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martedì 4 settembre 2012

ECUDOR - SETTEMBRE, MESE DI FESTE


Otavalo: è ora di Yamor

Circa 110 km a nord di Quito, capitale dell’Ecuador, si trova la cittadina di Otavalo, nota per la comunità indigena che la abita. Situata nel cuore della provincia di Imbabura, è raggiungibile in un paio d’ore abbondanti d’autobus dalla capitale, percorrendo una tortuosa strada di collina. Gli otavaleños sono famosi in tutto l’Ecuador - ma anche all’estero - per il loro artigianato, esportato e reperibile anche sulle bancarelle europee. La cittadina è frequentata dai commercianti e dagli importatori occidentali, che rivendono l’artigianato locale, acquistato su commissione e in grandi quantità, negli Stati Uniti o in Europa. La fortuna di questo commercio nacque negli anni Sessanta, con l’arrivo dei turisti: da allora, gli otavaleños si arricchirono, e oggi costituiscono una delle comunità indigene più benestanti dell’intera America Latina (spesso invidiati, per questo motivo, dalle altre etnie del paese). Il pezzo forte del loro artigianato sono i tessuti, prodotti in grandi quantità in piccole fabbriche artigianali e solitamente rivenduti ai grossisti. Tra gli articoli più richiesti e di maggiori dimensioni spiccano gli arazzi (per i quali sono indispensabili almeno due settimane di lavoro) e i tappeti - che spesso riprendono i disegni messicani o quelli delle fajas (cinture intessute) di Salasaca e Cañar -, ma anche gli abiti (maglioni, guanti, ponchos), coperte, zaini, articoli in pelle e cappelli. Il locale Istituto Otavaleño de Antropologìa, che sprona la comunità locale a valorizzare la propria cultura, in questi anni ha spinto gli artigiani a riprodurre solo motivi autoctoni. I disegni spesso hanno un significato mitologico: le scimmie e le rane, per esempio, indicano fecondità e benessere (le rane anche nel vicino Perù), mentre i ragni e le lucertole sono sinonimo di protezione. Questi motivi, riportati su ricami, erano usati già durante la colonizzazione castigliana (Otavalo fu fondata dagli spagnoli), in particolar modo lungo i bordi delle sottane e sulle camicie delle donne. La grande occasione della settimana per osservare tutte queste merci è il sabato, quando si tiene - fin dalle prime luci dell’alba (già alle quattro arrivano i primi cargadores, facchini) - la feria sabatina, il mercato più importante. Anche il mercoledì vede una certa affluenza, mentre permanente è il mercato di dimensioni ridotte allestito appositamente per i turisti, in afflusso costante. Di sabato arrivano gli indios di tutta la regione, per vendere i loro manufatti, nella centralissima Plaza Centenario, soprannominata Plaza de los Ponchos. Il posto per esporre le merci in questa piazza lastricata è piuttosto ridotto, gli affari assicurati, e la concorrenza tra commercianti molto alta: per questi motivi, ogni tanto, la polizia fa delle retate, sgomberando il luogo dagli abusivi (solitamente argentini o di altri paesi latinoamericani). Oltre alla piazza del mercato, l’artigianato è reperibile anche nei numerosi negozi delle vie circostanti, cresciuti come funghi dopo l’arrivo del turismo. Bisogna sottolineare, però, come non tutti i manufatti siano tali: la produzione su larga scala, motivata anche dalle esportazioni, ha fatto sì che oggi si usino anche tecniche industriali e materiali artificiali (fibre in anilina o acrilico), soprattutto per i maglioni. Tra le grandi bancarelle, qua e là, si trovano anche banchetti più piccoli, dove sono esposti gli articoli solitamente acquistati dagli stessi indios, in quanto facenti parte dell’abito tradizionale: scarpe simili a espadrillas, collane dorate dai molti giri (ma in materiale plastico: sono le hualcas), grandi cappelli (simili al Panama), camicie in pizzo ricamato per le donne e le bambine. Gli otavaleños, in effetti, sono molto tradizionalisti in materia di abbigliamento, e tutti, fin da piccoli, indossano una specie di ‘uniforme’ che li contraddistingue. Le donne, oltre alle collane e alle camicie ricamate, spesso decorate con elementi floreali, portano lunghe gonne di colore blu scuro e, a volte, usano uno dei tre scialli (fachalinas) come cappello, dopo averlo annodato all’uopo. Di solito, però, sia le donne sia gli uomini indossano un cappello di feltro scuro, così come i bambini. Tutti i maschi, poi, fin dalla più tenera età, raccolgono i capelli lisci in una lunga treccia, assai curata.









