martedì 28 maggio 2013

BRASILE - ITALIANOS



Veneti do Brasil

Tutti sanno come nei quattro angoli del globo viva una popolazione oriunda italiana pari a poco più di quella dello Stivale: a chiunque sono note le grandi comunità nordamericane, argentine o australiane. Ben pochi, però, sanno che anche nel tropicale Brasile, su una popolazione di oltre centottanta milioni di anime, più o meno ventidue sono di origine italiana, di cui trecentomila con il nostro passaporto. Si calcola che tra il 1836 e il 1959 in Brasile arrivarono circa un milione e seicentomila italiani, numericamente secondi, ma di poco, solo ai portoghesi. La telenovela Terra Nostra, un successo globale - comprata perfino dall’Indonesia - con tanto di sequel, ci ha fatto scoprire un nuovo mondo, di cui in buona parte ignoravamo l’esistenza.


Nel 1888, ultimo tra i Paesi, il Brasile abolì la schiavitù. L’impianto latifondista delle fazendas, però, era attivo più che mai e le braccia iniziarono a scarseggiare. Dal lato di qua dell’oceano, soprattutto nell’oggi florido Nord-est, allora si faceva la fame e le terre, montuose o ipersfruttate, non davano più raccolti. Presto si sparse la voce di una nuova Terra Promessa, dove se ti cadevano due semi di girasole dimenticati nella tasca dei pantaloni il giorno dopo ti ritrovavi una piantagione con fusti di due metri. I bastimenti vennero presi d’assalto, anche perché il governo brasiliano, per avere due piccioni con una fava e risolvere l’annoso mal di testa delle scaramucce territoriali con l’Uruguay, cedette a prezzo politico le terre dell’estremo Sud a qualunque bracciante disposto a coltivarle. Incentivò i viaggi transoceanici arrivando a offrirli gratuitamente. Veneti, trentini e lombardi, per i quali i concetti di terra e di proprietà erano sacri almeno quanto i loro santi, arrivarono a frotte. Prima lentamente, poi a ondate. Si insediarono nei luoghi più impervi, disboscando foreste come non ne avevano mai viste prima e cacciando animali ben più numerosi dei cristiani. I primi arrivati, addirittura, si adeguarono a dormire sotto le radici di alberi grandi come condomini, almeno fino alla costruzione della prima baracca di legno. E tirarono la cinghia, fino al primo raccolto. Poco propensi a mescolarsi con gli altri - tedeschi, polacchi e ‘pelos duros’, i gaúchos di origine spagnola -, fondarono colonie - dette linhas - a sé. Con la loro lingua, ossia i dialetti portati da casa.


Oggi la storia degli italianos do Brasil è diventata mito, i primi coloni si sono guadagnati un museo in ognuno dei centri - più o meno grandi - del Rio Grande do Sul, la vita è cambiata e il benessere si è diffuso, ma le tracce dell’italianità sono ancora molto profonde. Innanzitutto la lingua, iltalián, un mix di dialetto veneto e portoghese (più del primo che del secondo), sopravvive alla globalizzazione e al tempo, soprattutto nelle comunità rurali distanti dalla costa. Terra Nostra ha fatto riscoprire questa lingua a lungo dimenticata ai nostri cugini di laggiù, e il successo della telenovela è stato così grande da dare origine a un vero e proprio filone dedicato ai coloni italiani: Terra Nostra IIEsperança (dove sono narrate le gesta dei pracinhas, i brasiliani che vennero a combattere in Italia durante la Seconda guerra mondiale) e A casa das sete mulheres (‘La casa delle sette donne’, da noi ‘L’Eroe dei due mondi’, una saga che narra delle vicende guerresche e sentimentali di Garibaldi e Anita).


L’oblio sugli italiani, in quel periodo, era sceso per colpa delle leggi del dittatore Vargas che, durante la Seconda guerra mondiale,  dopo infiniti tentennamenti aveva scelto  di appoggiare gli statunitensi, più vicini e di maggior garanzia economica rispetto all’Asse. Vargas proibì ufficialmente l’uso dell’italiano, dei suoi dialetti e del tedesco. Nelle campagne del bianchissimo Rio Grande do Sul vennero inviati soldati mulatti da Rio, a fare da censori linguistici contro contadini che in portoghese, sì e no, sapevano contare fino a dieci. Fu inaugurata una rabbiosa caccia ai pensieri, e gli anziani di oggi si ricordano ancora della paura della galera per chiamare i radicci o i bígoi con il loro nome. L’onta sulle lingue ‘proibite’ è durata fino a qualche anno fa, quando, grazie soprattutto alle novelas, l’italianità è riesplosa come un fattore di moda, e ora in talián circolano libri, dizionari, cd, testi della messa, ricette. Renato Nichetti, un dj di Bento Gonçalves, ogni domenica mattina tiene un programma radiofonico di successo in talián su Radio Viva.


