfe a bordo di aeroplani o di automobili, ma con scarso successo.
Nei primi periodi del teatro delle marionette il Thabin Wun stabilì anche i tipi di legno da utilizzare - da quello marron scuro a quello dipinto di bianco, il cosiddetto “teeth wood”, candido come i denti -, i modi per ricavare le figure dal pezzo di legno (ogni marionetta era intagliata e scolpita col relativo organo sessuale) e le loro dimensioni.
Oggi queste ultime variano dai trenta centimetri al mezzo metro. Riccamente decorate da abiti sgargianti, con ornamenti di paillettes e fili colorati, le marionette hanno la possibilità di muovere, comandate da numerosi fili (il cui numero, nel passato, era stabilito per legge; oggi ci sono marionette addirittura con 60 fili), arti, occhi e bocca.





Prima del 1920 il volto delle marionette era ricavato da un unico pezzo di legno, senza parti mobili, ma, da quell’anno, sotto l’influenza dei pupazzi dei ventriloqui occidentali, gli scultori cambiarono tecnica.
Facilmente reperibili in ogni bancarella di souvenir in Thailandia - ove sono vendute con abbondante rincaro, rispetto al luogo di produzione -, le marionette costituiscono uno dei principali prodotti artigianali del Myanmar.
Il momento d’oro di questa forma d’arte risale al periodo compreso tra il 1820 e il 1885, quando lo Yokthe Pwe ricoprì un ruolo addirittura superiore a quello del teatro vero e proprio. Il ministro delle Arti Figurative, tra l’altro, stabilì anche l’esatta sequenza secondo cui le marionette dovessero apparire sulla scena, in base all’ispirazione buddhista, per la quale il mondo prima fu distrutto (ben sessantaquattro volte) e, quindi, ricreato. Analogamente, sul palco si aveva un’introduzione nella quale il globo veniva distrutto, per poi essere ricreato.
Lo spettacolo teatrale odierno è suddiviso in tre fasi. La prima consiste in un canto d’apertura, eseguito da un musicista dotato di un’arpa e da una cantante che esegue una triste litania, entrambi in abiti tradizionali. Una ballerina, sempre in costume, intrattiene il pubblico con una lenta danza, durante la quale i movimenti delle mani, degli occhi e dei piedi - allo stesso modo di quelli delle danze indiane, thailandesi o balinesi - hanno un ruolo fondamentale.




Dopo quest’ampia premessa ha inizio lo spettacolo vero e proprio, secondo una sequenza sempre uguale. Nonostante la varietà dei racconti di Jataka, la rappresentazione scenica di ogni marionetta non cambia, e si comincia sempre, per esempio, con la creazione dell’universo, in cui appaiono diversi animali ed alcuni esseri mitologici. La musica accompagna l’intera rappresentazione, eseguita in passato da un’orchestrina posta sul retro del palco (con la ferrea proibizione di non interrompere il ritmo durante tutta la durata dello spettacolo), più recentemente registrata su nastro e diffusa attraverso un impianto stereo.
Ogni personaggio ha un proprio segnale acustico, che lo caratterizza, lo introduce e lo accompagna durante tutta la scena.
L’arte dello Yokthe Pwe, nel corso della storia, ha subito momenti di gloria alternati a fasi di abbandono, secondo le mode contingenti e la presa - o meno - sul pubblico di altre forme d’intrattenimento “concorrenti”. Il suo declino è iniziato con la caduta della monarchia, presso la cui corte questa forma di teatro aveva da sempre trovato la platea più attenta. Oggi, grazie al cinema e alla televisione - seppure di limitatissimo respiro e di bassa qualità -, questa antica arte va via via scomparendo, ed è sempre più difficile incontrare teatrini autentici, non organizzati per i turisti stranieri (in diversi luoghi a Mandalay - vedi -, ancor oggi considerata il maggiore centro dello Yokthe Pwe; a Bagan presso l’Hotel Thiripyitsaya; a Yangon nell’Hotel Aurora), ma per un pubblico birmano. Tuttavia, in mancanza d’altro, anche questi teatrini, volutamente folcloristici, possono offrire un’interessante occasione di conoscenza dello Yokthe Pwe.
Il reperimento di maestri - generalmente tutti in età avanzata - da parte degli organizzatori è sempre più un’impresa ardua: difficilmente i giovani desiderano dedicare il proprio lavoro a questa attività.