Non solo artigianato
Gli otavaleños non sono noti solo come abili artigiani e commercianti. Un altro aspetto fondamentale della loro cultura è quello della musica tradizionale, anch’essa esportata (è facile vedere qualche gruppo otavaleño anche nelle zone pedonali delle nostre città come, per esempio, a Ferrara, durante l’annuale Festival dei Buskers). La musica tradizionale otavaleña si basa soprattutto sui fiati e sugli strumenti a corda (come il chitarrino), e un’ottima occasione per assistere a spettacoli dal vivo è il Festival di Yamor, che si tiene ogni anno all’inizio di settembre. Durante le esibizioni le donne occupano un ruolo centrale: sono loro che eseguono in coro i canti, accompagnati da un sibilo ammaliante e unico nel genere. Tra i tanti gruppi del luogo, tutti con nomi indigeni (quechua, la lingua degli otavaleños), troviamo i Tsahuarhah e gli Handa-Manachi (di questi ultimi è da non perdere, per chi riuscisse a reperirlo, il disco Runa Llacta). Durante la festa, oltre agli spettacoli musicali, si tiene una gara podistica (è curioso vedere gli indios che vi partecipano, con tanto di treccia e numero pettorale), e i venditori ambulanti giungono da tutta la regione. Un’altra festa interessante è quella dedicata a San Juan, che si tiene dal 24 al 29 di giugno: allora si svolgono regate sul vicino lago San Pablo e alcune corride.
Anche la cucina occupa un posto importante nella cultura otavaleña. Tra i piatti locali, oltre al già citato yamor (una variante della chicha, la birra di mais che solitamente accompagna i piatti di carne durante le feste), troviamo lo llapingacho (frittata con le patate) e lo yahuarlocro (zuppa al sangue). Sempre in città, infine, non mancate il Parco Rumiñahui, nella piazza omonima, vero cuore della città, a breve distanza dal fiume El Tejar. Qui spicca il grande busto in pietra dedicato a Rumiñahui, il valoroso condottiero del re inca Atahualpa. A Otavalo, nel 1533, questo capo guerriero subì la sconfitta definitiva per mano degli spagnoli, guidati dal capitano Sebastiàn de Benalcàzar (al seguito di Pizarro), forte di undicimila indios canaris. Nonostante la sconfitta, venne mitizzato dalle etnie successive come simbolo del valore e della cultura indigena.







I dintorni di Otavalo
Al mercato del sabato giungono indios provenienti dai tanti villaggi limitrofi, come Peguche, Agato, Lluman ed El Chota. Tutta la regione che circonda la cittadina è estremamente interessante, e molti sono gli stranieri che, desiderosi di una conoscenza più approfondita e autentica della comunità indigena (Otavalo è, a volte, zeppa di turisti), preferiscono soggiornare nei villaggi della bella regione lagunare limitrofa. A breve distanza, infatti, si trovano numerosi laghi e due vulcani. Il lago di San Pablo è quello più prossimo alla città (lo si raggiunge rapidamente in autobus), situato alla base dell’imponente vulcano Imbabura, lo stesso che dà nome alla provincia. Il lago, originariamente, si chiamava Imbacocha (o Chicapán), ma la colonizzazione spagnola - con il cattolicesimo di importazione, assorbito dagli otavaleños - ne cambiò definitivamente il nome. È il più ampio della provincia, e ogni mattina all’alba gli indios del luogo vi pescano a bordo di canoe fatte con la paglia intrecciata. L’altro vulcano della zona è il Cotacachi (4939 m.), estinto e in gran parte eroso. Alla sua base si trova il lago Cuicocha (‘lago dei porcellini d’india’, in quechua), il più bello della regione, formatosi dopo che le nevi del vulcano si sciolsero. L’ultima eruzione del Cotacachi formò il cratere laterale Cuicocha (3100 m.), mentre su un lato del vulcano si trova il monte Yanaurcu (‘monte nero’) che, secondo una leggenda, sarebbe il frutto dell’amore - una specie di figlio - tra l’Imbabura e il Cotacachi. Quest’ultimo vulcano è prossimo alla cittadina omonima, nota per l’artigianato in pelle. Entro la superficie del lago Cuicocha, inoltre, si possono notare due isole, vulcani secondari gemmati da quello principale. Un’ultima attrazione della zona - raggiungibile solo in fuoristrada - sono le lagune di Mojanda, circa 16 km a sud di Otavalo. Formate dall’antico ed estinto vulcano omonimo, hanno tutte nomi differenti: la più alta (a 3700 m.) si chiama Yanacocha (‘nera’), e sulla sua superficie si riflette il monte Yanaurcu. A breve distanza si trova la Huarmicocha (o Chica, ‘della donna’) mentre, più a nord, la Grande (o Caricocha, ‘dell’uomo’), profonda 120 m., occupa la caldera (conca) del vecchio vulcano.







