lunedì 18 luglio 2011

BRASILE - BUMBA-MEU-BOI


Seguendo il suono delle matracas, durante una delle feste popolari più importanti del Brasile. Alla fine di giugno, a São Luís do Maranhão

Il click-clack delle matracas, legnetti sbattuti fragorosamente con le mani, fa venire la pelle d’oca a chiunque - anche al più insensibile degli esseri umani - segua uno dei circa cento gruppi folcloristici che partecipano alla festa del Bumba-Meu-Boi, verso la fine di giugno. Siamo a São Luís, capitale dello Stato del Maranhão, nel Nord-est del Brasile. Colonizzata da portoghesi e francesi, popolata da schiavi africani e da indios, piccola Salvador de Bahia non alterata da maquillage architettonici, la città intitolata al re francese conserva l’atmosfera del passato, almeno nel centro storico. Azulejos scrostati o ricoperti dalla muffa, viuzze acciottolate in saliscendi, gente vociante qua e là. Tra Genova e Marsiglia, Lisbona e Luanda, São Luís do Maranhão è lontana, chissà per quanto, dai teatrini del turismo organizzato. Qui il grande capitale non è ancora arrivato, forse anche per volere dall’alto: i Sarney, famiglia-dinastia che governa questa regione da diverse generazioni, in decenni sembrano non aver mosso un dito per cambiare di una virgola l’atmosfera del cuore di questa città. Gli investimenti sono finiti altrove, nei moderni quartieri residenziali, e quanto è stato fatto nel Projeto Reviver, il centro storico, pare essere evaporato un minuto dopo che è passato il pennello dell’imbianchino. L’evoluzione, se c’è stata, la si vede nella crescita, anno dopo anno, della maggiore festa della città. I gruppi folcloristici aumentano, si allargano, a essi se ne aggiungono di nuovi, ‘alternativi’, in quanto non contemplati nella tradizione. Le vie e piazze del centro non bastano più a contenerli, l’entusiasmo si spinge fino alle periferie più distanti.



Le matracas, la leggenda
Ma torniamo alla pelle d’oca. Ogni regione del Brasile, o quasi, sembra avere qualcosa per scatenare l’istinto animale delle persone. Vedere una roda de samba a Rio de Janeiro, ascoltare i tamburi africani di una batucada nel cuore di Bahia, respirare il vapore innalzato dalle cascate di Iguaçu, assistere a un’opera nel teatro di Manaus. A São Luís, per ricordarci che, in fondo, siamo tutti figli di sora Natura, basta sentire due legnetti sbattuti. In realtà due moltiplicati per decine, centinaia, tanti quanti i figuranti che accompagnano la rappresentazione del ‘bue’. Sì, bue, avete letto bene. Siamo sulla costa, ma il beach volley e il surf di Rio sono lontani. Il Maranhão è ‘provincia’, nel senso ampio del termine. Regione povera che, come tutto il Nord-est, da sempre sopravvive grazie agli scarsi prodotti della terra e dell’allevamento. Regione secolarmente preda di latifondisti e di sfruttamento umano, di gerarchie sociali e di lotte per il possesso della terra. Il bue, il toro, come simbolo di ricchezza. Da qui la leggenda, nata nel Settecento: il primo passo di una tradizione derivata dalla commistione fra coloni portoghesi e schiavi africani e indios. Tradizione poi sviluppatasi, esportata un po’ in ogni regione dell’immenso Brasile, mutata qua e là a seconda dello spirito del luogo e del potere deformante del tempo.