Tra le figure più importanti e ricorrenti dello Yokthe Pwe troviamo:
- Il Re (Bayin): può essere riconosciuto da una sporgenza a forma di foglia sulla parte posteriore del suo turbante. É sempre decorato da numerosi gioielli, un corpetto a forma di croce, indossato su un longyi (il sarong birmano), e dai polsini pieni di gemme preziose. Ai piedi calza scarpe a forma d’uccello. Durante la scena generalmente si trova ad un livello superiore, a mezz’aria, rispetto agli altri personaggi.
- La Regina e la Principessa (Minthamee): dal momento che tutti i re avevano numerose mogli, è possibile incontrare molte marionette che impersonino queste figure. Sono riconoscibili dalle giacche a maniche lunghe, aperte a campana sotto la cintola, e decorate da gioielli attorno alle spalle e al petto. Indossano longyi ricchi di disegni, ma non calzano scarpe. Generalmente la Regina porta i capelli raccolti sulla nuca, mentre la Principessa li tiene con un fermaglio, a coda di cavallo.
- Il Bambino: a prima vista può essere scambiato per una femmina, con lunghi capelli raccolti in due trecce ai lati della testa, ma, in realtà, è un maschio e, come tale, indossa un longyi annodato per coprire le gambe.
- I Prìncipi (Mintha): molte storie e leggende narrano di come i Prìncipi lottino per il possesso del trono, e delle loro numerose avventure sentimentali. Il costume è simile a quello del Re, ma, a differenza di questo, il turbante è caratterizzato da un grande nodo “a caramella” sulla destra. In questa categoria si annoverano anche le figure dei due Prìncipi Anziani (Minthagyi), il primo dal volto rosso, il secondo bianco.
- I Quattro Ministri (Wun-gyi-lay-bar): rappresentano il governo, e sono i messaggeri che trasmettono gli ordini del re. Visti spesso in discussione tra loro presso il palazzo reale, informano il pubblico riguardo la trama della storia rappresentata. Un Ministro è riconoscibile grazie al suo alto cappello da gnomo, verde o rosso, senza tesa e decorato da gioielli. Una fascia, anch’essa ingioiellata, attraversa diagonalmente il petto, al di sopra di un lungo abito dello stesso colore del cappello. Anche i Quattro Ministri, così come i due Prìncipi Anziani, sono divisi in due dal volto rosso e due dal volto bianco.
- I Cortigiani: situati al gradino inferiore rispetto ai Ministri del Re, non hanno un ruolo estremamente importante. Usano un turbante con due protuberanze a forma di foglia, sul retro della testa. Una fascia ingioiellata attraversa l’abito all’altezza del petto, diagonalmente, ricoprendo una lunga giacca dagli orli bianchi. Un elaborato longyi copre le gambe, ripiegato e ampio, tanto da toccare il terreno.
- Il Vecchio Uomo e la Vecchia Donna (Ah-may-oh): rappresentano ordinari paesani, e i loro costumi sono particolarmente semplici, con un camicione o una tunica su un longyi. Calzano scarpe nere, e l’uomo ha una lunga barba bianca e baffi.
- Il Generale: nonostante gli abiti impressionanti, il suo ruolo è relativamente secondario. In testa porta un cappello a forma di cono, solitamente verde o rosso, con una tesa ondulata e ricoperta di gioielli. Indossa una lunga divisa su ampi pantaloni senza cintura, e tra le gambe tiene annodato un longyi. Calza scarpe a forma d’uccello e, spesso, porta barba e baffi.
- I Commedianti (maschio e femmina): sono spesso rappresentati mentre lottano e, a volte, si travestono. Gli abiti sono da paesani, con una giacca e una camicia sopra un longyi senza decorazioni. L’uomo è senza cappello e sorride.
- L’Angelo: se invocato, questo essere paradisiaco è in grado di assistere gli uomini lungo il loro cammino buddhista. Indossa una tunica, piuttosto elaborata, che ricopre le gambe fino ai piedi.
- Gli Spiriti (Nat): appaiono sotto diversi aspetti, mentre proteggono e fanno la guardia ad alberi, fiumi e montagne. Rappresentano sia il male sia il bene, ma non sono così potenti come l’Angelo. La loro entrata in scena è sempre volante, a mezz’aria. Possono essere identificati dal cappello a cono, ricco di gioielli e con una protuberanza a forma d’ala, che ricopre la nuca. Una corta tunica dorata e ingioiellata copre una camicia dai polsini decorati, mentre le gambe, rivestite da ampi pantaloni senza cintura, indossano un longyi. Anche gli Spiriti calzano scarpe a forma d’uccello.
- L’Orco: è il demone (Bilu o Belu) della mitologia birmana, spesso presente nelle antiche leggende. A causa dei suoi poteri sovrannaturali, questo essere può assumere qualsiasi aspetto desideri, generalmente con scopi malvagi. Solitamente è rivestito di pelle verde, con un corpetto ingioiellato, a forma di grembiule. Anche il suo volto feroce è di colore verde.
- L’Alchimista (Zawgyi): è una specie di “Superman” orientale, il quale può assumere qualsiasi forma desiderata. Dotato di eterna giovinezza e vitalità, il magico e mistico Alchimista vive un’esistenza solitaria nella foresta, alla ricerca di piante e radici medicinali. Con queste aiuta le persone che hanno bisogno. Solitamente entra in scena volando ed è caratterizzato, a volte, da una folta barba. Tra le mani impugna una bacchetta da prestigiatore di colore giallo e rosso, e calza scarpe appuntite. Il cappello rosso è orlato di giallo e ha una tesa che ricopre le orecchie. Una lunga giacca rossa spicca sui larghi pantaloni rossi e indossa un longyi rosso tra le gambe.
- Il Bramino (Ponna): è il consigliere del Re per ogni problema di tipo astrologico. Spesso è rappresentato come un paesano, tutto vestito di bianco, con due orecchie a forma d’ala che si protendono dal retro del turbante, anch’esso bianco.
- L’Eremita (Yathay): vestito completamente con abiti marron, ha un alto cappello bruno ed è un personaggio importante. Rappresenta le Virtù buddhiste, e potrebbe essere stato un nobile od un principe, dal momento che, secondo la tradizione, gli ultimi anni di una persona andrebbero passati in contemplazione, rinunciando alla vita terrena.
- Garuda e Naga: chiaramente di origine indù, sono nemici mortali. Il primo, noto anche col nome di Galon, è il Re degli Uccelli, mentre il secondo è il mostruoso Re dei Serpenti. In scena spesso combattono, ed entrambi appartengono alla classe mitologica delle marionette (così come l’Alchimista, gli Spiriti e altri).
Esistono, inoltre, numerose altre figure ricorrenti, di minore importanza; tra queste ritroviamo: Sin-phyu, l’elefante bianco; Sin-net, l’elefante nero; Myin, il cavallo; Kyar, la tigre; Makara, il serpente marino; Kyet-to-yway, il pappagallo; Byarmar, Brahma; Natkadaw, il medium degli Spiriti; Myauk, la scimmia; Ahpyodaw, la damigella d’onore; Lu-shwin-daw, i due pagliacci di corte; Seik-kala, il servo indiano.