taliáni di oggi, così come i loro avi, sono grandi lavoratori e il vino, soprattutto nella regione centrorientale del Rio Grande do Sul, è il motore dell’economia. Nell’ultimo decennio le cooperative vinicole si sono decuplicate in centri come Garibaldi - la capitale dello spumante brasiliano -, Bento Gonçalves, Pinto Bandeira, Caxias do Sul. In quest’ultima ogni anno tra febbraio e marzo si tiene un’imponente Festa dell’Uva, con tanto di elezione di Regina e Principesse, tutte rigorosamente bionde e bianche-che-più-bianche-non-si-può. La regione dei vini è divenuta una potente calamita per i turisti dell’intero Sud del Brasile e numerosi sono i cariocas o i paulisti che vengono a degustare rossi, bianchi e rosée sulle tracce dei coloni. Tutte le antiche case in pietra vengono restaurate e i circuiti che vanno da una fetta di salame a un calice di vinho tinto passano attraverso i vecchi mulini dove si macina il grano per fare la polenta, le officine dei fabbri, i vigneti in cui la vendemmia si festeggia attorno a gennaio.


Il turismo sulista, ebbro di caccia all’italianità e di uva fermentata, si esalta anche quando prende la Maria Fumaça, un’antica locomotiva che, due volte alla settimana, parte da Bento Gonçalves, attraversa Garibaldi e raggiunge Carlos Barbosa. Al fischio del capostazione viene offerto vino ai passeggeri, e lungo il viaggio le corali e i cantautori, tutti rigorosamente in talián, intrattengono i viaggiatori. A Serafina Corrêa, invece, la centralissima Via Genova, in onore al porto da cui si imbarcarono i primi coloni, sembra un’Italia in miniatura: repliche in scala ridotta dei palazzi di Romeo e Giulietta, del castello inferiore di Marostica, della Rotonda del Palladio di Vicenza, del Colosseo e della Torre di Pisa attirano chi non si può permettere un costoso aereo ma vuole assaporare un po’ di atmosfera europea.


L’Italia e l’idea che essa rappresenta, però, da quelle parti non sono solo un invito a tavola o alle riproduzioni in miniatura. Ci sono anche altre facce della cultura italiana, su più livelli. Si può partire da quello ‘alto’ di O Quatrilho, film del 1995 in gran parte girato ad Antônio Prado, cittadina con oltre quaranta case in legno del tempo dell’immigrazione (e un’agenzia turistica chiamata Tosi Matti). Tratto dal romanzo omonimo dello scrittore José Clemente e musicato da Caetano Veloso, O Quatrilho narra di uno scandaloso scambio di coppie - il titolo deriva dall’omonimo gioco alle carte, durante il quale si può cambiare partner - fra i primi coloni italiani. Scendendo a livelli più bassi, possiamo invece farci due risate quotidiane leggendo le vignette di Radicci, una striscia pubblicata sui principali giornali della zona e che ha come protagonista un omino sempre nudo, con le parti problematiche censurate da un rettangolino nero. In pratica un maniaco sessuale che insegue le sue prede, perlopiù contadine venete con il fazzoletto in testa, dicendo loro porcherie in talián.



Recordare dei nostri italiani

Canzone di Valmor Marasca
(cantante tradizionale italiano del Rio Grande do Sul)

  Fa de più de sento ani che i Taliani qua se rivài
se rivadi de bastimento i ga sofresto peso che animai
i ga trovato puro mato sensa querte dormiva in tera
i ga lutà tanto tanto, quasi come esser nela guera

  Bisogna recordarse dei nostri bisnoni
che grasie a lori poi noi semo qua

  De manara i taieva le piante per piantare formento e milio
quelo gera par el so sostento pena rivati qua in te sto paese
i ga impiantà tanti vignai i ga impiensesto le bote de vin
l’era i Taliani che ghe fea veder la so forsa a tuto el Brasil

Bisogna recordarse dei nostri bisnoni...

