mercoledì 7 marzo 2012

BRASILE - MACUMBA E CANDOMBLÉ


La concorrenza fra i culti
Il Brasile, con i suoi 130 milioni di fedeli ufficialmente dichiarati, può essere considerato il Paese più cattolico del mondo. In realtà, questa cifra include molti credenti che seguono dottrine differenti da quella classica, suddivisi e raggruppati in un'infinità di religioni concorrenti, tutte aborrite dal clero cattolico, soprattutto dai vescovi più in linea con il Vaticano. Esistono decine e decine di sette e culti, la cui separazione dalla dottrina madre non sempre appare così netta: un fedele, per esempio, può dichiararsi cattolico ma, in un momento di bisogno spirituale, richiedere aiuto a un sacerdote di candomblé, mescolando liturgie di origini diverse. La concorrente principale al cattolicesimo e ai riti afro-brasiliani è la Chiesa Universale del Regno di Dio, la più importante fra le tante sette evangelico-pentecostali brasiliane, di matrice statunitense: nel Paese tropicale conta oltre venti milioni di fedeli (crentes) e circa duemila templi. Fondata una ventina d’anni fa da Edir Macedo (ex boss del mondo delle lotterie carioca, oggi ribattezzato “vescovo”), questa dottrina si è trasformata in una delle maggiori multinazionali brasiliane: è diffusa in quarantaquattro Paesi e possiede mezzi di comunicazione (un’emittente televisiva, un quotidiano e alcune radio), banche, case editrici, deputati e un miniesercito di circa tremila pastori stipendiati. I riti di questa dottrina, solitamente tenuti in grandi sale disadorne (ex cinema o supermercati), mescolano letture del Vangelo a canti su ritmi pop, omelie dei pastori in giacca e cravatta che urlano al microfono, cadute in trance e abbondanti collette che rimpinguano le già ricche casse del sistema. Imperniata su una strana forma di misticismo neoliberale dal forte sapore nordamericano (dio, lavoro, denaro, moralismo, catarsi collettiva), l’Igreja Universal do Reino de Deus in questi ultimi anni ha subìto numerosi attacchi dal clero cattolico, che si sta vedendo portar via un gran numero di anime. La potente Rede Globo, il network-cervello del Brasile, vicina alle posizioni della chiesa tradizionale, ha prodotto la telenovela Decadencia, nella quale si narravano le vicende di un pastore pentecostale truffaldino e avido, una chiara parodia distruttiva della figura di Macedo. Brasiliana, inoltre, è la nota Teologia della Liberazione del teologo Leonardo Boff, la quale vede nell’impegno sociale, economico e politico - un cattolicesimo militante, delle origini, parecchio distante da quello più intransigente e attuale del Vaticano - una forma di avvicinamento a dio.


Il Candomblé e le sue origini
L'immaginario mistico che è alla base delle tante dottrine brasiliane ripesca quasi sempre nel cattolicesimo, importato dagli europei, e nei riti africani, giunti con gli schiavi. I lavoratori neri, imprigionati e venduti ai fazendeiros, tentarono, fin dall'inizio della schiavitù, di mantenere salde le proprie tradizioni e, tra queste, la religione. Per evitare pericolose aggregazioni, tuttavia, i proprietari terrieri cominciarono a proibire e a perseguitare tutto ciò che poteva rappresentare una pericolosa unità culturale (anche la musica e la danza, da cui nacque la capoeira). Gli schiavi furono così costretti ad attribuire nomi cattolici - quelli dei santi - ai loro dèi africani, dando origine al fenomeno noto con il nome di sincretismo, oggi variabile da regione a regione: allo stesso orixá - dio, secondo la lingua yoruba degli schiavi più tardivamente arrivati in Brasile - possono corrispondere santi cattolici diversi da regione a regione. Questi doppi ‘battesimi’ erano realizzati partendo dalle affinità caratteriali fra i santi cattolici e gli orixás del neonato candomblé. Nel XIX secolo la libertà religiosa fu ufficialmente riconosciuta, ma i culti africani continuarono a essere perseguitati e culturalmente ghettizzati per molto tempo: le ricche classi bianche, dominanti, consideravano il candomblé una dottrina ciarlatana, seguita dai ceti ignoranti e poveri.