sabato 10 marzo 2012

ASIA - VITA DA BONZI


Le ventiquattrore del monaco buddhista

Bangkok - A prima vista sembrano totalmente indifferenti ai turisti, abituati come sono a vederne centinaia ogni giorno nei due più bei templi della capitale thailandese, il Wat Pho e il Wat Phra Keo. E invece sono proprio i bonzi che per primi ti rivolgono la parola, soprattutto per migliorare il loro inglese, come gli ha consigliato il Maestro di Lingue Straniere. A volte che si risponda assennatamente o meno alle domande ha poca importanza: ciò che interessa loro è far pratica. E così capita di rispondere a questionari quasi meccanicamente, botta-e-risposta a domande senza tono. Se non, addirittura, di dover riempire con palline e crocette libri-quiz di scuola, da far correggere al maestro.
Visti i brevi impegni giornalieri - preghiera e studio per poche ore, il canto del Dhamma (insegnamento del Buddha) alla mattina e alla sera -, sono lieti di fare un giro per la città con il visitatore straniero, anche visto che, per loro, i mezzi di trasporto sono gratuiti - sebbene, per abitudine, siedano nelle parti posteriori degli autobus e delle imbarcazioni che attraversano i canali di Bangkok. Anche per il cibo non hanno spese, offerto loro dai fedeli ovunque lo richiedano: all’alba si possono vedere i monaci in fila camminare lentamente attraverso le strade, con la ciotola e il piatto delle offerte tra le mani. I fedeli, imbastito un piccolo tavolino di fronte alla propria abitazione, riempiono devotamente le scodelle di riso, pesce o frutta, compiendo così la buona azione quotidiana.


