lunedì 18 luglio 2011

INDIA - IL VINO DI SHIVA


La nuova industria del vino indiano

Mignoli levati al cielo mentre afferrano un bicchiere, gli indiani hanno scoperto il vino. Brodaglia imbevibile fino a qualche anno fa, ora iniziano a circolare le prime bottiglie degne di tale nome. Grazie anche, e soprattutto, agli italiani.

Goa, l’antica osteria dell’India
Quattrocentocinquanta anni di dominazione portoghese non hanno lasciato, nel piccolo stato della federazione indiana, solo la lingua di Camões tra i vecchietti, una miriade di chiese e una saudade indefinita per un passato coloniale ormai tramontato. Oltre ai crocifissi, sparpagliati un po’ dovunque, la traccia dei lusitani è a ogni angolo di strada di Panjim, la capitale dello stato, oggi ribattezzata Panaji dalla nomenclatura indù. Bar. Questa la parola chiave che, ogni sera a partire dal tramonto, calamita almeno metà della popolazione maschile adulta dentro a locali grandi come sgabuzzini ma nei quali si vola alto. Lasciate le mogli a casa, i goani doc non sanno rinunciare al whisky, meglio se d’importazione (ma troppo caro, per i più; abbordabile, invece, quello prodotto in loco). Qualcuno, magari di fede indù, ha un giorno alla settimana di ‘digiuno’ alcolico (di solito il lunedì), ma gli altri giorni, specie se le cose a casa non vanno benissimo, prevedono una seduta alcolica quasi quotidiana con gli amici. In alternativa si marcia a feni, il potente distillato ottenuto dalla fermentazione del caju, il frutto che dà l’anacardo. Chi, invece, a casa non ci vuole tornare barcollando (è frequente, di notte, incappare in qualche zombie reduce da una sessione intensiva di feni che cerca il cammino verso il letto, tra pericolosi zig-zag in mezzo alla strada), si accontenta di qualche birra. La popolare Kingfisher o, da un po’ di tempo, l’americana Budwaiser che, nonostante abbia il sapore e la gradazione alcolica dell’acqua, sta spopolando tra i bevitori locali. Sullo sfondo di questo panorama, inoltre, sopravvive il portoghesissimo Porto, seppure fatto con intrugli autoctoni che a Oporto farebbero rivoltare nella tomba generazioni di vinai.



Un po’ come gli indiani degli altri stati vengono a Goa a spiare le sporcaccione turiste straniere in bikini (ieri spiate da lontano, con il binocolo, da dietro gli scogli; oggi, con l’avanzamento tecnologico, fotografate con il cellulare, facendo finta di niente), i medesimi piombano su Panjim e spiagge limitrofe (Calangute, Baga, Candolim) a caccia di roba da trangugiare. Nella stragrande maggioranza degli altri stati della federazione, infatti, l’alcol è proibito o venduto quasi come fosse eroina, in pochi e controllatissimi negozi dove solo a entrarci già ti senti in colpa (karma in picchiata). E la mancanza di abitudine al bere dei turisti baffuti, ogni tanto, fa assistere a scene spettacolari negli abbeveratoi della città. “Una volta ero seduto con gli amici al solito bar e sono entrati otto tipi visibilmente non di qua. Molto probabilmente del Karnataka - mi racconta Shekar, amico e bevitore di lunga data -. Hanno ordinato una birra e otto bicchieri. Forse pensavano che fosse Jack Daniel’s”. Mentre me lo racconta, come a confermare quanto sopra, gli inquilini del tavolo di fianco a noi stanno mescolando whisky a Fanta. Corro in bagno a ridere, non è educato farlo in faccia alla gente.
Panorama tragicomico, dunque, laddove i bevitori sono neofiti. Ma il mercato, si sa, ha sempre le antenne tese. Ecco dunque, più o meno a partire dal nuovo millennio, l’ingresso del vino sulle tavole indiane. O, meglio, nei negozi che vendono alcolici e in qualche ristorante ispirato al mondo di fuori. Bere vino, fra l’élite indiana, cosmopolita e proveniente dalle grandi città - Bombay, Delhi, Bangalore, Pune -, oggi fa molto chic.