Nel Maranhão, Adamo ed Eva hanno preso il nome di Chico (Pai Francisco) e Catirina (Mãe), padre e madre, marito e moglie. Il serpente, ma anche la mela, è il bue-toro, a volte chiamato con il buffo nome di Mimosa (il desiderio per il travestimento, per l’ambiguità sessuale, è di antica data in Brasile). La leggenda vuole che il fazendeiro, un portoghese ricco di denaro e di potere, possedesse un toro di incredibile bellezza e forza. Il nero Chico, schiavo, un bel giorno si ritrovò con una moglie gravida e capricciosa. “Chico, ho una gran voglia di mangiare la lingua del migliore bue della fazenda…”. Come dirle di no? Chico tagliò la lingua (benefica, secondo la tradizione, allo stato di gravidanza) all’animale. E qui la leggenda inizia a biforcarsi. Una corrente di pensiero lo vuole morto, un’altra semplicemente ‘malato’. Secondo quest’ultima, dopo che il latifondista ebbe inviato i suoi uomini a trovare il bue scomparso, convocò una corte di personaggi: Chico, reo confesso, ma solo dopo un’infinità di bugie e di mezze verità; il dottore-veterinario, una specie di Dottor Balanzone, tutto medicine fantasiose e terapie peggio, parodia dell’arte medica (il meglio che gli riesce è di far muovere la coda al toro moribondo); il poliziotto, tonto e minaccioso, che però nulla può a fronte dell’astuzia di Chico; il prete, le cui preghiere si dimostrano tanto efficaci quanto le minacce dello sbirro. La svolta arriva grazie al pajé, lo stregone, l’uomo della medicina indigena, l’unico in grado di rimettere in forze - secondo la scuola di pensiero più tragica addirittura di far resuscitare - la bestia. Rinascita o semplice guarigione che sia, la storia ha un lieto fine: il bue vive felice e contento (senza entrare in scrupolosi dettagli, tipo ‘come farà senza lingua?’), Chico viene perdonato e riabilitato, la gioia torna a regnare nella fazenda. Balli, canti, tutti a festeggiare l’happy ending del fattaccio.




La festa, i gruppi
Tutto ciò è rappresentato in una gigantesca allegoria fatta di strumenti e paillette, luci e buone quantità di cachaça, l’alcol ricavato dalla canna da zucchero che lubrifica la festa fino a notte fonda. Il Bumba-Meu-Boi ha diverse forme da regione a regione, e segue un calendario variegato. A São Luís coincide con il periodo delle festas juninhas, le feste di giugno, apice delle quali è São João, con i suoi fuochi davanti alle abitazioni. Nella capitale del Maranhão la baraonda inizia già a metà mese, e i giorni clou sono il 29 e il 30. Ogni quartiere sembra ospitare, a rotazione, i gruppi, che si differenziano a seconda di un’infinità di variabili: ritmi, strumenti, costumi. A São Luís sono ufficialmente riconosciuti quattro sotaques (accenti, ritmi) distinti: quello da Matraca (legnetti a go-go), quello da Zabumba (la zabumba è una batteria da passeggio, da cui sembra derivare il nome della festa; questa è la scuola più antica, di origine africana), quello de Orquestra (più moderno, con diversi strumenti a fiato) e quello Costa de Mão (con pandeiros, tamburelli suonati con il dorso delle mani). Nel 1861 e nel 1868 il Bumba-Meu-Boi fu proibito a São Luís, poiché l’élite bianca mal tollerava questo sbandieramento di negritudine. Oggi, se dio vuole, l’unica cosa non tollerata dalla polizia sono gli ubriachi molesti, una costante nelle adunate pseudo-carnevalesche che affollano il Brasile. Le donne hanno cominciato a occupare luoghi di rilievo - in primis quello delle índias, poche piume e molta abbronzatura esposta al pubblico - solo a partire dagli anni Ottanta: fino ad allora potevano ricoprire, al più, ruoli ausiliari (vivandiere, sostenitrici, ecc.).