Machala, la festa della Banana

La banana è la seconda voce (14%) delle esportazioni ecuadoriane, dopo il petrolio, l’oro nero che provoca continue scaramucce armate con il vicino e odiato Perù. Nella selva amazzonica che si trova al confine tra i due paesi, nella zona del Rio Napo, infatti, esiste uno dei giacimenti più ricchi del Sud America, sfruttato fin dal 1972. La banana è coltivata quasi ovunque lungo la costa sul Pacifico, fino alle prime propaggini della sierra andina, soprattutto nel Sud - dove il maggior centro di produzione è la città di Machala - e nel Nord - nella regione di Esmeraldas, subito sotto la Colombia. A livello mondiale l’Ecuador occupa il quarto posto nella produzione delle banane. Il ciclo produttivo dura tutto l’anno, senza interruzioni, ma il periodo più fertile corrisponde al mese di ottobre.
Machala, città situata 670 km a sud di Quito e 207 da Guayaquil - principale centro di produzione delle banane, esportate in tutto il mondo (Italia compresa) dal vicino porto di Puerto Bolívar - è circondata da bananeti che si stendono a perdita d’occhio, e i proprietari terrieri della zona hanno accumulato grandi capitali con questa coltura. Machala, di conseguenza, è una città relativamente ricca - rispetto a molte altre del paese -, e tutta la provincia di El Oro, di cui è la capitale, denota un certo benessere. Grandi banche sono sorte in questa regione grazie ai capitali accumulati con la banana (alcune di loro usano il casco di banane come logo), e Puerto Bolívar, la cittadina portuale dalla quale viene esportato il frutto, situata ad appena 5 km da Machala, si è rapidamente sviluppata in questi ultimi anni. La banana, vista la sua esuberante presenza in ogni dove, e data la sua economicità, è divenuta uno degli alimenti principali dell’Ecuador, non solo come frutto da consumarsi a fine pasto. Il platano, per esempio, è un tipo di banana commestibile solo dopo essere stato cucinato (lo ritroviamo anche nella cucina di Santo Domingo e di altri paesi latinoamericani). Usato perlopiù come contorno, il platano - che nulla ha a che vedere con l’albero omonimo - viene spesso accostato ad altri alimenti, sostituendo frequentemente la patata (comunque presente nella cucina ecuadoriana). Si possono consumare, dunque, brodo di banana, banana alla griglia, banana fritta (in tranci o a fettine, come le patatine), e il diffusissimo patacón, una specie di polpetta fatta di carne macinata e banana schiacciate e mescolate con le mani, quindi fritta.






Ma la banana, in Ecuador, oltre che un’importante voce dell’economia e dell’alimentazione, rappresenta anche un elemento della cultura popolare. Ogni anno, infatti, tra il 21 e il 25 settembre, a Machala si tiene la Festa Mondiale del Banano, in concomitanza alla fiera omonima. È questa una vivace occasione per far festa - l’alcol scorre a fiumi e si balla Salsa fino alle ore piccole -, ma anche una buona opportunità per sostenere e promuovere la già florida industria bananiera. Il nazionalismo si mescola all’economia, la musica al folclore, e la kermesse procede per diversi giorni tra parate militari ed esposizioni di ‘campioni’ di produzione. Per le strade della città sfilano i gruppi più disparati, tutti - rigorosamente - a suon di Salsa: raccoglitori di banane, scolaresche, bambini in costume, majorette, militari, ballerine e persino i pompieri, in tuta d’amianto, in un periodo dell’anno in cui la temperatura si aggira sui trenta gradi. Per giorni e giorni, al ritmo delle bande locali o della musica da discoteca - propagata attraverso gigantesche casse acustiche sparse un po’ dovunque: appese sugli alberi o sul retro dei pickup -, sempre al massimo del volume, le rappresentanze di tutto ciò che può essere rappresentato (collegi, associazioni, club, organizzazioni militari) sfilano ininterrottamente su e giù per la piazza principale, tra le grida di gioia degli spettatori, soprattutto dei bambini. La polizia, formando una catena umana che fa da transenna, impedisce agli spettatori di tuffarsi nei cortei e seguire le sfilate. Un oratore, in posa plastica dal balcone del municipio, circondato da ‘personalità’ assortite, desiderose di palcoscenico, esalta tutto e tutti attraverso un microfono collegato ad altoparlanti: la banana, Machala, la Patria e i suoi gloriosi bombeiros, i pompieri. La folla, eccitata, applaude a ogni punto esclamativo, cioè sempre. In tale occasione non può mancare l’annuale concorso per la carica di Regina Mondiale del Banano, un premio molto ambito in questa regione. Le candidate arrivano da quasi tutta l’America Latina e, nonostante siano quasi sempre più attraenti della concorrente ecuadoriana, quest’ultima vince il concorso dieci volte su dieci. Le selezioni (una pura formalità) si tengono nell’Hotel Rizzo, il più prestigioso della città, e nei giorni che precedono l’incoronazione la stampa locale e nazionale ha un’attività frenetica: finge di fare pronostici e di cercare di capire quale tra le concorrenti - in base al curriculum - sarà eletta. Il giorno della premiazione l’intera prima pagina dei quotidiani - come El Universo, stampato a Guyaquil - è dedicata a lei, con titoli cubitali del tipo Ecuatoriana ganó Reinado del Banano.




