mercoledì 4 aprile 2012

INDONESIA - TICKET TO THE MOON


Il primo che prova a rifilarmeli è ‘Jungle Man’, un arzillo vecchietto con il cappellino dell’Alitalia che organizza trekking nelle foreste di Sumatra. I suoi funghi allucinogeni, qui popolarmente ticket to the Moon, li espone in grandi foglie di banano, sul fondo di un innocente cestino da picnic.
  “Sono Golden Top, il meglio che puoi trovare, italiano.”
  “No, grazie, ho già fatto colazione” gli rispondo dal balcone della mia casa in stile batak, con il tetto a vela, mentre scruto l’orizzonte sul lago Toba e ciondolo su una sedia a dondolo. Sono a Tuk-Tuk, buffo nome che non ha nulla a che spartire con le carriole a motore di Bangkok. È il villaggio più visitato dagli stranieri nel Nord-ovest di Sumatra. I venditori ambulanti che propongono funghi freschi, raccolti sulle colline circostanti, qui sono un’infinità e hanno un’età che va dai cinque ai settant’anni. Alcuni ti piombano sotto il balcone a bordo di piccole canoe scavate nei tronchi, pagaiando, e ti propongono la loro verdura magica appena raccolta con quattro urli che attraversano la finestra. Ma non è cibo per tutti i banchetti.
  Il lago è un’oasi di pace, il turismo di massa acefala non è ancora arrivato e la maggior parte dei turisti sono stranieri in cerca di relax, di spettacolari spiedini di carne in salsa di arachidi, di esotismo e, perché no, di fattanze lisergiche naturali. Di sconvoltura ecologista.





  Tra i pusher locali si annoverano bambini e madri di famiglia, e alcuni albergatori scodellano frittatine drogate su richiesta della Spett. clientela. La polizia sembra non rompere per le questioni micologiche, forse ogni tanto ci prende l’astronave pure lei, e sembra che i locali vadano sulla Luna due-tre volte alla settimana. Se gli sbirri ti beccano con un po’ di marijuana, però, ti tocca iniziare a cambiare i traveller’s cheque.
  Amo il genere, ma solo una tantum. Non vorrei ridurmi come una parigina che conobbi a San José del Pacifico, altro villaggio della fattanza sulle colline di Oaxaca, in Messico. La tipa non aveva più la minima ombra di pariginità, lo charme lo aveva barattato in cambio di un fidanzo messicano tutto baffi, dei denti che non aveva più e dei neuroni andati a farsi benedire da un pezzo. Però vendeva hongitos che spakkavano, lei per prima, tanto che non era più in grado di pronunciare una frase compiuta.
  Esco a farmi un giro. Una volta lasciata la reggia la tranquillità si altera. I batak, la gente di questa zona, non è ancora riuscita a digerire l’occupazione olandese di oltre cinquant’anni fa, e considera gli stranieri come una banconota verde da spremere. Il merito, in buona parte, è dovuto all’hotel Toledo, il ghetto per turisti americani che si fanno infinocchiare su tutto. I bambini, di conseguenza, ti fermano con frasi tipo “Hallo Joe (non importa che ti chiami Gennaro, siamo tutti Joe), gimme money/bum-bum (caramelle/biro/monete)”. Quelli un po’ più cresciutelli vanno subito al dunque, con domande quali “Ma non sei tu che ieri mi ha chiesto di noleggiarti la moto?” o “Mi presti dei soldi? Te li rendo domani.” I venditori di artigianato che presidiano come blocchi stradali il lungolago abusano anche di due altre espressioni: “you can bargain” (ti danno il permesso di contrattare ai loro prezzi gonfiati con la pompa da bicicletta) e “bankrupt!” (quando ti sei allargato troppo nella suesposta tecnica della contrattazione, offrendo una cicca).
  Mi infilo in un ristorantino a sorseggiare un tè. Sono l’unico cliente, se si eccettuano un uomo e una ragazza seduti qualche tavolo più in là, apparentemente familiari della proprietaria (non consumano alcunché). I tre passano il tempo a calcolare quanto potranno rincarare la mia consumazione, senza staccarmi gli occhi di dosso. Alla fine il tipo non ce la fa più, deve farmi un paio di domande:
  “Come mai voi occidentali avete il naso così lungo? Non vorresti sposare la mia amica?”
  Strano accostamento. Gli rispondo che ho tutto lungo, ma non per questo sposo la prima che passa. Arrivederci.
  Sulla via di ritorno vengo bloccato da un ragazzino con una capigliatura a banana, sembra un metallaro bulgaro, se non fosse per i lineamenti indonesiani (metallaro indonesiano, alè). Si presenta:
  “Mi chiamo John Lenon - sì, con una enne sola -, ti interessano funghi appena raccolti? Sono ottimi, te lo garantisco.”
  I venditori mi hanno sfinito, ma forse è destino che oggi mi sconvolga. E poi, con un pusher che si chiama così, non gli vogliamo comprare un po’ di merce?
  “Sì, dài. Quant’è?”
  Acquisto l’intero raccolto, costa poco e, magari, incontro qualche vergine scandinava con cui dividerlo.
  Tornato al mio rifugio, però, gli unici che incontro disposti a condividere lo Shuttle sono una coppia di simpatici americani che potrebbero avere l’età dei miei genitori (ma non gli stessi gusti micologici). Lui ha baffi e occhiali da bancario, e ha avuto il coraggio di abbandonare il lavoro, vendere la casa e, con la moglie, fare le valige e viaggiare per qualche anno. Quando finiranno i dollari vedranno. Americani, si sa, quando fanno le cose vanno sino in fondo.
  Ripuliamo i funghi dalla terra e, per mascherare il sapore schifoso, li ingoiamo assieme a biscotti farciti. Hanno la cappella davvero grossa e per ingerirli bisogna masticarli a lungo.
  Dopo circa tre quarti d’ora cominciano a fare effetto e alle prime avvisaglie - inizio a mangiarmi le parole e le sponde del lago oscillano - saluto i due. Preferisco godermi la fattanza da solo, messo così non ce la farei a tenere una conversazione accettabile con degli sconosciuti. Accenno a fare due passi attorno alla casa e il fatto che il viola fosforescente e pulsante di alcuni fiorellini mi colpisca come cazzotti negli occhi mi fa capire che ormai sono bello su di giri. Al primo piazzista di qualchecosa che mi blocca, però, decido al volo di fare dietro front. Non vorrei imparanoiarmi nell’incazzatura, né sbandierare la mia condizione tossica a tutto il villaggio, ridendo come un demente in faccia a tutti quelli che incontro. Meglio contare le travi del soffitto in camera, lontano da occhi indiscreti.
  Mi butto sul letto, accendo l'iPod e attacca Big Science di Laurie Anderson. Inizio a navigare sull’aeronave che collega Saturno a Orione. I famosi bastioni. La mia ex fidanzata, quella gran vacca. Le formiche che cercano di salire sulle lenzuola. Le sconvolture di Zipolite che mi tornato tutte in mente, secondo per secondo, fotogramma per fotogramma. Ehi, dove ho messo la Nikon? Ah, sì, è lì, ok. Oh-oh-oh Superman. Che figata. Mi farei uno spiedino. Forse anche una sega. Però, che fatica. Chissà come sta mia madre. Cazzo se è gialla la mia maglietta. Quando torno mi tocca sgobbare, sul serio. Cavolo, come brucia lo stomaco, pare che ci sia la Terza guerra mondiale, là sotto. Mi sembra che qualcuno mi tiri i lati della bocca con una molla, e i muscoli, tutti, si tendono da soli. È meglio se mi copro lo stomaco, non vorrei prendere freddo e vomitare. Il lago Atitlan. O il lago Toba. Lo stesso viola. Yes, è scoppiato il temporale. Le gocce cadono sul tetto di lamiera, le sento una a una, sembrano sassi. Io il tetto, la pelle di tamburo. Molto, molto meglio di una sega. Sento tutta la forza di gravità, le braccia e le gambe si sono fatte pesanti. Sembrano legate al letto. Dalla porta che ho lasciato aperta vedo l’acqua che si tuffa dal cielo, unendosi a quella del lago. Riesco a spaventarmi per i tuoni, mi sembra di essere in mezzo a un oceano, la zattera che ho sotto il sedere oscilla fra le onde. Che sballo. O Superman.
  Mi alzo di botto. Un rompicoglioni, forse un ladro, ha fatto capolino per mezzo secondo sullo stipite della porta, ha infilato gli occhi e il naso (corto), mi ha regalato un mezzo sorriso di sorpresa e/o complicità, poi è fuggito. Lo sfanculo, chiudo la porta sbattendola. Non ci si può neanche sconvolgere in santa pace, meglio se attendo che l’effetto svanisca prima di mettere piede fuori, non vorrei combinare casini. Tipo strangolare il primo rompicazzo che passa. Mi accuccio di nuovo tra le lenzuola.
  Lentamente, molto lentamente, lo stomaco si calma, i colori riprendono la tonalità solita, la testa ritorna sulla Terra, la musica è finita, l’acquazzone pure. Posso alzarmi e andarmi a godere i colpi di coda del viaggione sulla sedia a dondolo, cercando di tenere a fuoco l’albero di papaya che interseca l’orizzonte. Altrimenti vomito.
  Una ciccia bionda, la vicina di casa che scorgo con la coda dell’occhio, sta cercando di chiudere la porta. Ci prova cento volte, ma non ci riesce e comincia a smadonnare cose anglofone contro le divinità dell’Australia. Non ce la faccio proprio, scoppio a ridere spudoratamente e non riesco a fermarmi. Devo di nuovo rintanarmi, non voglio sembrarle un idiota o un provocatore, ma la sua faccia è davvero buffa. E poi ha capito tutto.