Bisogna sottolineare come il candomblé vero e proprio appartenga a Salvador e alla Bahia, dove fu importato dagli schiavi sudanesi i quali, pur non appartenendo al gruppo etnico africano più numeroso, influenzarono maggiormente - grazie al loro livello culturale più elevato - i riti religiosi. Si ritiene che in Africa gli orixás fossero più di un centinaio e, dunque, da là gran parte di loro giunsero in Brasile attraverso la Bahia. La macumba, invece, è di origine bantù, il ceppo africano più consistente in Brasile (il termine, secondo un'interpretazione, deriverebbe da un tipo di legno africano con il quale erano fabbricati i tamburi rituali). Essa era composta da un sistema più semplice, meno ‘affollato’ di divinità, ma caratterizzato dal culto per alcuni antenati tribali e per una serie di spiriti inferiori. Diffusasi a Rio de Janeiro, con il passar del tempo la macumba subì diverse contaminazioni, questa volta giunte dall’Europa: dopo il XVI secolo si propagarono pratiche magiche di origine medievale - come il Libro di San Cipriano -, prive di contenuti filosofici o religiosi, ma ricche di formule magiche (alcuni testi di questo genere sono reperibili ancor oggi in Brasile). In seguito, la macumba subì influenze dal candomblé baiano e dallo spiritismo, arricchendo il pantheon dei propri orixás ed evolvendosi nell’umbanda.




Nel Nord e nel Nord-est, invece, crebbero altre dottrine, altamente influenzate dai riti locali, come il catimbò nordestino o la pajelança nel bacino amazzonico (dove gli antichi dei indigeni furono identificati con gli orixás africani). Ma la prima vera dottrina religiosa totalmente elaborata in Brasile fu l’umbanda, nata ufficialmente nel 1939 a Rio con la fondazione della Federazione Spiritica dell’Umbanda. L’umbanda è associata alla magia bianca (ha rituali di guarigione e propizia il benessere), alla cui base sta il principio della metempsicosi: lo spirito umano può reincarnarsi in un altro essere vivente (umano o animale). Anche lo spiritismo - che, unito al candomblé e alla macumba creò l’umbanda - arrivò in Brasile dall’Europa, dove nella seconda metà dell’Ottocento il francese Allan Kardec aveva diffuso le sue teorie sugli spiriti e il potere medianico. Praticato inizialmente solo dai ceti bianchi, il kardecismo si diffuse in seguito anche alla comunità di colore, e oggi numerose associazioni spiritiche di questo tipo sono diffuse in tutto il Brasile. Un’ulteriore evoluzione dell’umbanda, successiva, è il quimbanda, una dottrina spiritica basata su sette exús (spiriti inferiori, che non hanno ancora avuto la possibilità di ‘purificarsi’ attraverso le ‘incarnazioni’ nei vivi). Il quimbanda, al contrario dell’umbanda, è connesso alla magia nera, utile a provocare malefici e sventure: i suoi rituali sono piuttosto crudeli, con sacrifici di galline nere, capre e galli.
Con il passare del tempo, dunque, il candomblé (il termine viene generalmente usato per indicare tutti i culti afrobrasiliani) permeò l’intera società brasiliana, diffondendosi in ogni classe sociale ed etnia. Oggi, secoli dopo l’arrivo dei primi schiavi, è questa la religione che più caratterizza la vera anima del Brasile, meticcia sia fisicamente sia culturalmente. Le stesse dottrine, con adattamenti diversi e sfumature locali, le ritroviamo anche in molti Paesi della costa occidentale africana (Nigeria, Benin, Angola), in alcuni luoghi dei Caraibi (Haiti) e, prima fra tutti, a Cuba, ove i riti della Santerìa sono quelli che più assomigliano ai brasiliani.




Rio de Janeiro
Per ogni tipo di bisogno spirituale, il credente deve seguire una serie di riti propiziatori nei confronti degli dèi del candomblé. Un esempio di queste pratiche può essere osservato durante l’ultima settimana dell’anno a Rio. In quel periodo il credente carioca, sia bianco sia di colore, esprime la propria fede attraverso manifestazioni di grande spettacolarità. In particolare, l’ultimo venerdì dell’anno le strade e le piazze meno frequentate di Rio sono teatro di macumbe (offerte agli dèi), feticci e mandingas (stregonerie, malocchi), le più comuni forme di preghiera, ringraziamento, scongiuro e maledizione. Agli angoli delle strade più appartate, seguendo rituali e movimenti prestabiliti, viene deposto di tutto: ciotole di cibo, bottiglie di cachaça, succhi di mela spruzzati sui marciapiedi; file di candele accese e allineate secondo un ordine preciso; sigarette e sigari che vengono, dopo poche boccate di fumo, deposti insieme a scatole di fiammiferi aperte; monete, fiori (rose rosse o gialle) disposti tra loro simmetricamente. Tutto questo è macumba: un insieme di movimenti rituali del corpo, danze, preghiere e offerte di oggetti a fini propiziatori. Al termine del rito sono innumerevoli i mendicanti che si appropriano di tutto ciò che è rimasto sul selciato (cachaça e sigarette, in particolare).