La fiera che si tiene contemporaneamente è ospitata in un parco apposito, diviso in stand espositivi e luoghi di svago (palcoscenico per i gruppi musicali, pista da ballo). La fiera ospita tutti i principali produttori di banane - tra cui diverse cooperative gestite dai militari -, e il prodotto viene da questi definito, molto umilmente, come ‘il migliore del mondo’. Interessanti esposizioni, oltre a quelle dei ‘campioni’ di produzione, sono quelle sulle malattie e i rimedi per combatterle che colpiscono i frutti e sulle diverse tecniche di raccolta e lavorazione. La banana, d’altronde, è un elemento essenziale dell’economia locale, tant’è che viene giornalmente quotata in borsa e sui giornali. Alla fiera, dunque, si stipulano affari e accordi tra produttori, oltre ad una corposa opera pubblicitaria.
Ma la Festa del Banano è anche una grande occasione per divertirsi. Fuori del parco della fiera abbondano i venditori ambulanti che attirano i bambini e gli adulti con giochi come il ‘tiro al chewing-gum’: chi, con un fucilino ad aria compressa colpisce il pacchetto di gomme da masticare disposto su un tabellone, lo vince (anche se ormai bucato). Anche i venditori di zucchero filato e di palloncini, i parrucchieri da marciapiedi, i truffatori delle lotterie truccate (tipo gioco delle tre carte), i giostrai itineranti e i ristorantini ambulanti fanno buoni affari. All’interno della fiera il clou del divertimento scatta al tramonto, quando le orchestre iniziano a suonare ininterrottamente, e i visitatori, zuppi di trago - l’economicissimo alcol ricavato dalla canna da zucchero, vera droga nazionale -, si scatenano in balli forsennati. Solo allora la fiesta, in onore alla banana, è davvero degna di tale nome.

pubblicato su Frigidaire








venerdì 3 agosto 2012

ECUADOR - SAN LORENZO


Un pezzetto d'Africa al capolinea del treno più sgangherato che c'è

Situato a brevissima distanza dal Rio Mataie, che funge da confine naturale con la Colombia, il villaggio di San Lorenzo è forse il luogo più interessante - ma, allo stesso tempo, meno caratteristico - dell'Ecuador. La popolazione di questo piccolo centro costiero abitato da circa diecimila persone, infatti, è praticamente tutta di discendenza africana (in contrasto con la media generale del paese: 50% indios, 50% meticci - incrocio tra razze indigene e coloni europei), ultimi discendenti di una nave di schiavi diretta a Cartagena, in Colombia, e naufragata lungo questo litorale secoli fa. Facente parte della provincia nord-occidentale di Esmeraldas - il capoluogo omonimo si trova circa 140 km a sudovest -, San Lorenzo rappresenta una forte sorpresa per chi ha già attraversato il resto del paese. Qui, tra una vegetazione tropicale lussureggiante, un forte calore misto ad alta umidità, e volti scuri, sarebbe facile pensare di trovarsi in un villaggio di pescatori dell’Africa o della Bahia, in Brasile, se non fosse per lo spagnolo onnipresente. D’altronde, a San Lorenzo mancano gli indios otavaleños - il ceto commerciante dell’Ecuador, presente ovunque nel resto del paese -, così come le tortuose stradine della Sierra o i volti dai lineamenti inca di Quito: si è in Ecuador solo perché la cartina geografica ce lo conferma, ma tutto farebbe supporre il contrario. Per chi è gringo, poi, la sensazione di estraneità qui raddoppia. Le persone, però, sono estremamente ospitali: soprattutto i bambini, incuriositi dagli stranieri che la lancia o il trenito hanno scaricato in città. Sono questi, in effetti, gli unici mezzi sempre praticabili: quando piove le strade, tutte sterrate, si trasformano in fiumi di fango.
Per chi arriva da Esmeraldas non c’è che la combinazione busseta (il rapido minibus, sempre guidato a tavoletta) più lancia, partendo da La Tola e passando per Valdéz (Limones) e Tambillo. Lungo questo tragitto dapprima si attraversa il Rio Esmeraldas, quindi si costeggia forse il più bel tratto di litorale ecuadoriano, quello situato attorno a Punta Verde, con alte palme e alcuni villaggi di pescatori. Allo sbarco, nei pressi del mercato, i ragazzini attendono i turisti per condurli in qualche pensioncina, tutte decisamente modeste: da queste parti, per fortuna, di grandi alberghi non se ne sono ancora visti. Le zanzare, grazie all’abbondanza di fiumi e anfratti lungo la costa, dove regna la mangrovia, abbondano, e le zanzariere degli alberghi sono un bene prezioso. Il clima torrido della zona è dovuto anche alla corrente oceanica fredda di Humboldt, la quale devia proprio poco prima di Esmeraldas, senza dunque intaccare il calore delle correnti più settentrionali. Questa, non a caso, è detta ‘La Provincia Verde’, a causa della vegetazione esuberante, la stessa che diede il nome al capoluogo (nonostante oggi, nel centro della città, piuttosto desolato, il verde smeraldo non sia poi così abbondante).
Delle radici africane gli abitanti di San Lorenzo hanno mantenuto la marimba, un ballo di antica data suonato con lo strumento omonimo, fatto con il chonta - un legno durissimo - e il bambù. I nativi ballano la marimba in qualche locale di sera o durante le feste, quando i payadores, poeti improvvisatori, inventano i testi, tutti solitamente incentrati su temi come i tesori ritrovati nel mare, i pericoli della selva, o i contrasti razziali (piuttosto sentiti nella regione). Ma può anche capitare che, gironzolando per le vie del paese, un gruppo di ragazzi improvvisi qualche passo di danza, quasi sempre per corteggiare una chica particolarmente attraente di passaggio.