Pubblicato su Frigidaire




da L'importante è muoversi
http://pietrowrites.blogspot.it/2012/03/limportante-e-muoversi.html



CUBA - ¿HABLAS ESPAÑOL?


  A Batabanó la sala d’attesa della kometa, l’idrovolante per l’Isla de la Juventud, è stracolma di passeggeri. L’imbarcazione ha avuto un guasto e la partenza è stata posticipata di appena tre ore. Nell’etere imperversano le note di uno stereo di qualche viaggiatore che ha deciso di allietarci tutti, al massimo volume, con le sue orride scelte musicali.
  Gli unici stranieri, oltre me, sono due cicci biondicci di stazza medio-grossa che confabulano in inglese in un angolo, presidiando due zaini enormi. Quando viene dato l’annuncio del ritardo, esclusivamente in spagnolo, i due hanno un’espressione interdetta. Non hanno capito un’acca del cubano stretto con intermezzo musicale.
  «They said the boat will leave two hours later», spiego loro.
  «Ah, grazie! Di dove sei?»
  «Italia. E voi?»
  «Sudafrica.»
  «Cavolo, credo siate gli unici sudafricani che ho incontrato in anni di America Latina...»
  «Sì, in effetti non siamo in tanti da queste parti.»
  Steve e Alan sono simpatici, birraioli - mi offrono subito una Cristal per contraccambiare il servizio di interprete - e non parlano una parola di spagnolo. Sono in vacanza a Cuba per quindici giorni e, chissà per quale strano motivo, dopo L’Avana anziché spararsi al volo a Varadero, come fa il 101% dei turisti, hanno scelto di venire qui.
  L’aliscafo che sostituisce la kometa ci mette un bel po’ a coprire la traversata e arriviamo a Nueva Gerona, il capoluogo dell’isola, in piena notte. Nonostante l’ora, al molo incappiamo in un jinetero disposto a trovarci un alloggio. Si chiama Jorge, parla un inglese molto migliore del mio ed è uno strano miscuglio di razze, una specie di mulatto austroungarico. Pelle caffelatte, occhi chiari, fisico da surfista.
  A Gerona le casas particuláres abbondano come funghi, eppure oggi sono tutte strapiene. È alta stagione e, anche se questa non è una delle mete turistiche ‘classiche’ di Cuba, per i miei gusti di turisti ce ne sono anche troppi.
  I due sudafricani vengono subito inchiappettati da un affittacamere, che non ha stanze da darci ma spaccia loro due schifose cene a 12$ cada, a Cuba più o meno una rapina. Io e Jorge lasciamo momentaneamente i bagagli nella casa particulár e andiamo a caccia di materassi con un soffitto sopra.
  Jorge riesce a infilare i due in una casa con quindici cani che latrano ininterrottamente. Non ci starei nemmeno se mi dessero 100$ a notte, però loro hanno fatto il servizio militare (in Sudafrica), io sono stato riformato per crisi depressive. A me tocca una simpatica cameretta tappezzata di zanzare subito girato l’angolo, ma fuori dalla frequenza degli ululati. Riusciamo, così, a rimanere vicini e ognuno con la propria privacy.
  Jorge mi conferma ciò che avevo letto sulle guide. L’isola, I-love-youth, così come la chiama con un gioco di parole, è stata per anni meta di studenti da mezzo mondo socialista o da paesi del ‘terzo mondo’ - in particolar modo africani - con cui Cuba aveva rapporti di favore. Vi venivano a studiare ragazzi russi, angolani, mozambicani, e le scuole in cui i cubani univano lo studio al lavoro nei campi - principalmente la coltivazione di agrumi - erano assai diffuse. Lingue come l’inglese, il russo e il portoghese, di conseguenza, erano abbastanza comuni, e gli abitanti sono stati contagiati da uno spirito ‘ggiovane’, rimasto ancor oggi. Da lì il nome Isla de la Juventud, adottato a partire dal 1978. Con il nuovo millennio le ondate di studen-lavoratori si sono notevolmente ridotte, ma qua e là si vedono ancora diversi negroni angolani o dello Zimbawe, vestiti come marziani. Zeppe da Spice Girls e giubbotti di pelle nera stratardopunk.
  Nonostante sia notte inoltrata e siamo a pezzi, dopo una doccia rigeneratrice facciamo un salto fuori. Durante la caccia alle camere abbiamo captato un bel movimento di baretti e gente allegra nella via principale. L’ultimo locale aperto è il Patio, dove imperversa la salsa più pura, il mio genere preferito. Dentro c’è un’accozzaglia di pizzetti & basette e jineteras, e dopo un paio di birre siamo lessi. Qui, terra di frontiera, sembra che il repulisti di Castro non sia ancora arrivato, e nell’aria si respira libertà di azione.
  La mattina seguente, mentre faccio colazione, conosco il mio coinquilino, quello con cui sono obbligato a dividere gli aromi del bagno. È un arzillo vecchietto inglese, sponsorizzante fidanzata locale. Lei ha la metà dei suoi anni e lui va matto per la salsa. La notte prima, in effetti, lo avevo intravisto mentre zampettava sulla pista, e ora è già qui di nuovo che mi fa una mossetta d’anche, mentre mi infilo una papaya in gola. Richard, così si chiama, ha sessantacinque anni e viene all’Isla ogni primavera. Da come me lo racconta la sua compagna - anche lui non spiccica una parola di spagnolo -, però, non sembra molto felice (lei).