Ancor oggi i posti chiave sono interpretati da uomini: perfino Catirina è quasi sempre impersonata da un travestito. Protagonista è il toro, all’atto pratico un uomo sudatissimo avvolto da un’intelaiatura di legno sormontata da una testa cornuta di cartapesta (a volte un teschio vero riciclato) e circondata da una pesante gonna colorata, ricca di ricami e paillette. Il tapino rotea per lunghi quarti d’ora sotto una coltre di velluto e i gradi del tropico, elevati di notte quanto di giorno. A rappresentazione terminata, esce dalla sauna stremato. Il fazendeiro veste abiti sfarzosi e rumoreggia con un fischietto, simbolo del potere che coordina la festa. I vaqueiros, vaccai agli ordini del latifondista, portano pesanti abiti di velluto e cappelli con la penna, decorati da lunghe striscioline colorate. Chico ha abiti modesti, e di solito svolge un ruolo tragicomico, a metà strada fra la tristezza della miseria e la furbizia del popolano che riesce a fregare il potere. Accompagnano il tutto il Miolo, responsabile delle evoluzioni e delle coreografie del toro, e il Mutuca, distributore di cachaça al gruppo, per evitare che qualcuno si addormenti durante l’estenuante sequenza di rappresentazioni nei quartieri della città, fino all’alba. La musica, nelle sue svariate forme, accompagna il tutto, con coinvolgimento variabile da parte del pubblico. Qualche stratega del marketing locale ha introdotto, fra un gruppo tradizionale e l’altro, ballate di musica sertaneja (un po’ il country brasiliano), quella che più vende. Ma si sono anche conservate le danze portoghesi, se da un lato quelle che più fanno sbadigliare gli spettatori, dall’altro quelle che più sfoggiano la maestria dei costumisti.



Parintins, il bue dell’Amazzonia
Il Bumba-Meu-Boi, però, non è un marchio registrato esclusivo di São Luís. A contendere il primo posto del ‘bue’ in Brasile c’è anche Parintins, piccola isola-città a 420 km da Manaus, lungo il Rio delle Amazzoni. Qui, la questione del bue, è davvero roba seria, da circa un secolo. Dal 28 al 30 giugno Parintins viene presa d’assalto da migliaia di persone, giunte da tutto il Brasile e dall’estero. I più dormono in barca, sulle amache, visto che i pochi alberghi e pousadas, in quei giorni, sono prenotati dall’anno prima. Sponsorizzata dalle industrie di birra più importanti, il Boi-Bumbá - qui la festa si chiama così - è la principale manifestazione folcloristica del Nord del Brasile. Giunto nello Stato dell’Amazonas grazie agli emigranti del Maranhão durante il periodo d’oro del caucciù (Ottocento), il Boi venne ‘diviso’ in due tra il 1913 e il 1914. Prima fu istituito il Boi Caprichoso, di colore azzurro. L’anno seguente arrivò il Boi Garantido, la cui bandiera è il rosso. Da allora la rivalità, come in un palio di due sole contrade, è divenuta epica. La città, lo Stato dell’Amazonas, forse il mondo intero, sono divisi in due: azzurro e rosso. Per contenere tanta apocalisse, a Parintins è stato costruito un apposito bumbódromo, una specie di cugino amazzonico del sambódromo carioca, capace di ospitare 50.000 scalmanati. Un po’ come avviene per le scuole di samba di Rio, a Parintins, fin dal 1966 è dichiarata la guerra per il gruppo migliore, anche se poi il vincitore non viene osannato tanto quanto nella capitale carioca. I cantanti, i giocatori di calcio, i politici dell’Amazzonia, prima o poi, prendono tutti posizione: o rosso o azzurro. I cd di un colore o dell’altro vendono più dell’acqua minerale, ed esistono veri e propri autori specializzati in musiche da ‘bue’. Lo stesso carnevale di Manaus, ispirato a quello di Rio, vede una presenza sempre più massiccia delle influenze del Boi di Parintins, orgoglioso delle proprie radici indigene. Un bue per tutte le stagioni, nello sconfinato, magico Brasile.

Pubblicato su Smoking


ALTRE FOTO SU:
http://www.argusphoto.com/argusfeature/travelfeature.travelfeature..(0-2772).Brazil.218-214000.html


Il mio Brasile su



Nessun commento:

Posta un commento