A spasso tra le vie
San Lorenzo, però, non è esattamente un’oasi tropicale di pace e conforto. Grazie alla sua vicinanza con la Colombia e ai tanti accessi fluviali, è uno dei principali poli del contrabbando, e l’esercito vi effettua frequenti perquisizioni. Il tenore di vita, nonostante le attività in nero, non è tra i più elevati (pesca e caffè costituiscono le attività ‘pulite’ principali), e la povertà è percepibile - seppure vissuta con dignità - dall’aspetto delle abitazioni, in gran parte inventate con ciò che si dispone, solitamente assi di legno inchiodate: il mattone è un lusso non accessibile a tutti, perlopiù riservato ai pochi benestanti o agli edifici pubblici, tutti regolarmente decorati con enormi murales di propaganda politica.
Entrando in un ristorantino molto modesto, noto - non posso farne a meno - un poster con una Ferrari Testarossa nuova fiammante, così in contrasto con l’arredamento che mi circonda.
Visto il mio sguardo, «Bonita, eh?», mi fa la gerente, uguagliando in una frazione di secondo il mio essere gringo con i lussi del Primero Mundo.
Come le rispondo istintivamente, solo per continuare la conversazione, che abito a pochi chilometri dalla fabbrica in cui l’auto viene prodotta (senz’alcuna forma di autocompiacimento: peraltro odio la Formula 1) il suo sguardo si fa perso, manco le avessi detto che vivo sulla luna...
Lasciato il comedor - dove, mio malgrado, mi sono ormai affibbiato la targa di riccone -, ritorno tra i mortali, riscoprendo la vera anima di questo luogo, oltre che la mia.
«Patacòn, mi amor?».
Nonostante non abbia fidanzate da queste parti, e a casa mia patacòn potrebbe risultare un’offesa, la venditrice ambulante di polpette fritte a base di carne e patate (patacòn, appunto) mi attira come una calamita, e riesce a rifilarmene qualcuna, sebbene abbia già mangiato e un tale accostamento non sia tra i più ortodossi, almeno nella mia dieta (in Ecuador la banana, sempre presente, ha quasi sostituito la patata nell’alimentazione). Sarà per il mi amor, o forse per il suo sorriso, ma me la mangio pure, ed è buona. Al secondo passante, anche lui ammaliato a suon di mi amor, però, mi rendo presto conto di non aver fatto delle conquiste, ma di essere solo molto sensibile alle tecniche di marketing più primordiali. Un taglio di capelli alla Peluquerìa Los Rios, che sta in piedi per miracolo (le assi inchiodate decisamente non sono in bolla) e arrotonda rivendendo fumetti usati, conclude la mia esplorazione, da alieno, in questo ombelico africano e tropicale dell’Ecuador.




Il trenito: o lo ami o lo odi
San Lorenzo dal 1957 è collegato alla Sierra, fino alla cittadina di Ibarra, per mezzo di uno sgangheratissimo ‘trenito’ (ufficialmente autoferro), un autobus (ex scuola-bus) a rotaie che attraversa tutta la foresta, sempre affollatissimo: ha due sole carrozze. Per conquistare un raro posto a sedere bisognerebbe acquistare il biglietto il giorno prima, ma anche questa tecnica non assicura i risultati. Il fatto è che all’alba tutti gli abitanti di San Lorenzo (diecimila) sembrano volerlo prendere e, come già detto, le carrozze sono solo due (omologate per sessanta passeggeri in tutto). Chi arriva in stazione a quell’ora, dunque, sale direttamente in carrozza e si siede nel primo posto che trova libero. Lo seguono centinaia di persone, che si comprimono come aringhe tra scatoloni, galline, taniche, fascine di canna da zucchero, cespi di banane, neonati urlanti, e tanti, tanti simili. Il tetto è già tutto prenotato. Il gringo che, puntuale come uno svizzero, arriva poco prima delle 7 - l’ora di partenza prestabilita -, forte del suo biglietto numerato, non può che rimanere esterrefatto. Nel suo posto c’è già qualcuno. Come farlo alzare?
Conquistato in qualche modo il posto - dolci parole, pianto, intransigenza svizzera, improperi ed escandescenze -, comincia il secondo tempo dell’avventura. Il trenito inizialmente attraversa una specie di esofago tra le capanne costruite a ridosso dei binari e le foglie della selva (quelli sul tetto, molto probabilmente, arriveranno a Ibarra verdi e senza bisogno di barbiere per almeno due mesi), quindi scende ansimando tra gli aridi tornanti della Sierra. Più che su un treno, in realtà, sembra di essere su un mezzo ibrido, a metà strada fra l’autobus e la barca: sbuffante e puzzolente come il primo (lo scarico sembra arrivare direttamente dentro la vettura) e ondeggiante come la seconda. Il continuo maremoto, in effetti, ogni tanto fa deragliare di qualche centimetro il mezzo, ma il macchinista, abile manovratore, con un colpo di coda e forse di reni lo rimette prontamente in riga, sui binari. Durante la stagione delle piogge (tra novembre e aprile), poi, se ciò non bastasse, il trenito sembra impazzire sulle rotaie bagnate, e il conducente deve fermarlo spesso per controllare che tutto sia a posto. La velocità media non supera mai i 50 km orari, e durante il tragitto le stazioncine di sosta non si contano (attenzione ai lupini venduti dagli ambulanti in sacchetti con acqua nerastra: sono più pestilenziali delle cozze avariate). Almeno una volta lungo il percorso (presso il villaggio di Lita), poi, l’autoferro, visto l’unico binario, deve fermarsi per far passare quello proveniente in direzione opposta. Nonostante la forte impressione contraria, dunque, di solito si arriva a Ibarra incolumi, in circa nove, lunghe ma indimenticabili ore di viaggio.