  Passo la giornata con i sudafricani a visitare prima l’assurdo Presidio Modelo, poi la spiaggia di Bibijagua. L’ex galera, ora trasformata in una location ideale per un rave, oltre che in museo, ospitò Castro e soci prima della Revolución. I bambini giocano a pelota nei grandi cilindri che costituivano le ali della prigione, enormi alveari in cui i galeotti, soprattutto oppositori politici, erano ammassati l’uno sull’altro. Il dittatore Batista copiò pari pari il disegno della galera da una dell’Illinois, e oggi tutte le porte , finestre e sbarre sono state tolte e riciclate.
  Alan e Steve destano molta curiosità tra i cubani. Innanzitutto perché nell’isola di sudafricani non se ne vedono mai, e poi perché durante l’apartheid le truppe di Castro le diedero di santa ragione ai soldati di Johannesburg che, appoggiati dagli USA, avevano invaso l’Angola. Sono ben pochi, dunque, quelli che visitano per turismo un ex paese nemico da cui le hanno buscate (americani in gita a Saigon). Tutti i cubani che incontrano, però, li trattano con gentilezza e curiosità, senz’alcun rancore internazionalista.
  La spiaggia è deserta, per i locali è inverno - in realtà fa un caldo bestia - e l’acqua è ‘troppo fredda’, avercela in Padania. Sulla sabbia nera siamo solo noi tre, e l’albergo che costeggia la strada è vuoto.
  Mentre mi perdo nel torpore da sole tropicale vengo improvvisamente svegliato da un tipo che si è seduto a dieci centimetri dal mio telo e mi sta sottoponendo a un interrogatorio:
  «Di dove sei? Che fai qui? Mi chiamo Raúl. Sono sempre vissuto qui. Ah, che fortuna, voi stranieri, potete viaggiare, andare dove volete, muovervi come vi pare. Noi, invece, sempre e solo qui. Ma prima o poi le cose cambieranno, eh sì, devono cambiare. Italia? Che bello! Il papa, la Ferrari, la moda...»
  Dopo un quarto d’ora di monologo devo interrompere Logorrea, mi fischiano le orecchie e inizio a notare un certo arrossamento nell’interno coscia. Forse l’acqua salata del mare.
  Ferrari? Papa??
  Annoiati dal nulla che ci circonda, e temendo di subire altre nuove amicizie, facciamo dietrofront in città. Alan e Steve, però, prima di affrontare il viaggio, non possono fare a meno di scolarsi una bella bottiglia di Bacardí, allungato con Tropicola.
  «Vi piace bere, eh, ragazzi?»
  La pancetta burrosa che portano a spasso è già una risposta.
  Di ritorno a casa il sonnellino postspiaggia è impossibile, alla tv del salotto imperversa una partita di pelota a volume deflagrante, l’inglese è già ubriaco e canta l’ultima hit di salsa sotto la doccia con accento cockney. È meglio che vada a farmi due passi.
  Al ristorantino Rumbos, l’unico sempre aperto lungo la via principale, conosco Mylady, nome vomitoso eppur vero. A Cuba, come in Brasile, la fantasia contadina nel scegliere i nomi non ha davvero confini. Mylady ha lineamenti travesti e, sebbene sia chiaramente una jinetera, sembra dedicarsi alla professione con distacco e pacatezza, senza quell’aggressività tipica di molte colleghe. Mi sta già simpatica.
  Alla sera andiamo tutti assieme alla discoteca Gaviota, un antro buio e fumoso reso ancor più inospitale dal gelo dell’aria condizionata unito agli effluvi del sudore birroso che esce dai pori di tutti. La musica, però, non è male, e i sudafricani tirano su un paio di fidanzate. Alan dà il via a una relazione tra sordomuti con una fanciulla carina che sembra avere quindici anni, anche se il carnét afferma che ne ha diciannove. Per abbordarla chiede aiuto a me e a Mylady e, dopo circa mezz’ora di telefono senza fili e dimenamenti in pista, riesce ad allungarle il primo bacio. Steve è meno intraprendente e ci mette almeno un’ora per farsi accalappiare da una professionista con la faccia da libera professionista. Si chiama Julia ed è di Las Tunas. 

  La serata termina come da copione e i due ragazzi, nonostante per risparmiare dividano lo stesso materasso matrimoniale della stessa camera, forse anche lo stesso cuscino, si spera non la stessa fidanzata, riescono a concludere in maniera turisticamente poco corretta la notte. Alan sul divanetto, Steve sul materasso. Naja sudafricana, tempra i più duri.
  La mattina dopo la minorenne-maggiorenne, inventatasi jinetera per l’occasione - Alan aveva talmente insistito, e poi ha un figlio da mantenere -, non ha potuto rifiutare la vorticosa somma di 5$ che il suo nuovo ragazzo le ha elargito a prestazione conclusa. ‘Per il taxi’, si è soliti dire in tali circostanze. Julia, invece, che ha già i calli del mestiere, non lascia la preda, e gli offre una piena ventiquattrore di lezioni di spagnolo. I due si trancano in camera ed escono solo il giorno successivo.