Per le famiglie religiose l’offerta al bonzo in certi casi può equivalere al mantenimento di un componente in più della famiglia. Questa offerta viene fatta dal fedele per acquisire merito (tham bun) nell’ascesa - buddhista e indù - del ciclo delle rinascite: colui che in vita si sarà comportato adeguatamente, compiendo buone azioni, avrà una strada più breve, un ciclo più corto di reincarnazioni, prima di raggiungere lo stato meditativo di illuminazione. Il bonzo, nel ricevere il cibo offertogli, non ringrazia: è lui che fa un favore al fedele, degnandosi di ricevere l’elemosina e permettendogli di guadagnare dei meriti. Solo due (o addirittura uno, per gli appartenenti alla setta dei Thammayut) sono i pasti che i monaci thailandesi consumano ogni giorno: il primo all’alba, il secondo entro mezzogiorno, consumato in tarda mattinata, rapidamente e in silenzio, nel refettorio del monastero. Ai monaci è permesso mangiare esclusivamente i cibi raccolti con le offerte, a eccezione di quelli appartenenti alla setta dei Mahanikais: a costoro viene consentito anche il consumo di cibi ottenuti in altri modi. Ogni volta che un monaco entra in contatto con un qualsiasi oggetto - riceva del cibo, vesta un indumento, porga qualcosa a qualcuno - deve concentrare il proprio spirito, come in una pratica meditativa, per non provare alcun piacere: si deve servire dell’oggetto esclusivamente per necessità, e non per una forma di gioia personale. In passato, quando in certi Paesi buddhisti l’uso dell’orologio al polso non era ancora diffuso, alcuni monaci inventarono uno stratagemma per mangiare anche dopo mezzogiorno, soprattutto durante la stagione delle piogge quando, a volte, non si vede il sole per molti giorni. Sedutosi con le spalle al sole, e domandato a un passante se già fosse mezzogiorno, il viandante, per evitare un senso di colpa o un rimprovero per non avere seguito la legge dell’elemosina, elargiva ulteriore cibo al monaco, anche se era pieno pomeriggio: questi, secondo la propria coscienza, si sentiva in diritto di soddisfare l’appetito.






Dopo i pasti e una breve ‘siesta’, inizia il lavoro vero e proprio: la meditazione con i novizi e lo studio dei testi sacri. La meditazione può assumere forme diverse (inspirazioni ed espirazioni controllate, autoipnosi sui colori o su punti luminosi, riflessione su temi come la morte o la bontà, o su parti del proprio corpo), e il suo scopo ultimo è quello di ‘guarire’ dalle malattie dello spirito: la paura, la lussuria, il desiderio, l’ira. Lo scopo principale del monaco buddhista è, appunto, quello di estinguere tutte le passioni, di annullare gli errori, ottenendo una serenità interiore definitiva. Per raggiungere lo stato meditativo, soprattutto nei templi moderni - assai frequentati da fedeli in preghiera e semplici visitatori -, i monaci hanno bisogno di luoghi appartati, silenziosi, dove nessun elemento esterno li possa distrarre. Le forme di meditazione sono innumerevoli ed è il maestro, in base al comportamento dell’allievo, che consiglia quale seguire.



Dopo la meditazione, alcuni monaci si dedicano all’apprendimento o all’insegnamento delle arti curative, altri sovrintendono alla vendita delle effigi sacre - destinate esclusivamente al mercato interno, in quanto la loro esportazione è severamente proibita dalla legge -, presso le entrate dei molti templi. Alcune materie di studio, però, sono poco consigliabili (soprattutto in passato), in quanto ritenute profane: l’astronomia, l’astrologia, la fisica, la matematica, le arti e i mestieri.
Per dormire, i monaci hanno a disposizione delle abitazioni in determinati templi, suddivisi in specie di quartieri: una grande sala dove mangiare tutti assieme e il villaggio-dormitorio, in cui gli alloggi sono simili a palafitte in legno. Una casa all’interno del wat (il monastero) può ospitare da uno a dieci bonzi, e alcuni templi ne contano fino a cinquecento. Ci sono poi i servizi igienici, decisamente spartani. Minuscola, circa un metro per due, è la casetta per la meditazione, in cui ci si ritira per un’ora al giorno in compagnia del Maestro di Meditazione. Di fianco ai templi più grandi si possono trovare anche l’infermeria, la sala per le riunioni collettive e, a volte, persino quella per il computer, utilizzato per rintracciare gli indirizzi dei monaci disseminati nel Paese. Verso il calar del sole, i religiosi si riuniscono nuovamente per la preghiera serale, quindi si ritirano nei loro alloggi, per studiare o dormire.