mercoledì 7 marzo 2012

ECUADOR - I CAPPELLI PANAMA


Cuenca, terza città dell’Ecuador per dimensioni e importanza, si trova 472 chilometri a sud di Quito, sulla sierra (cordigliera andina), l’altopiano che funge da ‘colonna vertebrale’ del Paese. È in questa città che da lungo tempo sono prodotti e venduti, in gran parte anche all’estero, i noti cappelli ‘Panama’, qui noti con il nome di Cuencas o di paja toquilla, ‘paglia’ dell’albero toquilla. Le prime esportazioni di questo cappello risalgono al 1836, anno in cui il flusso dell’export era diretto soprattutto alla zona caraibica e a Panama, Paese nel quale erano acquistati e utilizzati dagli operai che costruirono il canale omonimo - da cui il loro nome più noto. Il boom delle esportazioni, tuttavia, giunse solo attorno al 1900, quando il cappello, divenuto famoso nel Paese centroamericano, venne richiesto anche in molti altri luoghi. Nel 1945 la sua diffusione era pressoché mondiale, e in un periodo di tre anni ne furono venduti più di quindici milioni, un po’ dovunque. Tuttavia, bisogna sottolineare come i primissimi cappelli fossero prodotti a Montecristi - cittadina ecuadoriana della costa nei pressi di Manta - e, da lì, grazie alla fama guadagnata all’estero, si diffusero successivamente nel resto del Paese. Nonostante oggi questo copricapo non sia più richiesto tanto quanto negli anni Quaranta, il Panama offre lavoro a numerose aziende familiari di Cuenca - città che nel frattempo ha conquistato il primato della produzione -, e i negozi si trovano perlopiù nei pressi della Plaza San Francisco. Qui si possono visitare i laboratori artigianali specializzati in questo prodotto. Oggi i Panama sono tra i souvenir preferiti dai turisti in visita alla città, e vengono solitamente venduti arrotolati in un anello (i modelli più sottili) e custoditi all’interno di una scatola di balsa apposita, pronti per essere srotolati e indossati.


I vari tipi di Panama
Esistono numerosi modelli di cappelli Panama, ognuno dei quali contraddistinto da un nome diverso, secondo la regione di provenienza. Tra quelli fatti a macchina si distinguono il macho - chiaramente destinato agli uomini (in Ecuador il Panama è largamente usato anche dalle donne) -, il mosqueado, l’aguado e l’ushuro. Altri modelli, di fattura artigianale e di buona qualità (superfinos), sono il sailor, il cayo, il brisa e il media ala. Il migliore di tutti - e decisamente costoso -, però, è il Montecristi, il cappello che diede origine a tutti i Panama. La durata del tempo di produzione di un cappello Panama va dalle 24 ore (per i modelli più commerciali ed economici) a diversi mesi (per i migliori e più costosi, come il Montecristi). Questi cappelli sono fabbricati con fibre vegetali ricavate dalle foglie della palma toquilla, una pianta spontanea (carludovica, secondo la botanica) diffusa lungo la costa (province del Manabi e del Guayas; il centro principale per questa palma è Manglaralto, a sud di Puerto López), ma anche coltivata in piantagioni.


Le foglie verdi, dopo essere state recise, vengono ‘pettinate’ - si separano le fibre - ed essiccate, quindi sono raggruppate in fasci a seconda del tipo, variabile per colore, spessore, resistenza, ecc. Questi fasci passano dai raccoglitori ai fabbricanti di cappelli, che li acquistano a pesetas, l’unità di misura specifica di queste foglie. Le fibre essiccate, quindi, vengono bagnate e rese flosce, fase necessaria per l’intreccio successivo. Segue la fase della cottura, eseguita mescolando la colla all’acqua: questo procedimento permette al cappello, una volta essiccato, di rimanere flessibile. Collocato su una sagoma di legno - quella classica del Panama -, il cappello viene poi battuto e lavato con acqua fredda. Si arriva così all’ultima fase, durante la quale la falda è intrecciata e, quindi, stirata. Il risultato è un cappello dall’intreccio uniforme, impermeabile e, solitamente, dal colore bianco brillante.