  Me ne vado con Alan a vedere la finale di baseball tra la squadra dell’Isla e quella di Pinar del Río, il piccolo stadio è gonfio di gente invasata e vince la squadra locale. Credo di non aver mai visto un casino tale in vita mia. Il concerto dei Dire Straits all’antistadio di Bologna quando ero piccolino, dove un’orda popolare di portoghesi travolse quattro carabinieri messi lì per punizione a fare da cancello, fu senz’altro più ordinato e composto. Concerto svizzero.
  Alan va avanti a birre, ne trangugia una dietro l’altra, non so come faccia. Io alla seconda a stomaco vuoto sono già su Marte e sogno un letto, lui mi chiede impassibile se mi piace Laura Pausini (cazzo, anche in Sudafrica?!) e mi conferma che adora Monica Bellucci (gli si può dar torto, anche se lui non l’ha mai sentita parlare?).
  Alla sera siamo di nuovo al Rumbos, il centro dell’azione, oltre che dello spaccio legalizzato di polli fritti. Lì incontro Aldo, coltivatore diretto di Ascoli Piceno, così si presenta. Ha una pelata da leucemia, accento da coltivatore diretto di Ascoli Piceno, sguardo da matto e logorrea terminale. Tutti io, li becco.
  «Bella l’Isla, eh? Io, in realtà, preferisco Cienfuegos. Lì sì che ci si diverte. Un sacco di ragazze, costano poco ed è tranquillo. Qui, dopo un po’, è noioso, però con 15$ e un profumo a botta te la cavi.»
  «E allora come mai sei venuto qua?»
  «Me ne avevano parlato bene, in effetti non è male, ma è un po’ troppo tranquillo per i miei gusti. Anni fa andavo sempre in Venezuela, ma ormai Caracas è diventata pericolosissima. Non puoi più girare per strada con un paio di scarpe come queste - mi indica le sue Nike che costano come due anni di salario di un professore cubano - che ti puntano un coltello alla gola. Non ci metto più piede.» Bel gioco di parole, anche se non sembra essersene accorto.
  Improvvisamente sentiamo un gran baccano alle nostre spalle. Un protettore sta discutendo con una jinetera per questioni finanziarie, forse si tratta di blue chips, una volta tanto non per affari di pelota. Di colpo le molla un ceffone che rimbomba nella piazzetta. Le rondini garriscono e le foglie tremule cadono, ma non è autunno.
  «Fermo! Che fai?»
  Ascoli Piceno gli salta addosso, bloccandogli le mani. Il chulo è nero, incazzato nero e alto circa due metri, ma Aldo, essendo pazzo e abituato a roteare vanghe giù al bar del paese, non teme di affrontarlo. Il cubano lo respinge con uno scatto controllato, non vuole far scoppiare una rissa. Nonostante qui la polizia sia più permissiva che altrove, non è permesso picchiare le proprie ragazze e i turisti.
  Sono sorpreso dalla galanteria di A.P.
  «Le donne non si picchiano, mai, per nessun motivo!», sbraita in italospagnolo al pappa manesco, in un impeto di cavalleria rustica.
  Mentre l’ira sbolle ci sediamo su un muretto e ci raggiunge un tal Kurt, tedesco di Hannover, cinquantenne con faccia trentenne, tutto boccoli biondi e viso leccatino. Una catena d’oro a maglie superlarghe risplende sotto la camicia turchese stiratissima, impeccabile. Sembra un rappresentante di cassette porno, robe tedesche, con i cani lupo. Ogni sera, prima di uscire, deve passare almeno un’ora a prepararsi davanti allo specchio. E, prima di andare a dormire, si deve spalmare le creme della giovinezza. Da grande vorrei essere come lui.
  «I tempi d’oro sono finiti - mi esterna nel suo spagnolo con forte accento tognino -, fino a qualche anno fa sì che ci si divertiva. Ti sedevi in un posto come questo e dopo mezzo minuto c’erano cinque ragazze, giovani e carine, che ti abbordavano e che volevano fare l’amore con te per il puro gusto di stare con uno straniero. Non le dovevi nemmeno pagare, al massimo qualche regalino, ed era fatta. Oggi hanno paura della polizia, se ti avvicinano è perché vogliono solo tagli grossi, e poi guarda qua - mi indica la piazzetta e le sue frequentatrici -, bella roba, eh?...»
  Prima di andare a letto i sudafricani passano dalla biglietteria del porto a comprare il passaggio della kometa per il giorno successivo e a informarsi sugli orari. Dopo pochi minuti li vedo tornare scoraggiati e incavolati.
  «Che cosa succede?»
  «Vorremmo andarcene da quest’isola, ma alla biglietteria nessuno parla inglese e la tipa che sta allo sportello è odiosa.»
  Li riaccompagno al molo per aiutarli. L’impiegata, in effetti, sarebbe da strangolare. Non ha il minimo concetto di gentilezza e a dire una parola che sia una in inglese - o, almeno, a parlare lentamente in uno spagnolo comprensibile - non ci prova nemmeno. A ogni modo riesco a comunicare ai due che l’idrovolante parte alle sette del mattino e alle tredici. Per prendere il primo dovranno presentarsi alle sei e chiedere al capitano se ci sono posti, la prevendita non è ammessa e i passaggi vengono venduti solo all’istante. Dovranno svegliarsi all’alba.
  «Ok, molte grazie, Luigi.»
  Insistono a chiamarmi così, anche se sanno benissimo che il mio nome è Pietro. Pensano che Luigi sia più italiano, più a livello.
  Alla sera Mylady, che ha un nome non a caso, amo le donne pulite, si fa una doccia prima di dormire. Il vecchiaccio inglese, tornato a casa venti secondi dopo che lei si è asseragliata in bagno, inizia a battere forte alla porta urlando cose da hooligan. Al Patio si è bevuto una cassa di birra e ora deve scaricarla veloce veloce, questioni di prostata.
  «Fai in fretta!», le consiglio urlando dalla camera. I soldati della Regina, si sa, non hanno pietà per i meticci.
  La mattina dopo l’antico ci tiene il muso e la sua ragazza ci prende da parte:
  «Non ne posso più, lo odio. Questa, lo giuro, è l’ultima volta che gli faccio da bambinaia. Il prossimo anno, se sarà ancora vivo, se ne troverà un’altra.»
  Sono le dieci e Alan e Steve, che già dovrebbero essere nei pressi di Batabanó, si presentano a fare colazione.
  «Che cosa ci fate qui??»
  «Quel bastardo del comandante non ci ha fatti salire a bordo. Ha detto che l’idrovolante era già strapieno, e ci tocca aspettare quello dell’una. Alan ha cercato di salire a tutti i costi sulla kometa, poi, quando il capitano si è opposto e ha cercato di bloccarlo, quasi lo butta in acqua...»
  Mi sono perso una bella scena.
  «Vogliamo andarcene da quest’isola del menga, ma sembra impossibile. Abbiamo solo due settimane e non vorremmo passarle confinati qui. E poi quella gran vacca di Julia s’è fregata i miei occhiali da 200$. Le avevo dato quindici dollari per la notte, come mi aveva suggerito il tuo amico contadino, però sembra che non le siano bastati. Forse perché mi sono rifiutato di comprarle anche un profumo. Comunque sia, ieri mi ha chiesto gli occhiali in prestito per un momento, ed è scomparsa. Ti lascio il mio indirizzo. Se la vedi dille che... Ok, vabbè, lasciamo stare, sono scemo e me lo merito. Comunque, per favore, dille che la denuncio, tanto per farle prendere un po’ di paura.»
  Alle due del pomeriggio, finalmente, i ragazzi riescono a ripartire, stremati e inaciditi. Per chi no abla Español e compra occhiali da 200$ l’America Latina, a volte, può essere molto dura.