Sempre a Rio, il 31 dicembre offre un’altra grande occasione per assistere a riti di macumba. Fin dalle prime luci dell’alba i credenti, rigorosamente vestiti di bianco (colore della purezza), lasciano sulla spiaggia doni in onore alla dea del mare Iemanjá. Conosciuta per la sua grande vanità e golosità, la regina gradisce, oltre alle tradizionali offerte, anche dolciumi e profumi. A lei e agli altri dèi del candomblé sono dedicate grandi statue colorate, erette sulla sabbia e circondate da regali. In questa giornata i pais e le mães de santo - i sacerdoti del candomblé - ricevono i fedeli bisognosi di aiuto, di consigli e di scongiuri contro i malocchi ricevuti, e concedono le benedizioni per l’anno a venire. È questa un’ottima opportunità per i sacerdoti, che possono così dimostrare pubblicamente il proprio potere, procurandosi clientela per gli anni successivi. A questo fine assoldano decine di aiutanti, disseminati lungo le strade, che distribuiscono a chiunque biglietti da visita sui quali, oltre al recapito del sacerdote, vengono indicate le sue specialità.




Per celebrare i riti esiste una vasta gamma di articoli religiosi: gli oggetti più richiesti nei tanti negozi specializzati in quel periodo sono delle barchette di legno che, debitamente riempite di uova, spumante e cibi vari, vengono - tra scoppi di mortaretti - lasciate in balìa del mare e sospinte al largo. Il più delle volte questi doni - tra i quali anche qualche banconota - finiscono nelle mani dei bambini di favela che, esperti conoscitori delle correnti marine, si appostano sulle spiagge di approdo in trepidante attesa. Anche i fiori sono un elemento fondamentale per questi riti: il fedele getta in acqua decine di rose bianche, senza lasciare la spiaggia fino alla loro totale scomparsa nel mare; un loro ritorno a riva sarebbe di cattivo auspicio. A chi lancia i fiori si alternano anche fedeli che cospargono la spiaggia di champagne e monete che, in numero prestabilito, vengono gettate in mare.



Al calare del sole, inebriati da massicce dosi di cachaça, i pais e le mães de santo danno inizio ai balli di rito, che si svolgono in appositi spazi, a essi riservati. Sotto grandi tendoni cominciano le consultazioni collettive, e alcuni fedeli, durante il colloquio con i sacerdoti, cadono in un profondo stato di trance, dal quale si risvegliano all'improvviso. Il trance servirebbe a ‘depurare’ lo spirito, liberandolo da inibizioni e frustrazioni represse. Nell’eseguire riti e magie positive (magia bianca: benevolenza dal tale orixá, buon auspicio per l’anno successivo) o negative (magia nera: malocchi, sventure dirette contro qualcuno odiato), la macumba opera secondo il principio che ciò che viene fatto pro o contro il corpo umano si ripercuote direttamente sullo spirito (o viceversa). Se, dunque, si vuole fare del male fisico a qualcuno, basta colpirne lo spirito, danneggiando materialmente un feticcio, un oggetto che rappresenti la persona in questione. Tramite una specie di effetto psicosomatico, dunque, il dolore “passato” allo spirito si trasmetterà anche al corpo.



Durante il ballo, spesso in trance, i sacerdoti fumano grandi sigari, graditi dagli orixás che hanno ‘incorporato’. Tutto ciò si protrae fino alle prime luci dell’alba, quando al misticismo e alla magia della notte si sostituisce una realtà fatta di immondizie (i residui delle offerte che il mare ha restituito alla spiaggia), di ubriachi addormentati sul bagnasciuga, di spazzini il cui arduo compito è di ripulire l’infinito litorale di Rio. Altri riti dell’umbanda carioca si possono assistere ogni sabato mattina nei pressi della cascata della Foresta da Tijuca: sacrifici di galline, evocazioni, danze e bagni cerimoniali.


Altri luoghi
Il candomblé, però, non è solo una realtà di Rio: in tutto il Brasile vi sono gruppi di fedeli e sacerdoti che diffondono questa dottrina. Negozi di articoli religiosi sono sparsi un po’ dovunque: nell’immensa e razionale São Paulo, nella burocratica e surreale Brasilia, nel benestante e produttivo Sud, fino al più povero e primitivo Nord. Feticci, statue, incensi, saponi, bracciali portafortuna, sono solo alcuni degli elementi indispensabili per la creazione di una macumba domestica, un piccolo altare cui rivolgersi nei momenti di sconforto e di bisogno. Le effigi sacre vendute, generalmente, anche se con interpretazioni diverse, sono sempre le stesse: il Preto Velho (il ‘vecchio nero’, sacerdote schiavo), la dea del mare Iemanjá e São Sebastião, sono i protagonisti principali del candomblé e dell’umbanda, reperibili in qualsiasi angolo del Paese.