Pubblicato su Sabor



lunedì 18 luglio 2011

ECUADOR - GENTE D’ALTRI TEMPI


I longevi di Vilcabamba

In apparenza è un villaggio come tanti altri della Sierra andina ecuadoriana, dal clima costante nel corso dell'anno, caratterizzato da una totale mancanza di 'progresso' e da una tranquillità esasperante. Eppure Vilcabamba, piccolo villaggio nel Sud dell'Ecuador, a 64 km dalla città di Loja, situato a 1500 metri di altitudine e 350 chilometri a sud della linea equatoriale, anticamente ritenuto sacro dagli inca, è conosciuto in tutto il mondo per l’alto numero di ultracentenari che vi abitano. Se nel resto del Paese le persone che superano i sessant’anni sono appena il 4%, a Vilcabamba raggiungono circa l’11%, e  la media supera i novant’anni. I record appartengono a tre centoquarantenni, tutti ormai deceduti - chi per idropisia o chi per comuni malattie delle vie respiratorie - tra il 1907 e il 1976. Sempre nel 1976 erano certificati i 129 anni di un tal Miguel Carpio. Poco prima della morte questi vecchietti erano in perfette condizioni fisiche, forse un po’ sordi, ma molti di essi avevano trascorso le ore antecedenti il trapasso nei campi, lavorando.


Dagli anni Settanta, come per un’epidemia che colpisce solo i nati nel secolo precedente, numerosi longevi sono deceduti. Tuttavia, la maggior parte degli abitanti di Vilcabamba - poche centinaia di persone, in gran parte di ceppo europeo - non crede alla fatalità. Dopo il primo servizio giornalistico del Readers’ Digest (1956), che definì la zona come un 'luogo di immunità per i malati di cuore', centinaia di studiosi, dottori e aspiranti tali, fotografi e giornalisti arrivarono a Vilcabamba per capire il segreto di tale longevità. Furono fatte innumerevoli analisi ai sofferenti di malattie cardiocircolatorie, per stabilire i 'comandamenti' , se mai ci fossero, della lunga vita. Le persone che superavano gli ottant’anni vennero catalogate con un 'patentino' sul quale era elencata la loro storia medica. Le conclusioni furono che le condizioni climatiche (aria pulita, ricezione diretta dei raggi solari per tutto l’anno) favorivano la stabilità funzionale dell’apparato cardiovascolare e che la dieta (fagioli, patate, banane, granturco, pane, yucca, frutta, pochi grassi e proteine animali), unita alla tranquillità della vita e alla totale assenza dei traumi derivati dalla civilizzazione (incidenti provocati da macchinari, inquinamento, ecc.), contribuivano al prolungamento dell’esistenza. Unici 'vizi' del luogo, infatti, sarebbero il tabacco e un distillato locale - 'vizi' che, a quanto pare, poco o nulla hanno influenzato la mortalità in questa regione benedetta da dio.


Un tragico episodio, però, incrinò il cordiale rapporto tra gli abitanti del paese e i turisti. Tutto ebbe inizio dopo l’incontro di un simpatico nonnino di centoquarant’anni, ancora nel pieno delle forze, con una coppia di 'dottori' statunitensi, che decisero di rendere la vita dell'anziano più vivace. I sedicenti medici gli offrirono alcune 'vitamine' (pillole nerastre indefinite) che, nel giro di tre giorni, lo fecero morire per una violentissima intossicazione. Dei dottori si persero le tracce, e dopo alcuni giorni il cadavere dell’anziano fu sottratto dal cimitero. Negli ultimi vent’anni sembra che fatti di questo genere si siano ripetuti frequentemente, con la conseguenza che la maggior parte dei centenari - e le relative famiglie - ha trovato più conveniente abbandonare Vilcabamba e rifugiarsi tra i monti e i villaggi circostanti (per esempio quello di Tumianuma), lontani da turisti e studiosi non sempre innocui. Anche le croci delle tombe nei cimiteri sono state private delle date di nascita, per evitare che studiosi “sciacalli” s’impossessino del contenuto per i loro esperimenti. Per questo motivo è difficile “catturare” qualche longevo disposto a farsi intervistare: le famiglie tentano in ogni modo di evitare qualsiasi contatto con gli stranieri.


Sui motivi che hanno reso Vilcabamba 'paradiso dell'eterna giovinezza' si è a lungo indagato, senza però trovare alcuna ricetta sicura. La conclusione più logica è che la combinazione di una vita molto tranquilla con un clima costante che frena lo sviluppo delle infezioni (la temperatura si aggira sempre attorno ai 18°-20°C) favorisca la longevità. Di conseguenza sono molti i turisti che, nella speranza di una veloce guarigione da malattie croniche, sono giunti a Vilcabamba. Alcuni addirittura, mossi da un’euforia longevo-sanatoria, hanno inventato terapie uniche al mondo, la cui efficacia è assai discutibile. Nel paese è famoso, per esempio, l’aneddoto di un colombiano malato di cuore che, dopo quaranta giorni di totale astinenza dal cibo, mangiò nel giro di poche ore decine di chili di formaggio e miele: tutti alimenti estremamente sani, ma il cuore non resse, e la sera stessa morì. Altre persone, con criteri più fantasiosi che empirici, attribuiscono invece il merito della longevità ai raggi del sole.