Nashik, la ‘capitale’ del vino indiano
Nel vicino stato del Maharashtra, di cui Bombay (oggi Mumbai) è la capitale, a partire dal 2001 il governo ha deciso di investire sul vino. Fino ad allora già la parola vino era considerata tabù, ma il nuovo millennio sembra aver portato nuove idee in alcune regioni del Paese dominato da mille religioni proibizioniste. Grazie alla Grape Processing Industrial Policy, inaugurata quell’anno, è stato più facile ottenere licenze per produrre vino ed è stato dato sostegno ai viticoltori che da allora sono proliferati. In particolare nella valle di Nashik, città a nord-est di Mumbai, e della vicina Sangli. Oggi, soprattutto in quella zona, ma anche in altri luoghi del Maharashtra, si contano oltre 50 cantine. Qualcuna grande e numerose di piccole dimensioni, destinate perlopiù alla vendita entro i confini regionali. Nel 2005 si è calcolato che 23.000 ettari di quello stato fossero destinati alla coltivazione di uva (non eccezionale), di cui solo un migliaio riservati a quella da vino. Il dato è in forte crescita, grazie al boom che sta avendo la bottiglia. Tanto che oggi addirittura esiste la Indian Wine Academy (www.indianwineacademy.com), un’azienda di consulenza enologa fondata a Delhi nel 2003. L’accademia è autrice di delWine, la prima newsletter indiana sul vino (e sul cibo di qualità), e dell’Italian Wine Guide, una guida dei vini italiani distribuiti negli alberghi e nei ristoranti del Paese, volume commissionato dal nostro ICE (Istituto per il Commercio Estero).
La stragrande maggioranza delle uve da vino coltivate in India hanno origine francese. Chardonnay, Sauvignon Blanc, Chenin Blanc. Tra i bianchi: Viognier e Clairette. Rossi: Cabernet Sauvignon, Shiraz e Merlot, quest’ultimo peraltro non di grande successo nel Paese asiatico. E poi Zinfandel, un’uva ‘immigrata’ in America ma di origine italiana, da cui si ottengono rossi e rosé semidolci. Fino a una quindicina d’anni fa, in India, era pressoché impossibile reperire una bottiglia di vino prodotto in loco che fosse bevibile. Oggi, a seconda delle opinioni e del gusto, variabili come le condizioni climatiche, sembrano esserci tre produttori (le aziende familiari dei Grovers, dei Chougules e dei Samants) che hanno raggiunto un livello di qualità interessante. Anche i produttori italiani, francesi, australiani, sudafricani, statunitensi e cileni sembrano aver puntato gli occhi su questo mercato nascente. E alcuni viticoltori indiani hanno iniziato a importare vino fatto all’estero e a imbottigliarlo in India. Al momento il governo indiano ha deciso di investire su un’ampia promozione del vino nazionale, con un’opera di marketing nuova del Paese. Fiere del vino hanno iniziato ad essere allestite negli stati più sensibili a questo ‘nuovo’ prodotto. È così arrivato il primo ordine dagli USA, mentre i prossimi ‘bersagli’ saranno l’Europa, il Sudafrica e il Sud-est Asiatico.


La top ten, secondo alcuni
Nel 2006, qualche intellettuale del vino ha stilato una graduatoria delle dieci aziende vinicole più importanti dell’India. La maggiore, per dimensioni e valore, sarebbe la Indage, chiamata anche - secondo una ridicola moda francesizzante - Chateau Indage. Pioniera della viticoltura in India, con vigneti a Narayangaon (lungo la strada fra Pune e Nashik), ha iniziato l’attività con l’etichetta Marquise de Pompadour nel 1986, seguita dal Riviera e, nel 1989, dal (terribile) Chantilli, quest’ultimo assai diffuso a Goa. Indage punta sulla grande produzione e distribuzione a basso costo, con ovvi effetti sulla qualità. Tra questi vini ‘da battaglia’ si annoverano le etichette Vino, Vin Ballet e Figuera, derivati dell’uva imbottigliati a contratto.
Al numero due viene la Groves Vineyards, inaugurata a Bangalore nel 1989, dopo aver testato i terreni in diverse regioni. I primi suoi vini furono prodotti nel 1992 e tre anni dopo il loro La Réserve (un Cabernet Shiraz) ottenne un importante premio come nuovo vino rosso. Un prodotto a basso costo di questa azienda è il Santé.
Terza classificata è la Sula, cantina inaugurata nel 2000 e oggi presente in tutte le fasce di prezzo e di prodotto (piuttosto scarsino, seppure con un marketing agguerrito e con una distribuzione capillare, almeno a Goa). La ND Wines, che fornisce uve e vini a marchi più noti (soprattutto Sula), è la quarta azienda per dimensioni e importanza, anch’essa con vigneti vicino a Nashik.
Seguono la classifica aziende minori. La Sankalp Wines fu la prima ad usufruire della legge del 2001, e oggi distribuisce in tutta l’India l’etichetta Vinsura, lanciata nel 2003. Con vigneti a una trentina di km da Nashik, produce Chenin Blanc, Sauvignon Blanc, Zinfandel bianco e Zinfandel rosso. La Renaissance Wines (sento i francesi inorridire per i nomi; per non parlare degli italiani…), anch’essa nei pressi di Nashik, ha una cantina che sembra uscita dalle campagne francesi e un packaging piuttosto elegante.
La Vintage Wines, nella stessa zona, secondo alcuni opinionisti produrrebbe il miglior vino indiano, il Reveilo, reperibile soprattutto a Mumbai. Con una produzione limitata (circa 100.000 litri nel 2006), questa azienda ha una politica commerciale originale. I suoi prezzi di vendita sono uguali in tutta l’India, nonostante costi di distribuzione e tasse altamente variabili da regione a regione. La Vintage Wines, inoltre, nel Maharashtra consegna direttamente i propri prodotti, così da evitare gli squali della distribuzione, in quello stato particolarmente avidi. Il Reveilo è ottenuto grazie alla consulenza del nostro Andrea Valentinuzzi e ai macchinari italiani. La prima vendemmia di questo vino risale al 2005, anno in cui vennero immessi sul mercato quattro tipi di Reveilo: il Chenin Blanc, lo Chardonnay, lo Syrah e il Cabernet Sauvignon.
Chiudono la graduatoria tre marchi minori. La Mandala Valley, con sede a Bangalore e vigneti nel Karnataka, ha prodotto le prime bottiglie nel 2006 sotto contratto nel Maharashtra. La Flamingo Wines, con vigneti nell’area di Nashik, sta avendo difficoltà nel distribuire e vendere i propri prodotti. La Vinicola, infine, a Goa, produce un gran numero di bottiglie, distribuite soprattutto nella regione.