In tutta la Thailandia, su una popolazione di circa cinquanta milioni di abitanti, i bonzi sono duecentomila e, come tutti i thailandesi, hanno un’origine mista: cinesi, thailandesi veri e propri, birmani, laotiani e bengalesi. Esiste poi un’ulteriore distinzione per quanto riguarda la provenienza: chi risiede nella città indossa la tunica arancione vivo (che ne copre altre due, di tinte leggermente diverse, pendendo sulla spalla sinistra e lasciando nudi spalla e braccio destro); chi, invece, viene dalle campagne, porta una tunica beige-marron chiaro. Le suore buddhiste sono, in confronto agli uomini, una esigua minoranza, vestite di bianco e, come i ‘colleghi’, con il cranio rasato. Usano camminare sempre con un ombrello in mano per proteggersi dal sole cocente o dalla forte pioggia dei monsoni. Buddha disse ad Ananda, suo discepolo prediletto: «Non conviene permettere alle donne di abbracciare lo stato religioso: altrimenti le mie istituzioni non dureranno a lungo».



Nei riguardi delle donne i bonzi uomini hanno un rapporto che potremmo definire di ‘non belligeranza’: si ignorano a vicenda, non le guardano o vi guardano attraverso, pur riconoscendone la nota bellezza nei discorsi con lo straniero. Quando però, per forza di cose, sono obbligati a colloquiarci, i monaci appaiono nervosissimi, si mangiano le unghie mentre parlano o si trastullano le orecchie con le dita, la distanza minima è un metro, e lo sguardo schivo è diretto al cielo o a terra. Questo comportamento deriva dalla proibizione di toccarle e di essere toccati: se una donna desidera porgere qualcosa a un bonzo, l’oggetto va appoggiato nei pressi del monaco, a una distanza tale che egli possa raccoglierla, e non consegnata direttamente. Secondo l’insegnamento del Buddha ad Ananda, i bonzi non devono guardare le donne perché «attraverso gli occhi la concupiscenza trova la via al cuore e scuote i più saldi propositi.... quando, in tali occasioni, un monaco è obbligato a parlare, consideri come madri quelle che sono vecchie abbastanza da considerarsi sua madre, come sorelle maggiori quelle che appaiono un po’ più anziane di lui; come sorelle minori o figlie quelle che sono più giovani». L’eliminazione della bramosia attraverso l’annullamento dei desideri, la rinuncia totale al desiderio, il distacco assoluto da tutto ciò che si desidera sono dogmi fondamentali del buddhismo che, tuttavia, si scontrano con una vita sempre più frenetica e consumistica, come quella odierna della società thailandese.
L’età dei monaci va dai cinque anni in poi, ma ‘bonzo’ si può essere chiamato solamente dopo il ventesimo anno d’età: prima si è e si rimane ‘novizi’. Per una famiglia avere almeno un figlio monaco costituisce un grande motivo di orgoglio e merito nell’accorciare il ciclo delle reincarnazioni. La durata del noviziato dipende dalla condizione economica della famiglia, che non sempre può permettersi di pagare gli studi del figlio per anni. È infatti nei templi che i bambini iniziano la loro educazione, imparando a leggere e scrivere ripetendo le formule sacre.


Dopo lo studio gli impegni sono veramente pochi. Molte ore vengono trascorse su brandine a sonnecchiare o a leggere il giornale o, persino, ad ascoltare musica con un modernissimo e tecnologico iPod. Certo che fa una bella impressione vedere un bonzo, così abituati come siamo a relegarli in un alone di mistico passato, avere a che fare con la tecnologia, sia questa sotto forma di uno stereo o di un telefono, ma anche di un semplice tubo per innaffiare i prati.
In realtà il Buddhismo, più che una vera e propria religione, sarebbe da considerarsi come un sistema filosofico e un codice di moralità. Questa dottrina nacque attorno al 500 a. C. nel Nord dell’India, quando Siddhartha Gautama, di origini principesche, ricevette l’Illuminazione. I buddhisti ritengono che l’Illuminazione sia il massimo traguardo di ogni essere vivente. Il Buddha (ce ne furono diversi nel corso del tempo) non scrisse mai alcuna raccolta di leggi o comandamenti, per cui, in seguito, si crearono scissioni all’interno della dottrina. Oggi esistono due scuole principali di buddhismo: la Theravada o Hinayana (la ‘Dottrina dei Decani’), secondo la quale il sentiero verso il Nirvana (la pace finale, scopo ultimo di ogni buddhista) è una ricerca da svolgere individualmente; e la Mahayana, la quale afferma che solo gli sforzi uniti di tutta l’umanità porteranno alla salvezza, secondo una scuola indiana più recente. Quest’ultima è seguita in Vietnam, Corea, Giappone e Cina, mentre la prima, di stampo più ‘classico’ (deriva direttamente dalle scuole indiane antiche), è largamente praticata in Thailandia, Cambogia, Laos, Sri Lanka e Birmania. Esistono poi altre interpretazioni del buddhismo, come quella indù-tantrica diffusa in Tibet e seguita in Nepal. In India il buddhismo ebbe un momento di larga diffusione circa dieci secoli fa sotto l’imperatore Ashoka, ma in seguito praticamente scomparve, a causa di una penetrazione superficiale tra la gente e al forte richiamo dell’induismo.