Nella lontana Belém do Pará, sulla foce del Rio delle Amazzoni, il giorno dedicato ai morti (2 novembre) è un momento di grandi celebrazioni. I defunti vengono commemorati nei cimiteri con l’accensione di centinaia di piccoli fuochi, e alle effigi sacre sono offerti grandi quantitativi di fiori e cibo. Nel cimitero della Soledade la statua del Menino Zezinho, bambino morto nel 1881 e famoso per i suoi miracoli, viene ricoperta di vestiti, cappelli e fiori.



A Salvador de Bahia, una delle figure più amate e commemorate è quella della escrava Anastacia (schiava Anastasia, una principessa africana tratta in schiavitù): raffigurata in buona parte delle chiese e festeggiata durante le tante processioni che si svolgono nella città, è una delle personalità più importanti del candomblé baiano. Salvador, in effetti, è per eccellenza la capitale del candomblé. La città è cosparsa di terreiros (o centros), i recinti sacri nei quali si tengono le funzioni settimanali, così come le iniziazioni dei novizi (nella capitale baiana si contano oltre tremila luoghi di culto, includendo anche le fontes - fonti consacrate -, le sale da ballo e le camarinhas - camere sacre). Nel terreiro, inoltre, solitamente c’è un angolino, una nicchia nascosta (peji) ove sono riposti i feticci che rappresentano gli orixás più importanti, uniti a offerte in cibo e bevande. A dirigere il terreiro c’è sempre un sacerdote o una sacerdotessa che abbiano superato i tre stadi di medianicità. Viste le enormi quantità di turisti che visitano la città, sono molte le agenzie che organizzano escursioni (piuttosto fasulle) in questi luoghi, dove vengono allestiti appositi spazi per i visitatori. Alcune pousadas, addirittura, organizzano piccole macumbe ad hoc (e a pagamento) per gli ospiti. In pieno Pelourinho - il centro storico di Salvador -, invece, troviamo l’interessante Museu da Cidade, in cui sono conservate le immagini scultoree dei principali orixás. Altro grande simbolo del sincretismo baiano è il museo degli ex voto della Igreja do Bonfim, dedicata al patrono della città, il Senhor do Bonfim. Qui sono raccolte migliaia di foto, arti e polmoni di cera, ciocche di capelli di fedeli che hanno chiesto aiuto per superare momenti difficili o che, salvati da situazioni disperate, hanno dimostrato la loro gratitudine al salvatore.




I riti
La liturgia viene pronunciata in lingua yoruba, quella della popolazione africana (del Sudan) da cui il candomblé ha avuto origine, e i suoi dèi sono gli stessi delle popolazioni bantu dell’Angola e del Congo. Questa dottrina afferma che ogni persona (anche a propria insaputa) ha un orixá, una divinità personale che la protegge, così come il suo spirito. I sacerdoti (iyá-lorixás in yoruba) sono i soli che, grazie alla lettura delle conchiglie (jogo de búzios), sono in grado di stabilire quale sia l’orixá personale. Collocate sedici conchiglie sacre (tante quante i principali orixás) nel deká - il piatto di paglia decorato con collane rituali e utile alla divinazione -, la mãe o il pai de santo le rigira e, a seconda di come queste rimangano voltate (le loro fessure corrisponderebbero agli occhi e alle bocche degli orixás), è in grado di leggere il futuro - secondo antichi codici - e di stabilire con quale orixá la persona che ha richiesto il consulto abbia uno stretto rapporto. Alcune donne, secondo il giudizio dei sacerdoti, hanno poi un rapporto particolarmente intimo con gli dèi (uno tra questi), e pertanto vanno consacrate a loro: sono dette filhas de santo, e durante i riti di evocazione ‘incarnano’ l’orixá richiamato. Gli orixá hanno una profonda relazione con gli elementi della natura, e il carattere delle persone rispecchia, a seconda delle attitudini comportamentali, questo rapporto: se, ad esempio, si trova grande piacere in ogni forma di contatto con l’acqua, molto probabilmente il proprio orixá sarà Iemanjá, dea del mare. Una volta che si conosce il proprio orixá, lo si dovrebbe curare, ringraziare e nutrire (attraverso offerte di cibo adeguate ai suoi gusti: ogni orixá ha un menù preferito; carne, ad esempio, per Exu, pesce per Iemanjá).




