venerdì 6 luglio 2012

ITALIA - MARINA DI RAVENNA


Fino alla metà degli anni Novanta Riccione e Milano Marittima, le due località più scintillanti della riviera romagnola, detenevano il primato del prestigio modaiolo-vacanziero, tra discoteche e ristoranti, vetrine e passeggiate. Sfilare firmati fino alla biancheria intima lungo viale Ceccarini, o specchiarsi nelle vetrine di ‘Milano’, per non parlare delle lunghe notti nelle discoteche a cinque stelle, era un atto dovuto per chi si sentiva élite e d’inverno andava a Cortina d’Ampezzo. Marina di Ravenna era, da decenni, una tranquilla spiaggia per famiglie, decisamente più ‘proletaria’ e meno presuntuosa, a breve distanza dal polo industriale di Ravenna, tra le dune e una folta e profumata pineta. Capanni per la pesca qua e là, aironi e qualche rivendita di piadine. Puzzette di pesce e di ciminiera nell’aria, qua e là coperte da aromi culinari di frittura. Pochi fronzoli e molta sostanza: bagni tradizionali, sdrai a prezzi accessibili, bagnini veraci e mosconi parcheggiati sul bagnasciuga. Clientela perlopiù ravennate o bolognese, in fuga dalle vanità delle località più famose, bisognosa di sole e pace. Ogni estate nel bagno di sempre, dandosi del tu con il bagnino di fiducia.



Poi successe qualcosa. Due bagni, i Padri della Rivoluzione, preveggenti e dotati di un buon fiuto commerciale, decisero di dare il “la” a un nuovo stile. O, meglio, a uno stile di importazione. La Duna degli Orsi e il quasi attiguo Zanzibar, influenzati da altre latitudini - il primo dallo stile surfista americaneggiante, il secondo dal Brasile festaiolo -, ruppero la tradizione. Musica in spiaggia, a volte dal vivo e dichiaratamente diversa dalle ritrite lagne sanremesi. Parei avvolgenti, cibi esotici, happy hour danzanti in cui, finalmente, gli etilisti potevano dare il meglio di sé a prezzo scontato. Facce nuove, più giovani e solari rispetto alla sbadigliosa clientela di sempre. Qualche primo straniero, mentre Jorge Ben o Caetano Veloso arricchivano l’aria. Facendo sognare Rio de Janeiro o, più in generale, l’Altrove.



Nel giro di poche stagioni, un po’ come una Ibiza, d’antan, Marina di Ravenna ‘prese fuoco’. Il passaparola, più che i PR dal sorriso forzato, fu il carburante che sviluppò le fiamme. I fine settimana, non ancora week-end, divennero un momento da non perdere, se non un must, allo Zanzibar, dove si ballava fino a dopo il tramonto, con le zanzare che ti mangiavano vivo e i carabinieri a caccia di qualche consumatore di sostanze non riconosciute dalla legge tra i molti collassati nella pineta.



La cosa prese presto la mano agli ideatori del nuovo corso. Gente da tutta l’Emilia Romagna, ma anche da altre regioni, iniziò ad accorrere in massa. I bagni concorrenti più svegli, visti gli affari che gli ‘innovatori’ stavano facendo, cambiarono in fretta il guardaroba. Nuovi gestori subentrarono alla vecchia guardia, tradizionalista e un po’ spaventata/disgustata dalla ‘strana’ umanità che aveva cominciato a frequentare il loro territorio. Dei bagni per famiglie rimase poco, se non per volere di qualche integralista dell’ombrellone e del secchiello, soprattutto fra le profumate pinete della vicina Marina Romea, oltre il canale di Porto Corsini, da sempre ideale per chi cerca la tranquillità. A ‘Marina’ - così Marina di Ravenna viene solitamente chiamata da chi la frequenta - alcuni adottarono il rock americano degli anni Ottanta come colonna sonora e stile di vita, altri si diedero alle atmosfere misticheggianti balinesi, tra massaggi in spiaggia e statue del Buddha, in spiaggia pure loro. Alcuni decisero di copiare pari pari i cliché che abbiamo di Cuba, tra salsa pompata ventiquattrore al giorno, sigari e rum (uniche assenti le mulatte). Altri si dedicarono allo sport, trasformando il bagno in una specie di stadio olimpionico, dove tutte le discipline ginniche da/sulla sabbia fossero possibili. Campionati di racchettoni o, più internazionalmente, di beach tennis. Mai più pallavolo, dal nome troppo parrocchiale: d’ora in poi e per sempre beach volley. Scalate (scusate, free climbing) su pareti artificiali. Calcetto (non ancora tradotto, chissà fino a quando). Tutto il surf conosciuto (wind, kite, ecc.), escluso quello più tradizionale: le onde che schiaffeggiano il polo chimico di Ravenna non sono così imponenti. E poi, scippando l’autenticità di un tempo allo Zanzibar, il bagno Mosquito Coast, piccola Salvador de Bahia trapiantata in terra romagnola. Musica dal vivo, samba, frescobol, amache, spettacoli di capoeira, perfino lattine di guaraná e birra importate dal Brasile. Molti italiani innamorati della terra di Jorge Amado, avvolti da magliette gialle della seleção e con il cuore lasciato da qualche parte tra Belém e Porto Alegre. Brasiliani veri, tutti quelli della regione, lì per dimenticare il lavoro quotidiano in fabbrica o in qualche ospedale, parlare portoghese e uccidere la straziante saudade.




Marina di Ravenna, oggi, sembra aver portato via parte della ‘clientela’ a Riccione e a Milano Marittima. Chi cerca il divertimento, meno laccato e un po’ per tutti i gusti, lì sembra trovarlo, tra un campionato di racchettoni all’ultima goccia di sudore e una caipirinha fatta come Dio comanda. Come tutte le rivoluzioni che si rispettino, però, anche quella di Marina di Ravenna ha avuto il suo riflusso, il suoi contro-rivoluzionari. Chi si è già stancato dell’esotismo pompato, delle ‘nicchie’ stilistiche dei bagni, di solito, a fine bagno di sole, segue il tradizionale percorso degli indigeni ravennati: un aperitivo al ‘baretto’ di Porto Corsini, osservando, tra il sogno e una leggera ubriachezza, il lento scorrere dei mastodontici mercantili o delle petroliere portati a braccetto dalle navi-pilota fino all’ormeggio. Con un bel tramonto sullo sfondo e i gabbiani addomesticati che, a un passo dai bicchieri dei clienti, svolazzano a caccia di offerte (salatini, popcorn). Nell’aria uno stereo trasmette musica degli anni Ottanta, antica come il luogo.



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