Il riti del buddhismo acquistano sfumature differenti a seconda dei Paesi di origine dei bonzi. In Thailandia, per esempio, i monaci offrono alle effigi sacre oli profumati, candele, incensi, fiori di loto, e applicano sulle statue, sui bracieri (e spesso anche sugli autobus) minuscoli quadratini di carta dorata che, a quanto si dice, portano fortuna. A sera, quando il tempio chiude ai fedeli, alcuni addetti raschiano la spessa corteccia dorata dalle statue, accumulatasi durante la giornata, per far spazio a quella del giorno seguente. L’intero kit per le offerte è in vendita per i religiosi e per i fedeli all’entrata del tempio, e gli incassi vengono devoluti ai bisognosi o utilizzati per ristrutturare i templi (in Thailandia si calcola che esistano ben 32.000 monasteri).
I testi liturgici, base del rito buddhista, fanno capo a quattro famiglie principali: i saluti e le lodi, le dichiarazioni, i voti e i testi di protezione. Tutti i bonzi devono seguire cinque comandamenti - validi anche per i semplici fedeli -, da osservare con assoluta rigidità: il divieto di uccidere qualsiasi essere vivente, di rubare, di provare lussuria, di dire cose non vere e di bere bevande alcoliche. A questi cinque se ne aggiungono altri due, validi soprattutto durante i giorni festivi: non devono assistere a spettacoli di danza, di canto o di musica, e non devono decorare il corpo con fiori o profumi. Inoltre, i bonzi non possono dormire su letti alti e larghi, né toccare oro o denaro, non possono attribuirsi doni sovrannaturali o spacciarsi per santi, e sono obbligati a seguire una rigorosa continenza. Quando, per necessità, il monaco è costretto a ricevere o a porgere del denaro, lo dovrebbe fare sempre con le mani coperte da un fazzoletto. Tra gli altri divieti si annoverano quello di scavare la terra (eccetto in luoghi sabbiosi, ove non c’è rischio di uccidere qualche animale), sputare sull’erba fresca o nell’acqua (per lo stesso motivo), tagliare alberi o erba (che servono a mantenere in vita altre creature), cavalcare o viaggiare su un veicolo a trazione animale.




Il rito
Per i bonzi cinesi l’usuale Buddha thailandese - piuttosto snello e dai lineamenti delicati - si trasforma in un uomo corpulento, comodamente seduto e dall’aria beata, al quale si prega tenendo fra le mani due legnetti che combaciano fra loro, di colore rosso e di forma convessa: a fine preghiera vengono lasciati cadere a terra, così da rispondere, a seconda di come questi rimangono girati, se la richiesta al Buddha sia stata accettata o meno (sì/no/forse). Per sapere come comportarsi durante la giornata, invece, i fedeli scuotono - inginocchiati per circa un minuto - un cilindro contenente asticelle numerate: se ne estrae una dalla fessura, a cui corrisponde un cassetto di un mobile, numerato a sua volta e contenente gli aforismi della giornata, stampati su foglietti.
Gli stessi templi fungono, oltre che a luoghi di meditazione e di studio, anche da cimiteri. Le urne cinerarie vengono cementate in file su apposite colonnine, l’una di fianco all’altra, solitamente nei pressi di piccole nicchie votive, alle cui effigi sono offerti minuscoli Buddha di terracotta o in plastica, dorati o argentati.
I monaci buddhisti, in passato, erano gli unici insegnanti e, di conseguenza, le donne non ricevevano alcuna educazione, non potendo avere il minimo rapporto con i maestri: né avvicinarvisi, né parlarci. L’educazione di base che il bonzo oggi riceve è quella dello studio del Pali, una lingua di origine indiana, veicolo della diffusione del buddhismo, propagatosi dallo Sri Lanka in tutto il Sud-est asiatico sette secoli fa. La maggior parte dei monaci, tuttavia, prosegue e completa gli studi, frequentando la scuola superiore o, magari, l’università. Quasi tutti i giovani, inoltre, studiano una lingua straniera - l’inglese, nella stragrande maggioranza dei casi -, ma con grande fatica: il thai ha suoni troppo differenti dalla lingua anglosassone.