Il numero degli orixàs è piuttosto elevato, e compone una unica grande famiglia che - come in una telenovela - è caratterizzata da numerose vicende personali (amorose, avventurose e leggendarie), in un continuo intreccio e scambio di ruoli . A prima vista, dunque, questa dottrina può apparire piuttosto complicata, per l’accavallarsi di nomi, situazioni e caratteristiche. Solo i ‘padri’ e le ‘madri di santo’ sono in grado di spiegare adeguatamente al fedele gli ingarbugliati ruoli e posizioni gerarchiche degli dèi. La religione degli orixás è legata alla nozione di ‘famiglia’, la quale comprende tutti i discendenti di uno stesso avo, e ingloba dunque i vivi e i morti. L’orixá sarebbe, in principio, un antenato divinizzato che, nel corso della sua vita, ha stabilito vincoli che gli hanno garantito un controllo su alcune forze della natura (come i temporali, il vento, le acque dolci e salate), che ha la possibilità di favorire certe attività (come la caccia, la lavorazione dei metalli) o, infine, che ha la conoscenza delle proprietà delle piante e del loro utilizzo. Il potere e la forza vitale che pervade ogni essere e oggetto, l’axé - appartenente all’orixá dell’antenato -, avrebbe, dopo la sua morte, la facoltà di trasmigrare momentaneamente in uno dei discendenti, durante un fenomeno di possessione da lui invocato.


La mãe de santo - tale solo dopo l’ordinazione, che corrisponde alla rasatura dei capelli e all’aspersione del corpo con sangue caldo di gallina o capra e piume di pollo - apre il cerchio delle donne che ballano per gli dèi, mentre gli uomini percuotono i tamburi rituali (atabaques, suonati dagli ogan nilus, i percussionisti; ma anche il rum, il rumpi e il ) e altri strumenti (maracas e agogó, quest’ultimo formato da due piccole campane di metallo percosse con una bacchetta). Lo spirito dell’orixá entra così nella donna, che cade in trance, e inizia a dimenarsi come se lottasse contro ostacoli invisibili. I testimoni del rito salutano l’’incorporazione’ dell’orixá gridando Epa hey!, in lingua yoruba. L’orixá viene attratto dal canto e dalla musica e, una volta ‘incarnato’ è riconoscibile dai gesti che la mãe de santo esegue in trance. Ogni orixá va chiamato con gli strumenti e i ritmi musicali che gli sono propri, affinché sia in grado di riconoscere il suono che lo contraddistingue e si manifesti. I sacerdoti, inoltre, devono indossare gli abiti del colore adatto, quello preferito dall’orixá invocato.


La presenza dell’entità superiore viene annunciata ai suoi ‘figli’ anche attraverso lo stato d’animo di questi ultimi (euforia, improvviso malore, agitazione, urla) o per mezzo di segnali (una pietra particolare incontrata per strada, un fiore o un arbusto disposti lungo il cammino). Questo ‘tesoro-segnale’ - così viene chiamato -, ritrovato dal fedele, verrà portato al sacerdote affinché egli sia in grado di interpretare il messaggio che il dio gli ha voluto lanciare. Oltre ai cibi di rito (comidas de santo), i credenti devono dedicare al proprio orixá un giorno della settimana, così come uno all’anno (corrispondente al santo del calendario cattolico). Per richieste particolari all’orixá, a volte, è indispensabile anche il sacrificio di un animale (solitamente una gallina).
Ogni orixà è rappresentato anche da una pietra, che lo simboleggia: durante l’epoca dello schiavismo, le pietre venivano nascoste all'interno delle statue dei santi cattolici, così da poter continuare ad adorare i propri dèi, pur dando un’apparenza di preghiera alle effigi dei padroni. Oggi, epoca in cui la libertà religiosa è riconosciuta per legge, i fedeli del candomblé non hanno più bisogno di nascondere i propri oggetti di culto, ma le loro divinità non vengono quasi mai raffigurate, come nel cattolicesimo, su tele, attraverso la pittura (se non in quella venduta come souvenir ai turisti). All’interno dei terreiros, semmai, si prega davanti ai ferramentos, i simboli di ferro (armi, accessori), appartenenti ai rispettivi orixás, dopo averli posti sugli altari.


Gli orixás
Il candomblé basa l’esistenza degli orixás e del mondo su una leggenda. Il creatore supremo, Olodumaré (od Olorum), dio pigro ma al di sopra di ogni essere, generò numerosi orixás. Buona parte di questi, tuttavia, lo avevano disturbato per diversi motivi, e lui ne fece scomparire oltre la metà nel Nulla. Per quelli rimasti decise di creare la Terra, ove gli dèi minori avrebbero trovato - ognuno di essi - una giusta collocazione (soprattutto fra gli elementi naturali). Olodumaré, tuttavia, a causa della propria pigrizia, delegò a tale impresa Oxalá, uno degli dèi più prestigiosi. Ma questi, ancor prima di iniziare l’opera, si ubriacò, e un altro orixá (Olofin-Oduduã) gli ‘scippò’ il privilegio di creare il mondo. Al suo risveglio, arrabbiato, Oxalá protestò, ma non gli rimase altro che creare gli esseri viventi. Oxalá e Olofin-Oduduã, dunque, sono i padri creatori del pianeta e di chi lo abita e, come tali, spesso vengono identificati come un unico orixá, sia di sesso maschile sia femminile, nel cattolicesimo sincretizzato come Gesù Cristo.
Ecco un elenco, con le caratteristiche fondamentali, dei principali orixás:

