martedì 1 gennaio 2013

BRASILE - LE FESTE DELL'UVA


Curitiba, capitale dello Stato brasiliano del Paraná, è forse la città meno ‘brasiliana’ della confederazione, almeno secondo i cliché turistici esportati in Europa. Qui potete scordarvi mulatte e samba, Carnevale e cibi cotti con l’olio di dendê - la palma africana usata nella cucina baiana -: al loro posto troverete lavoratori instancabili dai volti europei, una certa freddezza nei rapporti sociali, gente che vede il Carnevale soprattutto come un ostacolo all’attività produttiva. Tutto ciò è dovuto al fatto che etnicamente il Sud del Brasile - dunque anche i vicini Stati del Santa Catarina e del Rio Grande do Sul - è abitato perlopiù da oriundi tedeschi, polacchi, svizzeri e italiani. Tutti popoli che, storicamente, hanno sempre condiviso fino a un certo punto l’anarchia carnevalesca e la rilassatezza applicata al lavoro. Di origine tedesca, per esempio, sono stati gli ultimi amministratori della capitale, i quali, grazie al loro senso dell’ordine sociale e del concetto - quasi filosofico - di ‘pulizia’, hanno fatto di Curitiba l’eccezione che conferma la regola nel panorama economico, lavorativo e sociale del Brasile. Con i suoi 2.300.000 abitanti, la città vanta un’area industriale dove si contano 415 industrie ‘ecologicamente pulite’ e la disoccupazione è assai inferiore rispetto a quella del resto del Paese. Attraverso gli introiti del sistema di trasporto urbano, addirittura considerato il più efficiente al mondo, è stato possibile costruire 40.000 case popolari. Nel 1995 l’amministrazione locale scambiò 11.000 tonnellate di rifiuti con un milione di biglietti d’autobus e 1200 tonnellate di generi alimentari, seguendo il programma Tutto Pulito che coinvolse 34.000 famiglie povere. Questa efficienza è seguita anche dalla comunità oriunda italiana locale, una delle più folte della città. Se, in generale, l’italianità - ristoranti, nomi dati ai condomini di lusso nella lingua di Dante, attori di telenovelas che recitano battute nel nostro idioma - è un fattore di moda largamente diffuso in Brasile, a Curitiba lo è ancor di più. Il ristorante Caliceti, filiale dell’omonimo bolognese che si fregia del modesto titolo di Rei da Massa (‘Re della pasta’), per esempio è considerato un’istituzione della città. Nel quartiere periferico e residenziale di Santa Felicidade, a circa 8 km dal centro, poi, l’italianità è esuberante in ogni dove. Lì si concentra un numero incalcolabile di ristoranti, trattorie, cantine tutte all’insegna del tricolore. Se a Santa Felicidade l’immigrazione fu soprattutto di origine vicentina - si calcola che oggi i discendenti degli emigrati veneti sparsi nel mondo siano circa dieci milioni -, nel resto del Paraná troviamo oriundi provenienti da tutte le nostre regioni, tra cui numerosi meridionali.















In febbraio è proprio nel quartiere di Santa Felicidade, così come nel vicino municipio di Colombo, che si tiene l’annuale Festa dell’Uva - qui Festa da Uva -, una kermesse in nome dell’orgoglio italiano, della Bota (lo ‘stivale’, così è soprannominato in nostro Paese in Brasile) e del frutto che, convertito in vino, è simbolo di unità nazionale nel resto del mondo. La festa dura qualche giorno - solitamente durante un fine settimana - i giorni lavorativi, da queste parti, sono considerati sacri -, e ha un calendario piuttosto ricco. Per raggiungere Santa Felicidade dal centro di Curitiba si può prendere il ligeirinho (letteralmente ‘Speedy Gonzales’, come il topolino dei cartoni animati), un veloce e moderno autobus che è il fiore all’occhiello della città e che fa poche fermate intermedie. Queste sono contrassegnate dai cosiddetti tubos (‘tubi’), cilindri di plexiglas in cui si entra, poco gradevoli da un punto di vista estetico ma assolutamente funzionali. Arrivati al capolinea si prende un altro autobus, ‘normale’ e istituito ad hoc per la festa. Questa si tiene su una collinetta, fra stand culinari e palchi canori. Lì si esibiscono a rotazione gruppi corali che alternano Funiculì, Funiculà a canti tradizionali veneti (leghisti: se non volete avere il mal di stomaco, evitate questa festa…), spesso con sgrammaticature dovute al passare del tempo e all’oceano che ci separa. I ristorantini, oltre a fiumi di vinho tinto, offrono grandi quantità di polenta fritta e di tagliatelle al ragù, spesso con interpretazioni locali tutte da rivedere. Fra i presenti il portoghese si mescola al dialetto veneto, qui per molti ancora la lingua ufficiale. Dai due idiomi, infatti, nel corso di più di un secolo si è sviluppata una lingua stranissima - il cosiddetto Taliàn - che coniuga bìgoli a massa (pasta, in portoghese) in un cardápio (menù, sempre nella lingua di Camões) che include anche formaio, sopa, vin, radichi e cegole; l’elasticità mentale, oltre a qualche nozione di dialetto veneto, è d’obbligo per riuscire a ordinare qualcosa. Qualche anziano violinista intrattiene i visitatori con antiche ballate dei tempi dell’emigrazione e negli stand eno-culinari pendono infinite fila di salami. Di italiani ‘veri’, che vivono nella Bota, nemmeno uno, e se vi farete riconoscere come tali sarete osservati e trattati, quantomeno, con grande curiosità. Quasi tutti i presenti hanno il passaporto amaranto della Comunità Europea - la nostra legge lo concede a chi può provare la discendenza italiana -, ma pochi hanno avuto la possibilità di visitare il Paese dei loro avi.