Diventare bonzo non è difficile, e quasi tutti i thailandesi - re compreso - lo sono o lo sono stati nel corso della vita, per un periodo minimo di tre o quattro mesi: essere monaci costituisce quasi un obbligo morale per ogni cittadino thailandese. Secondo la tradizione, il momento migliore per iniziare la propria condizione di monaco coincide con l’inizio della Quaresima buddhista (phansaa), che incomincia in luglio e corrisponde al periodo delle piogge. La durata media di permanenza nel monastero dovrebbe essere di tre mesi, ma oggigiorno molti uomini vi rimangono per una sola settimana o due, visti gli altri impegni (lavoro, famiglia): il tempo strettamente necessario per guadagnare un po’ di merito e abbreviare il ciclo delle reincarnazioni. Altri monaci, al contrario, rimangono tali per tutta la vita. Il periodo ottimale per iniziare lo status di monaco sarebbe quello compreso tra la fine degli studi scolastici e l’inizio dell’attività lavorativa o il matrimonio. Tuttavia oggi, a quanto dicono gli stessi monaci, sembra che la pressante ricerca di lavoro distolga le persone dal partecipare in prima persona alla vita religiosa.


Non solo in Thailandia
Negli altri Paesi in cui il buddhismo è diffuso, piccole e grandi variazioni - oltre che sul piano filosofico e dogmatico - investono i riti quotidiani dei monaci, il loro abbigliamento, le caratteristiche esteriori, quelle più appariscenti e riconoscibili anche da chi non segue la loro religione. In Birmania (oggi Myanmar), Paese impregnato da un buddhismo sentito in profondità, uomini e donne passano periodi di ritiro nei monasteri più volte nel corso della propria vita. I primi indossano tuniche color amaranto o, i più stravaganti - molti, fra questi, i novizi - rosso fuoco: la scelta della tinta viene lasciata al gusto dell’individuo. Le donne (methilayin), invece, indossano lunghe tuniche di un rosa confetto e, così come gli uomini, passeggiano sempre con grandi ombrelli fatti a mano, per proteggersi dai raggi solari e dalle intemperie. Un tempo, al posto dell’attuale ciotola per le offerte, usavano una piccola sporta rotonda e piatta, portata sulla testa (ancor oggi se ne vede qualcuna). Un antico proverbio birmano diceva: «Ti farai monaca solo nel caso che perdessi il tuo bambino, o tuo marito ti abbandonasse, o la tua bottega facesse fallimento, oppure tu incorressi in gravi delitti».



Se paragonati ai bonzi thailandesi, quelli birmani - forse per una maggiore curiosità nei confronti dei turisti occidentali, nel Myanmar assai meno numerosi - sembrano più stravaganti ed estroversi: non temono l’avvicinarsi di una donna occidentale, la loro curiosità e la voglia di scambiare opinioni su mondi così distanti è troppo forte per impedire di mantenere quel distacco caratteristico dei thailandesi.
I monaci birmani seguono una gerarchia di sei famiglie: gli shin, i postulanti, che indossano l’abito da bonzo anche solo per un breve periodo; i pasin, ammessi ufficialmente nell’ordine; i phongyi, bonzi da almeno dieci anni; i saya, gli abati dei monasteri; il thathanabaing, il superiore generale, un tempo nominato dal re birmano: è lui che dirige gli affari dell’ordine e della religione di tutta la nazione.
Un accessorio che spesso viene usato dai monaci birmani è un grande ventaglio amaranto a forma di foglia di loto, ricavato da una foglia di palma di talipot (da cui il nome di talapoini, dato dai navigatori portoghesi ai bonzi): questo servirebbe a coprirsi il volto quando incontrano delle donne. I bonzi birmani, a differenza dei ‘colleghi’ thailandesi, passano la maggior parte dell’anno nel loro convento (ponggyikyaung), dedicando i tre mesi della stagione delle piogge - da luglio a settembre - a una vita di studio e di meditazione più intensa.