MADAGASCAR - LA CARTA ANTAIMORO


La carta antaimoro (papier antaimoro) è un prodotto artigianale esclusivo del Madagascar. Si tratta di una carta ricavata dalla corteccia d’albero, piuttosto grezza, decorata con fiori essiccati al sole. Prende nome dalla tribù musulmana degli antaimoro, localizzata sulla costa orientale della grande ‘Ile Rouge’, nei dintorni della città di Vohipeno. Ma il maggiore centro per la produzione della carta è oggi la cittadina di Ambalavao, situata sugli altipiani in area betsileo (altra tribù del Madagascar, diversa da quella degli Antaimoro, ma di cui ha ripreso, sviluppandola ulteriormente, l’arte decorativa).
In origine il papier venne usato dagli antaimoro per trascrivervi i versi sacri del Corano, tra gli ultimi immigrati musulmani che popolarono quella zona del Madagascar: a questo scopo ogni generazione dedicava almeno una ventina di bambini allo studio e all’apprendimento della scrittura araba. Da costoro la carta veniva anche utilizzata per scrivervi profezie. Un manoscritto arabo-malgascio conservato nella Biblioteca nazionale di Parigi, risalente al XVI secolo, attesta infatti come la prima immigrazione araba in Madagascar fosse avvenuta durante il VII secolo dell’era cristiana. Un’imbarcazione partita dall’Arabia, narra la leggenda, fece naufragio sulla costa orientale della grande isola, all’altezza del fiume Matitana. La tribù antaimoro (‘quelli del litorale’), stanziata nella fertile valle del Matitana, accolse benevolmente l’equipaggio in difficoltà. Ma, non potendo fare ritorno al loro paese, gli arabi si stabilirono nella zona e influenzarono, con il loro più elevato livello culturale, gli autoctoni.





Fino a qualche tempo fa gli artigiani fabbricavano la carta a uso esclusivo degli Ombiasa, stregoni-guaritori che godono di grande prestigio in tutto il Madagascar, per la confezione dei talismani e dei loro libri di magia. La carta antaimoro, alcuni lo pensano ancor oggi, è dotata di potere magico.
Nel 1936 un giovane colono francese, Pierre Mathieu, affascinato dalla bellezza e dall’originalità di questo ‘papiro’, cercò di scoprirne il segreto della fabbricazione. Grazie alla sua conoscenza del dialetto antaimoro, diede via alla fabbricazione della carta su scala più ampia, con l’accordo e la collaborazione dei discendenti arabi. Mathieu introdusse molte modifiche rispetto al procedimento originario, ma ne conservò sempre il carattere artigianale.
Oggi, la carta antaimoro è un prodotto artigianale diffuso in tutto il Paese, utilizzato quasi esclusivamente per la decorazione domestica, sotto forma di diversi manufatti. La carta viene prodotta in soli due luoghi: la piccola fabbrichetta di Ambalavao - ove il procedimento di fabbricazione è interamente manuale -, e ad Antananarivo, la capitale, presso alcune abitazioni, che costituiscono una forma di concorrenza sleale al produttore originario. Ad Ambalavao la carta è reperibile e acquistabile sia nel negozio della fabbrica (a prezzi relativamente elevati, se paragonati a quelli della capitale, ove viene letteralmente svenduta), sia da qualche venditore ambulante a Fianarantsoa, la maggiore città nei pressi di Ambalavao.
La carta antaimoro ‘classica’ è costituita da un foglio, di dimensioni variabili, semplicemente decorato da fantasie floreali. Grande successo ha anche (ma solo tra i malgasci) una serie di manufatti ottenuti dall’elaborazione della carta semplice, primi fra tutti gli specchi per la toilette e gli abat-jour. Questi oggetti sono di gusto spiccatamente kitsch, ricavati plastificando la carta e inserendovi specchi e cuciture colorate. Gli stranieri preferiscono piuttosto i fogli di carta ‘puri’, non elaborati, sia da incorniciare sia da usare come carta da lettere.






La prima fase della produzione è costituita dalla bollitura della corteccia, per diverse ore, in grandi pentoloni: la fibra viene mescolata costantemente, sempre a fuoco alto. Così ammorbiditasi, la corteccia è pestata con grandi mazze su di un ripiano metallico, e trasformata in una specie di purè giallastro. La pasta ottenuta viene diluita in acqua e, per mezzo di secchi, è trasportata in un secondo laboratorio, dove la poltiglia giace distesa su grandi vasche coperte da filtri (specie di setacci). L’acqua viene fatta defluire dalle vasche, e la fibra rimane distesa e compatta, a coprire il grande filtro rettangolare. Il setaccio è quindi trasferito in un terzo laboratorio, dove alcune donne si occupano della decorazione con i fiori secchi. Innanzitutto viene data forma ai fogli, a seconda delle dimensioni richieste, utilizzando stampi di forme diverse (per la carta da lettere di piccole dimensioni, grandi per i fogli da parete, e così via). Quindi vengono applicati manualmente i fiori secchi, dopo essere stati inumiditi in piccoli vasetti pieni d’acqua, secondo le fantasie delle artigiane. È questa la fase più importante, che maggiormente influirà sul prodotto finale. A volte vengono anche applicati piccoli steli delle piante dalle quali i fiori provengono. Nessun tipo di collante è usato per fissare i petali alla fibra di base: i due elementi si uniscono tra loro, rimanendo saldamente fissati, per semplice effetto dell’essiccamento alla luce e al calore del sole. Una volta terminata la fase decorativa, i setacci, ancora umidi e appiccicosi, vengono sistemati al sole, nel cortile della fabbrica, appoggiati con un’inclinazione di quarantacinque gradi su assi di legno.
Una leggenda vuole che i migliori fogli di carta antaimoro siano ricavati essiccandoli alla luce della luna (per questo motivo, a volte, il papier viene anche chiamato ‘carta di luna’), ma ormai, oggi, nessuno utilizza più una tale tecnica. Sotto l’effetto dei raggi solari la pasta giallognola di base si secca, assumendo una colorazione biancastra. Una volta perfettamente essiccata, la carta viene separata dai filtri per mezzo di una specie di spatola, adoperata come un aprilettere. I fogli, così ottenuti, sono quindi pronti per la rifinitura, la vendita diretta, o la trasformazione in diversi manufatti (album per fotografie, quaderni, ecc.): operazione di cui si incaricano altre donne in diverse stanze dell’azienda.
Per meglio conservare la carta antaimoro, una volta incorniciata, un saggio accorgimento è quello di appenderla in ambienti secchi e non raggiunti dai raggi del sole: l’umidità e la luce solare diretta possono facilmente far perdere la vivace colorazione dei fiori.