  La domenga i ndeva la messa, fiole e fioi e i so genitori
i gaveva tanta fede a Dio che el se pupà anca de tuti noi
se tuta la gente del mondo fusse stata fa i nostri bisnoni
desso el mondo saria ben altro sensa guere e menor povertà

  Bisogna recordarse dei nostri bisnoni...

  Quando l’era i giorni de festa se riuniva diverse fameie
i canteva i jugheva le boce, jugar carte i fasea noti intiere
dei bon tempi jugheva la mora e i beveva anca tanto vin
quando che ghe bateva la fame i magnea polenta e scodeghin

  Bisogna recordarse dei nostri bisnoni...

  Vardè adesso me cari frateli che cità e che bele colonie
tante strade e che grandi industrie che i ga fato per noi ver più soldi
noi qua adesso gavemo de tuto ascoltè cossa che mi ve digo
recordeve dei nostri Italiani che ades i è là in tel paradiso


Massiccia fu l’immigrazione italiana anche nel Santa Catarina e nel Paraná, sia dal mare - attraverso il porto di Paranaguá - sia via terra -: le comunità del Rio Grande do Sul, quando iniziarono a essere sovrappopolate, diedero via a una specie di nomadismo, per chi aveva bisogno di nuovi spazi. Nel Santa Catarina, oggi, circola ancora una buffa battuta. Se volete far imbestialire un santacatarinense ripetetegli la frase che si tramanda da diverse generazioni: “l’unico vero uomo nella storia del Santa Catarina fu Anita Garibaldi”... La compagna dell’Eroe dei Due Mondi, in effetti, nacque proprio lì, a Laguna, un paese del litorale che ha dedicato un piccolo museo alla sua cittadina più illustre. Più a nord, ad Araquarí, un immigrante di ultima generazione, il cremonese Franco Imbrianti, ha dato vita a un sogno. In occasione del cinquecentenario della ‘scoperta’ del Brasile (2000), è riuscito a costruire una copia perfetta - con gli stessi materiali del Quattrocento - di una delle navi della flotta di Cabral, a grandezza naturale. Spirito imprenditoriale, conoscenze tecniche e grande amore per le avventure impossibili i suoi strumenti.


Il Santa Catarina è solitamente considerato una succursale della Germania, ma la comunità italiana che vi abita è di poco seconda. L’attività dei circoli italiani locali è frenetica, come quella del “Giuseppe Garibaldi” di Blumenau. Lì si tengono corsi di lingua e il calendario degli eventi è fitto, prima fra tutti l’imponente Festitália (gastronomia & musica i filoni principali) che si tiene ogni giugno. A breve distanza, a Joinville, qualche anno fa è stata inaugurata Piazza Itália, un ampio complesso con la sede del locale circolo italiano.


Ancora più a nord, a Curitiba, capitale del Paraná, gli italiani non sono da meno. Un intero quartiere, quello di Santa Felicidade, è cosa loro. Lì, così come nel vicino comune di Colombo - dal quale si diparte un Circuito Italiano agrituristico fra cantine e fattorie, un po’ come nel Rio Grande do Sul -, in febbraio si tiene l’annuale Festa dell’Uva. Tra stand culinari e palchi canori, si esibiscono a rotazione gruppi corali che alternano Funiculì, Funiculà a canti tradizionali veneti (Bossi è a un oceano di distanza), spesso con sgrammaticature dovute al passare del tempo. 


I ristorantini, oltre a fiumi di vinho tinto, offrono grandi quantità di polenta fritta e di tagliatelle al ragù, spesso con interpretazioni locali tutte da rivedere. La cucina tradizionale bolognese, invece, è un punto di onore del ristorante Caliceti, nel quartiere di Batel. Riprendendo le antiche ricette, la signora Erminia ha trasformato il suo ristorante in un’istituzione di Curitiba, e la domenica si fa la fila per trovare un posto a tavola od ordinare una porzione di pasta fresca da consumare a casa.