Exu - È un orixá erroneamente identificato con il Demonio (orixá del male), ed è il più astuto fra tutti. Exu, messaggero degli dèi, ha anche un lato buono, ma approfitta delle proprie facoltà per provocare malintesi e discussioni tra le persone. Può fare cose straordinarie, così come essere estremamente malvagio, se le persone si dimenticano di rendergli omaggio: è necessario fargli offerte prima che a qualsiasi altro orixá, altrimenti la sua ira può essere fatale. Il suo abito è rosso e nero, e la sua testa è affilata e appuntita, come la lama di un coltello. Gli piace la cachaça e ama molto mangiare. Il suo giorno della settimana è il lunedì, e i suoi strumenti sono il gorro (berretto senza visiera) e l’uncino. Sottopone i desideri degli uomini agli altri orixás, ed è il simbolo della confusione. Estremamente permaloso, è considerato l’orixá ‘degli incroci’: e lui che, trovandosi agli incroci stradali, può causare gli incidenti automobilistici o evitarli.

Omolu (o Xapanã, ‘Figlio del Signore’) - È un orixá fra i più temuti e popolari, in quanto domina sulla salute. Può curare ogni malattia, perfino la peste, il vaiolo e ogni tipo di contagio. Le malattie contagiose, in realtà, sono le punizioni che infligge a chi non lo rispetta adeguatamente. È noto anche con il nome di Obaluaiê o Obaluaê (‘Re, Signore della terra’). Ha il volto ricoperto di paglia, ed è un guerriero terribile. I suoi colori sono il rosso e il nero, o il nero e il bianco. Il suo giorno è il lunedì e non può venire festeggiato all’interno del terreiro, ma in un luogo a parte, riservato ai sacerdoti. È l’orixá dei cimiteri, e nel sincretismo corrisponde a San Lazzaro (a Rio e Salvador), a San Sebastiano (Recife) e a San Benito o a San Rocco (Salvador). A causa dei suoi aspetti negativi, assomiglia a Exu, ed è con lui che vive nei pressi degli incroci stradali. Durante le epidemie di vaiolo che, in passato, colpirono Salvador, il suo culto ebbe un’enorme importanza.

Ogum (od Ogun) - Dio delle guerre, nella mitologia africana è un uomo che abbandona la casa di Oxalá (il padre di tutti gli dèi) per vivere le avventure della guerra, dalle quali si è sempre sentito attratto. Fratello di Exu, sposatosi con Iansã e padre di Oxossi, è venuto a vivere tra gli uomini, sempre coinvolto in grandi battaglie. È armato di spada di ferro (suo simbolo), lancia, elmo, scudo e corazza d’acciaio: nella storia magica degli dèi africani l’acciaio faceva fuggire i nemici e li rendeva deboli. Ogum è anche un esperto forgiatore di metalli, e ama la giustizia. Il suo giorno è il martedì (come per Marte, nella mitologia greca). I suoi colori sono l’azzurro scuro, il verde o il bianco; ma anche il rosso, colore della guerra, può essere usato. Al momento di ‘incarnarsi’ nei suoi ‘cavalli’ o apparecchi di guerra, Ogum si presenta danzando come se stesse duellando coi nemici. Il suo grido di guerra è alto, squillante, ma incomprensibile. Nel sincretismo della Bahia corrisponde a Sant’Antonio, a Rio a San Giorgio, a São Paulo a San Sebastiano. È il dio di tutti coloro che, per mestiere, hanno a che fare con i metalli: fabbri, autisti (di treni e di automobili), cacciatori.

Nanã (o Nanan Buruku) - È la più vecchia divinità dell’acqua (orixá femminile della pioggia), e appartiene ai culti più antichi. La senilità è la sua caratteristica principale, e viene messa in relazione ad acquitrini, laghi e paludi. Il suo giorno è il martedì, i suoi colori il bianco e l’azzurro, i suoi strumenti i braccialetti. Nel sincretismo corrisponde a Sant’Anna ed è l’amante di Oxalá, con il quale ha generato Omolu.