In Nepal e in Tibet gli ordini monastici sono caratterizzati da altre influenze, storiche e culturali, che ne hanno fatto una classe più riservata, grazie anche alle pesanti persecuzioni subite dopo l’occupazione cinese. I monaci tibetani, anch’essi piuttosto abituati al turismo - così come quelli thailandesi -, mantengono un certo distacco con gli stranieri, e indossano tuniche amaranto su vesti gialle. Il Tibet, almeno fino all’arrivo dei cinesi (1959), è sempre stato un Paese teocratico, nel quale il Dalai Lama (che esercitava anche il potere temporale) e i religiosi godevano la più alta considerazione. Il clero era posto in cima alla scala sociale e godeva di privilegi enormi. Circa un quinto o un sesto della popolazione tibetana aveva fatto il monaco: almeno uno, cioè, dei figli minori, non avente diritto all’eredità della famiglia, destinata al maggiore. All’interno del clero oggi vige una gerarchia piuttosto rigida, con un’élite colta e ricca e un ceto basso di manovalanza, spesso semianalfabeta, con ruoli di tuttofare e di domestico. Tra i bonzi tibetani e nepalesi alcuni scelgono la via dell’eremitaggio - per un certo periodo -, e questo dà loro grande prestigio; altri, invece, si possono sposare e conducono una vita pressoché laica: coltivano i campi, si occupano degli affari e si recano al tempio solo nei momenti di preghiera. Questi possono essere riconosciuti per i lunghi capelli intrecciati.


La maggior parte dei bonzi tibetani (in buona parte rifugiatisi nel vicino Nepal), però, segue l’iter classico monastico: entrati in un monastero in tenera età - attorno agli otto anni -, sono affidati come novizi dalle famiglie a un maestro che insegna loro a leggere, scrivere e imparare i testi sacri a memoria. L’ingresso effettivo nell’ordine avviene attorno ai quindici anni - quando il futuro monaco rinuncia al mondo -, ma è solo dai vent’anni in poi che diventa un bonzo regolare. Nonostante i voti siano perpetui, nella pratica questi possono essere annullati su richiesta del monaco. Ciò avviene spesso in occasione della morte del fratello maggiore: rinunciando ai voti, il bonzo può impossessarsi dell’eredità e della moglie del congiunto scomparso. I monaci tibetani vivono in grandi monasteri detti puri, separati da quelli dei bonzi sposati.



In India, Paese dominato dall’induismo e dall’Islam, il buddhismo sembra non avere spazio, e le piccole comunità monastiche vanno via via scomparendo, alimentate ogni tanto solo dalla visita di qualche monaco proveniente dal vicino Nepal. Il buddhismo si diffuse nell’India orientale - nel Bengala, nell’Orissa e nel Bihar - a partire dall’VIII secolo d. C., ed ebbe un’impronta tantrica. Qui resistette fino a circa il 1200, quando, in seguito all’invasione musulmana - che portò alla distruzione e all’incendio dei monasteri - scomparve quasi definitivamente. Ove sopravvisse si fuse all’induismo dilagante.


In Cina il buddhismo ha visto grandi stravolgimenti dall’avvento della Repubblica Popolare (1949): il governo ha integrato la dottrina nella cultura ufficiale di stato, per farne un utile collante fra le molte etnie credenti - dal Tibet alla Mongolia, dall’India al Sud-est asiatico. Appropriatosi delle terre del clero, il governo cinese ha inserito i monaci nel lavoro produttivo e, di conseguenza, molti bonzi sono fuggiti ad Hong Kong, Taiwan e Singapore. Tuttavia, seppure integrato in un sistema centralizzato, il buddhismo è riuscito tenacemente a sopravvivere in numerose aree del colosso asiatico: basti pensare che il numero dei monaci (vestiti di giallo gli uomini, di grigio le donne) si aggira sul mezzo milione di unità.



E poi c’è lo Sri Lanka, culla del buddhismo, dove  questa dottrina ritornò proprio dai Paesi in cui era stata trasmessa, dopo un lungo buio periodo di abbandono. Anche qui, così come in Vietnam, in Laos, in Giappone, in Corea, in Cambogia e in Mongolia, ogni monaco segue riti e possiede caratteristiche variabili da regione a regione, secondo un unico, antico insegnamento: quello dell’’Illuminato’, Siddharta Gautama, il Buddha.

Pubblicato su Tutto TurismoFrigidaire



BONZI FALSI?
http://pietrotimes.blogspot.jp/2011/11/malesia-hong-kong-corea-del-sud-fede.html


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