La cucina italiana forse è un’opinione, sicuramente una religione

Il tempo e la distanza hanno fatto sì che la cucina dei nostri compatrioti d’oltreoceano subisse innumerevoli mutazioni rispetto alle ricette originali. Nel Rio Grande do Sul e nel Paraná predomina la cucina veneta o, meglio, ciò che ne rimane dopo oltre un secolo dall’arrivo del primo immigrante. Il pranzo solitamente si apre con la sopa, un bidone di cappelletti (solitamente scritti con una sola T e pronunciati capelèci) in brodo, di qualità variabile e non propriamente al dente. Le altre portate, a volte servite tutte assieme contemporaneamente, comprendono i bígoi (spaghetti un po’ grossi, fatti a mano), i radíci (radicchio con pezzettini di pancetta abbrustolita), la polenta (quasi sempre fritta e dura), il galeto, il formaio (come il Gran Formaggio prodotto in loco - un’imitazione del parmigiano, ma a stagionatura ben più veloce - o il gorgonzola, proveniente dal Minas Gerais) e, quand’è stagione, tonnellate di uva. Come dolce i crostoli, un lontano parente delle sfrappole bolognesi. Una tavola ricca include anche altri primi: lasagne, cannelloni, gnocchi, tortéi (spesso di zucca) e diverse delizie, se solo fossero al dente, non affogate nella besciamella/formaggio e arricchite con un prosciutto degno di tale nome (anziché con l’infame apresuntado, una fettina di carne rosa inqualificabile e a stagionatura iperrapida). A São Paulo, soprattutto nelle cantine del quartiere italiota di Bexiga, dove orgogliosi camerieri e chef vantano di detenere il Sapere della Tradizione, si può trovare di tutto: persino menù che includono gli Espagueti á Bolonhesa (nel 1989 il piatto più consumato nei ristoranti brasiliani) e gli Espagueti ao Ragù. Ora, se il vostro spirito polemico vi facesse venire il dubbio che i due piatti siano la stessa, identica cosa, cercate di non esternarlo al cameriere: altrimenti questi, stizzito e con tono paternalista, vi spiegherà che i primi (o i secondi) sono con la carne macinata, mentre i secondi (o i primi) con i funghi. Ovvio, no?


Nello stato di São Paulo si stima che gli oriundi italiani siano circa sette milioni, perlopiù discendenti degli immigrati che vennero a sostituire gli schiavi nelle piantagioni di caffè subito dopo l’abolizione. Ben pochi fecero fortuna, quella vera. Tra questi, senz’altro, Francesco Matarazzo, un Berlusconi degli anni Venti che dal nulla creò un impero commerciale, partendo dallo strutto di maiale. I più, però, provenienti soprattutto dalla Campania, dalla Basilicata e dalla Calabria, non ebbero tale sorte. Privi di una terra loro - come, invece, i compatrioti del Rio Grande do Sul -, si dedicarono ai lavori più duri, al noleggio delle braccia - negli anni Cinquanta c’era ancora chi tagliava la canna da zucchero -, all’artigianato (i ciabattini in prima linea) e alla produzione del pane. È proprio a quest’ultimo simbolo di italianità che la comunità di ‘Bexiga’ (lett. ‘Vescica’), ufficialmente Bela Vista, il quartiere degli italiani con oltre venti cantine e trattorie molto di moda tra i paulisti, ogni ottobre dedica una festa. Una tavolata di seicentotrenta metri viene ricoperta di sfilatini, pani rotondi e grandi come ruote d’auto, oppure tozzi e lunghi come clave. Nel momento x il pane, frutto di milleduecento chili di farina, viene distribuito gratuitamente e la gente del quartiere, accorsa in massa, si azzuffa per fare incetta.


Tra le varie associazioni italiane di ‘Sampa’, il Circolo Italiano del centralissimo Edifício Itália - il più alto della città -, con i suoi settecento iscritti, è quello più attivo. Tra corsi di lingua, balli, feste, conferenze, gare di carte - la canasta della domenica è un must -, bingo di beneficenza, incontri letterari, spettacoli teatrali e, nella sede ‘campestre’ di Campo Lindo, campionati sportivi e feste per i bambini, ferve di attività sette giorni su sette. São Paulo, d’altronde, è una megalopoli che trasuda italianità: in cucina, nelle feste - quella di San Vito, nel quartiere di Brás, nel 2013 dal 18 maggio al 7 luglio (http://www.associacaosaovito.com.br/); quella della Madonna di Aquiropita, a Bexiga, in agosto; quella di San Gennaro, nel quartiere italiano di Mooca, tra settembre e ottobre -, nell’interessantissima raccolta storica del Memorial do Imigrante (nel quartiere di Brás, attualmente in fase di ristrutturazione per dare vita al più imponente Museo dell'Immigrazione), nell’accento del portoghese che vi si parla (si dice che quello di São Paulo sia senza la S dei plurali, grazie agli italiani) e, non ultimo, sulle pagine del Fanfulla, il settimanale della comunità italiana pubblicato da oltre un secolo.





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