Oxumaré(-Dan) - Figlio di Iemanjá, è il padre degli dèi che diedero forma all’universo. È il signore dell’arcobaleno, che collega il cielo alla terra, e trasporta l’acqua dei fiumi al palazzo di Xangô. Veste il verde e il giallo, e tiene un serpente di ferro tra le mani. Il suo giorno è il martedì, e i suoi strumenti l’alfange (scimitarra) e un turbante con una treccia. Così come esistono due tipi di serpenti - quello di terra e quello d’acqua -, Oxumaré riunisce in sé le due personalità: per sei mesi è serpente di terra (uomo), e negli altri sei d’acqua (donna). Nel sincretismo corrisponde a San Bartolomeo.




Xangô - È il dio delle tempeste e del fuoco, delle piogge e dei fulmini, virile e potente, violento e giustiziere. Obá, Oxum e Iansã sono state le sue spose. È l’orixá dell’ordine, della giustizia sociale, dei trattati e dei legislatori. Dall’alto controlla le forze naturali per mezzo degli astri, che rispettano la sua volontà. Il suo simbolo è l’ascia bipenne, con la quale attraversa l’ambiente, proteggendo dalle infelicità tutti coloro che lo cercano. Ama fumare il sigaro, e preferisce la birra scura. Il suo giorno è il mercoledì, i suoi colori il rosso e il bianco. Usa una corona e dei bracciali. Nel sincretismo corrisponde a San Giovanni Battista (a Salvador), San Pietro, San Gerolamo (Rio e Salvador) e San Giuseppe.

Obá - Ninfa dei fiumi, è la figlia di Iemanjá e tende, curiosamente, a identificarsi con la sua rivale, Iansã. Ha sacrificato un orecchio, e ne ha fatto dono d’amore a Xangô, di cui è la terza moglie. La cicatrice è nascosta da un panno e dalla bigiotteria. Il suo maggiore piacere è quello di lottare, e il pugilato è una sua passione. Non è dotata di molto fascino, né è raffinata, ma non teme nessuno al mondo. Veste il rosso e il giallo, e usa uno scudo, una spada, una corona e svariati bracciali di metallo. Il suo giorno è il mercoledì. Nel sincretismo corrisponde a Santa Caterina.

Iansã (o Yansã o Oyà) - Orixá femminile dei venti e della tempesta, è dominatrice degli egu (le anime dei morti) ed è la sposa guerriera di Ogum. Di temperamento forte e autoritario, Iansã sa far prevalere la sua volontà. Nel sincretismo corrisponde a Santa Barbara - protettrice dagli incendi - o a Santa Giovanna d’Arco, a seconda di come si manifesta (Oiá o do Balê). È padrona del fuoco. Il suo colore è il rosso e i suoi simboli sono la corona, la spada, le corna, il calice, lo scettro africano (formato da un manico d’osso e da una coda di cavallo) e i bracciali. Il suo giorno è il mercoledì.


Oxossi (o Odé) - Fratello di Exu e figlio di Ogum e Iemanjá, è un grande cacciatore che abita le foreste più impenetrabili. È il rappresentante della medicina nella mitologia africana: per i popoli nativi le sue foglie e le sue erbe medicinali sono fonti di salute. Protegge la flora e la fauna, essendo il dio del bosco e della caccia. È lui che ha ispirato le comunità nere a ricercare le proprie origini. Nel sincretismo corrisponde a San Sebastiano (a Rio), San Giorgio (nella Bahia, sempre rappresentato mentre uccide il drago), San Michele e Sant’Expedito (nel Pernambuco). Il suo giorno è il giovedì, e viene festeggiato il 20 gennaio. Mangia carne di maiale, ma odia i fagioli bianchi. È coadiuvato, nella sua opera di protezione, dall’orixá Ossãe, dea delle erbe medicinali. I suoi colori sono l’azzurro chiaro, il giallo e tutte le sfumature del verde. Usa arco e freccia, e porta in testa un cappello di cuoio e nelle mani una coda di bue. Usa anche una corazza, corna e bracciali. In certe occasioni si può presentare come Erinlê (o Inlê o Ibualamã).



Iemanjá - Signora dei mari e della procreazione, è una donna maestosa, di volto calmo e sicuro. Dotata di seni prorompenti, è molto vanitosa, e apprezza i profumi e le vesti delicate. È figlia di Olokum, regina delle acque. Ha dieci figli, nati dal matrimonio con Olofim-Oduduã, tra i quali Oxumaré, Exu, Oxossi, Ogum e Xangô. È molto bella e veste solo abiti trasparenti o turchesi, cristallini. Il sabato è il suo giorno; usa una corona, una catenina con balangandã (portafortuna solitamente in argento, al quale sono appesi diversi talismani contro il malocchio; tra questi troviamo la figa, una mano in legno scuro, chiusa a pugno e che lascia passare il pollice fra l’indice e il medio, presente quasi sempre anche sui tabuleiros - i tavoli imbanditi di strada - delle donne baiane), bracciali, scimitarra, e danza impugnando uno specchio. È il principale orixá femminile e il più popolare del candomblé; nel sincretismo corrisponde alla Madonna (a Salvador a Nossa Senhora da Conceição) e protegge marinai e pescatori.