La zona attorno a Vilcabamba è fertilissima e la natura estremamente esuberante: campi ricoperti da alberi di papaia, piante di tabacco, banani e orchidee selvatiche sono solo alcuni dei fantastici elementi della natura che la circonda. A circa due chilometri dal paese si trova l’Area Nazionale di Ricreazione Yamburaro, con un piccolo zoo e un parco pieno di orchidee. Per i nuovi 'figli dei fiori', inoltre, Vilcabamba è diventata una specie di 'mecca' a causa di un cactus allucinogeno che vi cresce (il San Pedro, una specie di peyotl), da cui si ricava un tè verde lisergico. A Vilcabamba anche la vita dei cani è in pratica raddoppiata (si dice che vivano tra i ventisei e i ventotto anni), e ad alcune strade sono stati dati nomi che ricordano la peculiarità del luogo, come Avenida de la Eterna Juventud.


Diversi anziani non ricordano esattamente la loro età. Alla domanda “Quanti anni ha?” la maggioranza degli intervistati risponde quasi sempre con cifre che terminano con il cinque o lo zero, arrotondando per eccesso o per difetto (solitamente più per eccesso: la fama che è stata attribuita al luogo sembra aver sviluppato un orgoglio locale per chi accumula più compleanni). Alcuni di essi conservano un certificato che attesta la data di nascita, ma la maggior parte l’ha perduto da qualche parte nel lungo corso dell’esistenza. Come afferma una saggia massima locale, “I più vecchi sono anche i più poveri, perché nella vita chi pensa solo al denaro dura poco”: e, in effetti, i centenari di Vilcabamba di denaro ne hanno davvero poco. Questo è uno dei motivi che hanno spinto alcune organizzazioni umanitarie straniere a offrire aiuti alla comunità locale. L’appoggio più cospicuo proviene da un’associazione inglese formata da ricchi anziani che tutelano a distanza la sussistenza di alcuni coetanei centenari. Un fotografo viene mandato a 'caccia' di longevi bisognosi, e le foto sono spedite in Inghilterra: se le persone prescelte risultano realmente bisognose e superano gli ottant’anni viene affiancato loro un 'padrino' inglese. Quest’ultimo invia mensilmente venti dollari (in Ecuador una piccola fortuna) per la sopravvivenza del 'cugino più povero' d’oltre oceano.


Un’altra forma d’aiuto alla comunità locale, in passato, fu offerta da un ricco donatore giapponese, che durante i suoi ultimi anni di vita ritrovò la pace fisica e mentale a Vilcabamba, dopo una vita di lavoro e di stress. Il magnate, dopo la sua morte, volle regalare alla cittadina l’ospedale Kokichiotani - che porta il suo nome -, specializzato in geriatria. Nella struttura pubblica, fatta erigere secondo il volere testamentario del benefattore, funzionano moderni macchinari per le malattie del cuore e, a intervalli costanti, gli anziani possono usufruire di un check-up gratuito, utile anche a fini statistici e scientifici. Tra i 'nuovi' abitanti del paese si annovera un ex capitano di marina che, stanco dei viaggi e di una vita allo sbaraglio, dopo il matrimonio ha deciso di stabilirsi nell’unico luogo al mondo in cui, secondo la sua opinione, sembra possibile prolungare la vita: Vilcabamba. E, come lui, molti altri, tra cui diversi stranieri, hanno preso questa decisione, nella speranza di rendere reale questa fantastica illusione.



Hunza, la Vilcabamba pakistana

Vilcabamba è solo uno dei tre luoghi al mondo in cui la vita sembra essere prolungata. Gli altri due sono villaggi che si trovano in Russia e in Pakistan, e in quest’ultimo il segreto della longevità è stato attribuito da alcuni a uno yogurt 'miracoloso'. Hunza è un piccolo villaggio pakistano situato nella valle del fiume omonimo, nell’estremo Nord-est del Paese, a breve distanza dall’India, la Cina e l’Afghanistan. Abitato dall’etnia hunzakut, Hunza ha mantenuto l’antica struttura bucolica che l’ha reso uno dei luoghi 'dell’eterna giovinezza': pascoli d’alta montagna, campi terrazzati, un capillare sistema di irrigazione che trasporta l’acqua purissima dai ghiacciai, scura e ricca di sali minerali. Come per la “collega” Vilcabamba, anche per Hunza vale la leggenda della longevità. In realtà, però, tutto sembra derivare da una vita semplice e priva di stress, da una dieta semiperfetta (frutta - tra cui venti varietà di albicocche -, cereali, latte - da cui si ricava lo yogurt considerato il 'toccasana' del luogo - e legumi), un’aria pulita e, non ultimo, un felice equilibrio della popolazione con la natura (assenza di sprechi o di fattori inquinanti). Hunza divenne famosa come 'paradiso terrestre' dopo la pubblicazione del romanzo Lost Horizon (James Hamilton, 1933) e dal successivo film su Shangri-La.

Pubblicato su SmokingFrigidaireDiarioCourrier international