NICARAGUA - I PETROGLIFOS


I petroglífos sono antichi disegni su pietra, risalenti approssimativamente a ottocento anni prima dell’arrivo degli spagnoli, presenti un po’ in tutto il Lago Nicaragua. Quelli dell'Hacienda Magdalena, nell'isola di Ometepe (Lago de Nicaragua), sono tra i più numerosi e conosciuti.
A grandi linee, i disegni si dividono in zoomorfi, antropomorfi, curvilinei e spiraliformi. Le ipotesi circa la loro origine sono diverse: secondo alcuni studiosi sarebbero contrassegni del territorio, mentre per altri rappresenterebbero cordoni ombelicali sacri. Fra questi temi ricorrenti, a volte, troviamo due spirali unite da una corda: chiaramente una raffigurazione dell’isola, dove le spirali simboleggiano i coni dei vulcani.


Alcuni petroglífos, purtroppo, visto l’afflusso di turisti che li vogliono fotografare, sono evidenziati da tracce in gesso che riprendono il percorso delle linee. Questo stratagemma, usato da qualche visitatore o guida poco accorta, però, è dannoso: il gesso, infatti, sviluppa, assieme alla forte umidità della zona, un fungo che corrode la pietra. Sulle pareti delle baracche dell’hacienda si può consultare abbondante materiale scritto sui petroglífos, lasciato per i visitatori da qualche studioso. Sull’argomento, addirittura, è stato pubblicato un libro illustrato: si tratta di Ometepe: isla de círculos y espirales (1973, Hildeberto María). Introvabile nelle librerie, questo testo molto approfondito può essere reperito presso l’Hotel Castillo (Altagracia), sotto forma di fotocopie già passate attraverso tante mani.




All’interno dell’hacienda i petroglífos si trovano in punti diversi, quasi sempre coperti in parte dalla vegetazione (ecco il motivo della necessità di una guida). Alcuni sono meglio conservati, altri meno. Il modo migliore per fotografarli è quello di usare la luce naturale (i flash tendono ad appiattire l’immagine), magari all’alba o al tramonto, con l’ausilio di un cavalletto, quando la luce è più radente.




martedì 3 aprile 2012

INDIA - TRIMURTI


Le divinità dell'Induismo

L'Induismo, diffuso nell'intero subcontinente indiano, in Nepal, nell'isola indonesiana di Bali, alle Mauritius e alle Fiji, è la maggiore religione orientale per numero di fedeli. Una delle più antiche dottrine esistenti - le sue radici risalgono a prima del 1000 a. C. -, anche quella indù è caratterizzata da numerosi testi sacri: primo fra tutti quello dei quattro Veda ("Divina Conoscenza"). La concezione della reincarnazione, sia degli uomini sia degli dèi, è fondamentale per questa religione: le successive rinascite dovrebbero portare tutti gli esseri verso il Moksha, lo stato di salvezza spirituale, raggiunto il quale si può uscire dal ciclo delle reincarnazioni (Samsara). A questo stato superiore ci si avvicina o ci si allontana tanto più le proprie azioni terrene sono buone o cattive: ciò avviene attraverso il Karma, una specie di legge causa-effetto, secondo la quale quanto più ci si comporta bene tanto più si ha la possibilità di venire reincarnati in un essere superiore e, viceversa, in uno inferiore se le proprie azioni sono spregevoli.



Qualsiasi occidentale venga per la prima volta a contatto con la religione indù, non può non rimanere strabiliato dalla quantità degli dèi che la caratterizzano e dai numerosi intrecci che tra questi intercorrono, sia in termini di nomi sia di rappresentazioni e di parentele. Uno stesso dio, per esempio, può apparire con nomi diversi da regione a regione, avere una o più mogli, o confondersi con animali che ne fungono da "veicoli" (vahana), sacri anch'essi. In India colorate raffigurazioni degli innumerevoli dèi vengono vendute, stampate su cartoline e poster, a ogni angolo di strada, e sono appese nelle case dei fedeli: un po' come i nostri santini, ma con una maggiore fantasia iconografica e, spesso, con colorazioni più sfavillanti. 




È facile per il turista occidentale, non abituato nelle sue religioni monoteistiche a mescolare uomini, dèi e animali in un tutt'uno che componga il pantheon della sacralità, bollare l'Induismo come una nota di folclore delle zone che sta visitando, e riportare a casa un'idea molto confusa riguardo a questa religione. Così facendo si ricordano e si riescono a distinguere solo gli dèi più appariscenti: chi, anche tra i meno esperti di religioni orientali, non riconosce Ganesha (il dio Elefante) o Kali, la dea sanguinaria dalle molte braccia? Eppure, chiunque ritorni a casa dopo un viaggio in India, non può non provare una certa curiosità, un desiderio di capire di più e di riuscire a distinguere, con chiarezza, un dio dall'altro, addentrandosi nell'intricata giungla delle gerarchie e delle parentele fra i molti dèi, a volte assolutamente fantasiose e apparentemente romanzate.


BRAHMA - È il dio creatore, simbolo dell'energia generatrice (brahman). Compone, assieme a Shiva e a Vishnu, la Trimurti, e i quattro Veda sono usciti dalla sua bocca. Nonostante la sua posizione di primaria importanza, è il dio della Trimurti meno frequentemente rappresentato e adorato. Possiede generalmente quattro braccia e quattro teste, simboli, queste ultime, della sua onniveggenza. È nato dall'Uovo Cosmico e usa, come veicolo animale, un'oca o un cigno. Spesso viene rappresentato colorato in rosso (rajaguna). Ha diverse mogli (Savitri, Saraswati, Brahmi, Gayatri), e i suoi figli sono Kama, Aditi, Daksha.

SARSWATI - Una delle mogli di Brahma, è la dea dello studio, delle arti e delle scienze. Cavalca un cigno (Hamsa) e suona il veena (specie di sitar).

GAYATRI - Altra moglie di Brahma, ha cinque teste e il suo nome corrisponde al verso sacro dei Veda dedicato al Sole-Savitri. È circondata da un'aureola di luce solare.