Oxum - È la signora delle acque dolci. Figlia di Iemanjá e amante di Xangô (suo cognato), è la dea dei fiumi (il suo nome deriva dall’omonimo fiume nigeriano), delle cascate e dei laghi, della ricchezza e dell’eleganza. Protegge i piccoli e la fertilità femminile, e si festeggia il sabato. I suoi colori sono il giallo, l’azzurro chiaro e l’oro, e usa una corona, una spada, dei balangandã, dei bracciali, e un argolão (grosso anello) sul collo. È la dea più vanitosa, e danza sempre adornata di molti gioielli e vestiti ricercati e appariscenti. In mano tiene uno specchio decorato (abebé), e ha un umore mutevole e capriccioso. È una buona madre e accoglie le suppliche delle donne che desiderano dei figli. Nel sincretismo viene identificata con Nostra Signora del Rosario e con Nostra Signora del Carmine.

Oçaim (Ossâim od Ossaê) - Orixá delle erbe e della medicina (così come Ajexalugá e Ajá), è il Signore delle foglie e della foresta. Prende anche il nome di Orixamim. Ha ricevuto da Olodumaré - il dio supremo - il segreto delle foglie, e spesso è rappresentato con un’unica gamba. Veste il rosa e il verde, e regna il martedì. Il suo strumento di ferro ha sette punte, tra le quali spicca un uccello. Corrisponde a San Benedetto. Senza di lui nessuna cerimonia può aver luogo; il suo culto, tuttavia, sta scomparendo.

Oxalá (o Obatalá o Orixalá o Oduduiá) - È il signore del potere (axé) e dell’iniziativa. È il Grande Orixá di origine yoruba, quello più importante, il braccio destro di Olodumaré, il dio supremo che lo incaricò di creare il mondo, ma si fece sottrarre questo privilegio da Olofin-Oduduã. Ha creato gli uomini e gli animali, gli uccelli e gli alberi. Solitamente corrisponde a Gesù (nella Bahia al patrono di Salvador, il Senhor do Bonfim). Il potere di Oxalá supera quello di qualsiasi altra creatura. Usa le sue capacità per trasformare gli esseri umani in albini. Il suo frutto prediletto è il cocco. È la personificazione del cielo, e si divide in Oduduiá (parte femminile) e in Obatalá (parte maschile). In suo onore, ogni gennaio, la popolazione di Salvador si veste di bianco (il suo colore) e lava il sagrato della chiesa do Bonfim durante la processione della Lavagem.




Olofin(-Oduduã) - È un orixá di minor importanza rispetto a Oxalá, al quale, tuttavia, ha carpito il privilegio di creare la Terra, concessogli da Olodumaré. Questo fatto ha provocato una guerra fra i due, risoltasi pacificamente con la riconciliazione reciproca. È stato sposo di Iemanjá.

Oxaguian (o Oxaguiã o Oxodiã) - È Oxalá giovane, guerriero, impavido e maestoso. Nella Bahia è noto come Gesù Bambino. Il suo giorno è il venerdì, e si veste di bianco. Usa elmo, corazza, spada e scudo.

Oxalufam - È Oxalá vecchio. Patrono della fecondità, è il Signore delle acque dolci e il dio purificatore. È il Cristo nero, e usa vestiti bianchi, corona e bracciali. Il suo giorno è il venerdì.

Euá - È un'audace guerriera, molto valente e bella. Il suo giorno è il sabato, e veste i colori rosso e giallo. Usa una spada e un arpão (fiocina).

Okô - Da uomo era cacciatore e lottatore. È l'orixá dei campi, che protegge l’agricoltura e permette i raccolti abbondanti.

Oranian - È il figlio di Oduduã e Lakangê, schiava di Ogum. È per metà nero e per metà bianco. Cresciuto, è diventato un guerriero famoso.

Olokum - È la regina delle acque, madre di Iemanjá.

Orunmilá (o Ifá) - È il testimone del destino degli esseri umani. È noto per la rivalità, durante le sessioni di lettura del futuro, con Ossain. Suo figlio si chiama Sacrificio. Veste di bianco e il suo giorno è il giovedì.

Logum Edé - È una divinità divisa in due parti, procreata da Oxum e Oxossi. Per sei mesi è donna e regna sulle acque, mentre per gli altri sei è uomo e domina la foresta. Protegge i naviganti e veste abiti di colore turchese. Il suo giorno è il giovedì e corrisponde a Sant’Expedito.

Ibejes - Sono gli orixás gemelli dei bambini. Nel sincretismo corrispondono ai Santi Cosimo e Damiano.




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