La stessa atmosfera si respira alla festa di Colombo (quest’anno l’inizio ufficiale qui sarà il 26 gennaio, con l’elezione della Regina di Bellezza), un piccolo comune a nord di Curitiba. Per raggiungerlo in occasione della sagra la città mette a disposizione alcuni autobus appositi, con partenza dalla vecchia rodoviária, l’autostazione che si trova fra quella nuova, usata per gli autobus a lunga percorrenza, e il centro. Attorno a una grande struttura in cemento, in cui decine di inservienti arrostiscono instancabilmente spiedi su spiedi di churrasco, si trovano diversi stand, anche qui dedicati soprattutto alla culinaria e ai prodotti del nostro Paese. Oltre al vino gelato - tutto da provare - e ai succhi d’uva, si possono acquistare casse d’uva, qui il frutto più importante: l’industria del vino, almeno per la comunità italiana locale, è una delle principali voci dell’economia. Alcuni nostri discendenti ne approfittano di queste giornate per vestirsi con gli abiti dei loro avi - almeno secondo la loro interpretazione -, gli stessi che usavano quando si imbarcarono sui grandi bastimenti per fuggire da campagne improduttive e si diressero verso le terre fertili del Nuovo Continente. Lo spirito e l’abbigliamento gaúcho (grandi cappelli, fazzoletti annodati al collo, cavalli con finimenti borchiati), quello dei cow-boy del Sud del Brasile, dell’Uruguay e del Nord dell’Argentina, si mescola in maniera strana ai vestiti e ai volti dei taliàni d’oltremare.










I taliàni di oggi sono grandi lavoratori come i loro antenati e il vino, soprattutto nella regione centrorientale del Rio Grande do Sul, è il motore dell’economia. Nell’ultimo decennio le cooperative vinicole si sono decuplicate a Garibaldi, capitale dello spumante brasiliano, Bento Gonçalves, Pinto Bandeira, Caxias do Sul. In quest’ultima ogni anno si tiene un’imponente Festa dell’Uva (nel 2013 dal 20 febbraio al 9 marzo), con elezione di regina e principesse, tutte rigorosamente bionde. I loro supporter sono organizzati in veri e propri battaglioni da Curva Sud, con abiti tutti uguali, bande musicali e coordinatori del tifo. La regione dei vini è divenuta una potente calamita per i turisti dell’intero Sud del Brasile e numerosi sono gli abitanti di Rio e di São Paulo che vengono a degustare rossi, bianchi e rosé. Le antiche case in pietra vengono restaurate. Si seguono itinerari che comprendono assaggi di salame e di vinho tinto, passando attraverso i vecchi mulini, dove si macina il grano per la polenta, le officine dei fabbri e i vigneti. 



Il turismo sulista, ebbro di italianità e di uva fermentata, ama la Maria Fumaça, un’antica locomotiva che, due volte alla settimana, parte da Bento Gonçalves, attraversa Garibaldi e raggiunge Carlos Barbosa. Al fischio del capostazione viene offerto vino ai passeggeri, e lungo il viaggio le corali e i cantautori, tutti rigorosamente in talián, intrattengono i turisti. A Serafina Corrêa la centralissima via Genova, in onore al porto da cui si imbarcarono i primi coloni, sembra un’Italia in miniatura: repliche in scala del palazzo veronese di Giulietta, del castello inferiore di Marostica, della Rotonda del Palladio di Vicenza, del Colosseo e della Torre di Pisa attirano chi non si può permettere un aereo per ammirare gli originali, ma vuole assaporare l’atmosfera italiana. L’Italia e l’idea che essa rappresenta, però, da quelle parti non è solo un invito a tavola o alle riproduzioni in miniatura. Ci sono anche altri aspetti della cultura italiana, meno folcloristici. I nostri emigranti sono protagonisti di O Quatrilho, film in parte girato ad Antônio Prado, cittadina con oltre quaranta case di legno del tempo dell’immigrazione. Musicato da Caetano Veloso, O Quatrilho narra di uno scandaloso scambio di coppie tra i primi coloni italiani. E sempre a quell’universo antropologico si ispirano le vignette di Radicci, protagonista di una striscia pubblicata sui principali quotidiani della zona. Il protagonista è un maniaco sessuale nudo che insegue le prede, contadine venete con il fazzoletto in testa, dicendo loro porcherie in taliàn.



Pubblicato su Gente Viaggi

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