SHIVA - Terzo dio della Trimurti, è il simbolo della fertilità e della distruzione al tempo stesso. Il suo simbolo è il fallo (lingam), e ha sempre un tridente (trisul) fra le mani o attorno a sé. Talvolta è raffigurato come androgino (Ardhanisvara): la parte blu maschile, quella gialla femminile (questa rappresenta la sua shakti Parvati). Ha un terzo occhio - l'Occhio della Conoscenza - da quando sua moglie, Parvati, per gioco l'ha bendato, precipitando l'intero universo nell'oscurità (è a ricordo di quest'occhio che gli indiani si applicano un pallino o una goccia rossa o bianca sulla fronte - il tilak -, simbolo anche di ogni donna sposata). 



Il suo veicolo è il toro sacro Nandi, e i suoi capelli, raccolti in lunghe trecce, formano una specie di tiara sul cranio, ornata con una falce di luna. Shiva viene rappresentato in diverse forme, variabili da luogo a luogo: può essere visto come Nataraja, re della danza, dove questa simboleggia la sua duplice azione distruttrice e creatrice; come asceta, seduto su di/vestito con una pelle di tigre, mentre medita sul monte Kailash (Himalaya) e fuma hashish (da cui la pratica analoga dei molti sadhu - asceti che vivono d'elemosina - dedicati a Shiva). In Nepal appare come il pacifico Pashupati, Signore degli Animali e di tutte le cose viventi; oppure come il terribile Bhairab - il quale, a sua volta, può avere ben sessantaquattro rappresentazioni, tutte negative -, mentre danza su di un corpo e indossa una collana fatta di teschi. Bhairab solitamente è nero, tiene in una mano una coppa ricavata da un teschio umano, e il suo veicolo è un cane. Shiva è marito di Parvati (Devi), ed è padre di Ganesha e di Kartikeya (Dio della Guerra). È anche noto come Mahadev (il Grande Dio).


PARVATI - Shakti di Shiva, è una bella dea, e costituisce l'elemento dinamico nella loro relazione, simboleggiata dallo Yoni, l'organo sessuale femminile. È nota anche come Mahadevi (la Grande Dea). Parvati, così come Shiva, può avere diverse forme: 




KALI, la terribile Dea Nera, la più terrificante delle divinità, la quale richiede sacrifici (di animali), e indossa una collana di teschi; è la dea del terrore e delle disgrazie sanguinose (nasce nel Sud dell'India, un tempo tormentato da invasioni ed epidemie). 



DURGA: la controparte di Kali, anch'essa terribile, possiede da otto a trentadue braccia, nelle quali impugna armi diverse; è in lotta con i demoni, e cavalca un leone (o una tigre); il suo nome significa l'Invincibile o l'Inaccessibile; in nome di lei la setta dei Thug faceva sacrifici umani. Parvati, inoltre, si incontra anche sotto forma di Uma (dea Luce), Gauri (dea benefica, la "Gialla"), Annapurna (dea del nutrimento). È figlia di Himalaya (padre) e di Mena, ed è madre di Ganesha e di Kartikeya.



GANESHA - Il dio-Elefante, figlio di Shiva e di Parvati, fratello di Kartikeya. É il patrono degli intellettuali, quello che aiuta a superare gli ostacoli della vita, ed è la divinità più popolare (maggiormente diffusa fra i ceti bassi) dell'India. Il suo veicolo è un topo (Akhu), e viene solitamente invocato prima di intraprendere un viaggio. 



È anche dio della Prosperità, e deve la sua testa di elefante (su di un corpo umano) al carattere del padre Shiva: avendo questi scoperto la moglie Parvati a letto con un giovane amante, Shiva, di ritorno da un lungo viaggio, decapitò il figlio nato dal tradimento, ma la moglie lo obbligò a farlo rinascere. Per fare ciò, Shiva fu costretto a dare al corpo del figlio la testa del primo essere che vide passare nei paraggi: un elefante, appunto. Ganesha spesso sorride, e viene rappresentato con un corpo grassoccio; porta fortuna, e si ritiene che la sua furbizia sia contagiosa. Venne creato dalla madre Parvati nella pasta di zafferano.


KARTIKEYA (o KUMAR) - Fratello di Ganesha, è figlio di Shiva e di Parvati, e dio della Guerra. É anche noto come Skanda (nei Veda), ed è stato miracolosamente concepito solo dal seme del padre. Sua moglie è Komari (o Sena). Per la sua origine ambigua alle donne viene proibito di onorarlo. Nel calendario indiano uno dei mesi d'autunno, in suo onore, si chiama Kartik (ottobre/novembre). Il suo veicolo è un gallo.


VISHNU - È il secondo dio della Trimurti, il garante dell'equilibrio cosmico. Ha quattro braccia ed è facilmente riconoscibile per i simboli che tiene fra le mani: il sankha (una conchiglia, simbolo dell'etere), il chakra (arma a forma di disco, simbolo dell'aria), il gada (arma a forma di bastone, simbolo del fuoco) e il padma (il fiore di loto, simbolo dell'acqua). In Nepal è anche noto col nome di Narayan, dio che ha avuto un ruolo importante durante la creazione originaria dell'universo. Vishnu dorme sul Serpente Cosmico (Anantasesha, Custode della Terra) che avvolge il mondo e incarna l'energia allo stato puro (da qui l'importanza, in India, dei cacciatori e degli incantatori di serpenti). Vishnu è un dio benevolo che presiede ai destini umani, e che si presenta sotto l'aspetto di un giovane uomo che appare periodicamente sulla terra quando vi regna la disperazione. La caratteristica più curiosa di Vishnu è quella di possedere, nella cronologia temporale, una successione di dieci incarnazioni (Avatara, letteralmente "discese") differenti; queste sono, nell'ordine:
- MATSYA, il Pesce, la prima incarnazione.
- KURMA, la tartaruga sulla quale l'universo è stato costruito (seconda incarnazione). È l'Avatara più singolare, in quanto in esso appare uno dei più strani concetti della mitologia indù: quello del "Mare Frullato" (o dell'"Oceano Sbattuto"), da cui nascono l'Amrita - la bevanda dell'Immortalità - e le altre "tredici cose più belle del mondo" (Chaturdasa Ratnam: in tutto le quattordici cose a cui continuamente fanno riferimento i testi indiani): Laxmi, dea della Fortuna e della Bellezza; Dhanvantari, il medico autore del Yajur-Veda (testo sacro); Sura, dea del Vino; Chandra, la Luna; Rambha, la ninfa; Uchchaihsravas, il cavallo bianco; Airavata, l'elefante bianco; Parijata, l'albero addobbato con tutti i desideri della vita; Kaustubha, il più bel gioiello del mondo (al collo di Vishnu); Surabhi, la vacca dell'abbondanza; Sankha, la conchiglia di Vishnu; Dhanu, il miglior arco del mondo; Visha, il veleno, inteso come medicina efficace.




- VARAHA, la terza incarnazione di Vishnu: è sotto forma di un cinghiale, simbolo della forza sulle tenebre. È lui che ha sconfitto un terribile demone che voleva distruggere il mondo.
- NARASIMHA, la quarta incarnazione: mezzo uomo e mezzo leone, anche questo dio è in lotta con un demone.
- VAMANA, quinta incarnazione: è un uomo che ha rivendicato il mondo dal re-demone Bali; è astuto e abile stratega.
- PARASURAMA, sesta incarnazione: è il dio della Scure  Invincibile (parasu, l'accetta). È stato un grande guerriero e conservatore della fede religiosa.
- RAMA, settima incarnazione: è l'eroe principale del Ramayana, uno dei grandi poemi epici indù. È noto anche col nome di Ramachandra (o Raghava), e ha sempre l'arco Dhanu - il migliore del mondo - tra le mani. Rama è il più importante degli Avatara (assieme all'ottavo, Krishna), poiché rappresenta l'incarnazione di fatti storici dell'India antica. Con l'aiuto di Hanuman - il dio-Scimmia, suo veicolo - è riuscito a riprendersi la bella moglie Sita dalle grinfie di Ravana, il perfido re di Lanka. È figlio di Dasaratha (re di Ayodhya) e di Kausilya.
- KRISHNA, ottava incarnazione: viene rappresentato sia come un bambino grassoccio dalla carnagione azzurrastra (spesso accompagnato dal fratello maggiore Balram, o in braccio alla madre adottiva Yashoda), sia come un giovane di bell'aspetto, mentre suona il flauto in compagnia della moglie (la più importante) Radha, o della sua vacca sacra; è spesso accompagnato dai suoi animali preferiti, il pavone e il piccione. È figlio di un principe (Vasudeva), ed è stato allevato fra i contadini, di cui viene considerato il protettore. Ha numerosi figli, ed è anche il patrono dei buontemponi. È un guerriero nei Mahabharata (poema epico antico) e il principale soggetto nei racconti dei suoi amori con le gopi (pastorelle sue amanti) di Brindaban (ove Krishna visse da giovane), delle quali Radha è la preferita. Sua madre è Devaki e i suoi figli più noti sono Pradyumna (avuto dall'altra moglie Rukmini) e Charumati. Krishna può anche essere rappresentato come Virat Swarup (o Viratarupa), nella forma dell'Essere Supremo, composto da parti di diversi animali e con numerose teste; in questo caso è da intendersi come il Re delle Forme Universali, il glorioso corpo universale, oppure come il "dio degli dei".
- BUDDHA, la nona incarnazione: è stata la tradizione popolare a volere questo famoso non/dio come una delle incarnazioni di Vishnu, limitandone l'importanza rispetto al Buddhismo. Naturalmente, i buddhisti non si riconoscono questa interpretazione diminutiva, questa inclusione del loro Essere supremo in un ramo di un'altra religione. Ma, essendo il Buddha nato in India, gli indiani lo hanno voluto considerare anche come una loro divinità.
- KALKI, la decima e ultima incarnazione di Vishnu: è il Distruttore, e deve ancora venire; è legato alla concezione, tipicamente indù, della "fine del mondo": Kalki apparirà su di un cavallo bianco, sguainando la sua sciabola vendicatrice, e distruggerà il mondo, per poi ricreare un nuovo ciclo.


LAKSHMI (o LAXMI) - È la moglie di Vishnu, dea del Benessere, della Prosperità, della Fortuna e della Bellezza; spesso viene raffigurata mentre riversa dalle mani numerose monete. È nata dal Mare Frullato, emergendo dalla schiuma primordiale. Poggia sul Loto-Padma, fiore sacro che galleggia sulla spuma delle acque sempiterne. È anche la dea dell'incostanza e della civetteria, così come delle donne perdute. Laxmi segue Vishnu nei suoi dieci Avatara, subendo altrettante incarnazioni: Sita, moglie di Rama, Rukmini, sposa di Krishna, ecc. Ha soltanto due braccia, e spesso è circondata da elefanti bianchi che le rendono omaggio. Suo figlio è il dio dell'Amore Kama.

KAMA - Dio dell'Amore, una specie di Cupido indù, che scaglia frecce infiorate per far nascere l'amore. Da lui prende spunto il Kama-Sutra, il popolare codice dell'amore indiano del IV sec. d.C. Il suo arco è costituito da una canna da zucchero e da una corda formata da una fila di api.




HANUMAN - Il dio Scimmia, patrono dei lottatori e modello di devoto perfetto, che non si pone dubbi sulla propria fede. Ha fama di personaggio fine ed erudito in ogni scienza. Possiede il dono dell'eterna giovinezza. Anche le sue imprese - così come quelle di Rama, di cui è veicolo - sono contenute nel Ramayana. È uno degli dei più popolari dell'India e comanda l'esercito delle scimmie. È figlio di Vayu-Pavana (Dio del Vento) e di Anjana, una ninfa.


GARUDA - È il più antico degli animali divinizzati. Si tratta di un gigantesco ibrido uomo/aquila che porta la luce del Sole e combatte i serpenti a sonagli Naga. È Re degli uccelli, e funge da veicolo di Vishnu e di Lakshmi. Spesso viene rappresentato in ginocchio, con le mani unite in preghiera, mentre riverisce Vishnu. È figlio di Kasyapa (La Tartaruga) e di Vinata.

DATTATRAYA (o DATTATREY) - Divinità considerata come un'ennesima incarnazione di Vishnu, come il maestro di Shiva o come il cugino di Buddha.


ALTRE DIVINITÀ:
Nei Veda, inoltre, sono contemplati innumerevoli altri dèi, rappresentati più raramente rispetto a quelli già citati; fra questi:
- ADITI: l'Infinità, Madre degli dèi
- INDRA: re degli dèi
- VARUNA: dio del Cielo e delle Acque
- AGNI: dio del Fuoco
- ARYAMAN: dio del Matrimonio
- ASVIN: dei gemelli della Medicina vedica
- BHAGA: dio del Benessere
- BRIHASPATI: dio del Sacrificio
- CHANDRA: dio della Luna
- DAKSHA: la metà/maschio di Brahma manifestato
- DYAUS: il Cielo-Padre




- KUBERA: dio della Ricchezza
- MARUT: dei delle Nuvole
- MATARISVAN: il Prometeo vedico
- MITRA: dio del Sole
- PARJANYA: dio della Pioggia
- PRITVI: dio della Terra-Natura
- PUSHAN: dio dei Pastori
- RUDRA: capo dei Marut e dei Rudra; forse il Fulmine
- SAVITRI: il Sole, personificazione della Luce Suprema, animatrice dell'essere
- SURYA: dio del Sole
- USHA: dea dell'Aurora; sorella di RATRI, la Notte
- VAYU: dio del Vento
- VISVAKARMAN: l'Architetto del Mondo
- YAMA: dio della Morte