La top one, secondo me
A personalissimo giudizio di chi scrive, tuttavia, i migliori vini oggi prodotti in India sono quelli della Chateau de Banyan (perdonatele l’ennesimo ‘castello’ francese; lo farete senz’altro dopo aver assaggiato il suo Cabernet Sauvignon). Azienda ai primi passi (secondi: è solo alla seconda vendemmia), con sede a Bangalore, vigneti a Nashik e cantine a Cuncolim, nel Sud di Goa, produce l’etichetta Big Banyan (come l’albero sacro per gli indù) in cinque bottiglie: il già citato e osannato Cabernet Sauvignon, lo Shiraz e lo Zinfandel tra i rossi, il Sauvignon Blanc e lo Chenin Blanc tra i bianchi. Una bottiglia costa attorno agli 8-9 euro, un lusso in India, ma in linea con i prezzi di alcuni altri vini indiani, seppure con una qualità decisamente superiore. Anche nel caso del Big Banyan c’è lo zampino italiano. Grazie alla saggia consulenza del nostro enologo Lucio Matricardi (consulente del dipartimento di Viticoltura ed Enologia dell’Università di Milano) e della sua équipe, il Big Banyan è in rapida e meritata ascesa tra i consumatori che non si sono bruciati il palato con le spezie al lanciafiamme della cucina indiana. Oggi è reperibile a Goa, dove ha un punto di vendita e promozione anche al mercatino hippy del sabato sera di Arpora, oltre che nei vicini stati del Karnataka, del Kerala e dell’Andhra Pradesh. Comprando uve nella valle di Nashik e di Sangli, grazie a Matricardi la Chateau de Banyan ha ‘innalzato’ il livello del vino prodotto in India. Se, fino all’arrivo del nostro enologo, tutti o quasi i produttori raccoglievano le uve al primo raggio di sole, con ovvie conseguenze sui prodotti finali (vini ‘fiacchi’, tenuti su da quantità industriali di zuccheri aggiunti), da un paio d’anni Matricardi ha avviato una selezione più accurata, acquisendo uve fatte maturare maggiormente sul vitigno, seppure a costi maggiori (i coltivatori ci marciano: più giorni sulla vite, più rupie). Il risultato è sul palato di tutti o, quanto meno, di chi si può permettere una bottiglia di Cabernet Sauvignon Big Banyan. Un vino destinato alle tavole più esigenti, anche fuori dalla grande Madre India.



Pubblicato su Smoking

BRASILE - IL SANTO DAIME


Tra dèi e visioni, nell'Acre

Claudinha è l’ancora di salvezza per il mio lavoro investigativo a Rio Branco, capitale dell’Acre, Stato dell’Amazzonia brasiliana dimenticato da dio. Dieci anni fa viveva a Bologna (Claudinha, non dio) e, per fortuna, il numero di telefono che mi lasciò è ancora attivo. Quando mi viene a raccattare nella piazza principale della sua città è scortata da Lenine, marito con un nome che in Brasile devono avere in tre: lui, l’omonimo, incommensurabile cantautore del Pernambuco, e un altro non identificato figlio di filosovietici. Questo Lenine è un ragazzuomo alto e bello, un moraccione dalla pelle olivastra che in Italia farebbe strage di cuori parrucchieri/cartolai. Cosa che non disturba è che Lenine, oltre che bello, è in gamba. Capite al volo le mie esigenze ficcanase, si rimbocca subito le maniche e decide di darmi una mano a scovare le tracce del ‘Santo Daime’, una bevanda considerata allucinogena dai miscredenti e adorata da una folta schiera di sette religiose di questa regione.
  “Non ti preoccupare, so dove, come, chi e quando. Sono la persona giusta nel momento e nel luogo giusto.”
  “Fantastico. Obrigado.”
  Lenine mi presenta Francisco, il leader (capo carismatico? maestro?) della cosiddetta ‘Barquinha’ (‘barchetta’), ufficialmente Centro Espírita Casa de Jesus - Fonte de Luz, una chiesetta situata in una viuzza appartata del quartiere di Vila Ivonete. Rione con nome da lavandaia, ma ricco di misteri. Dopo un po’ di motivata diffidenza (chi sono? che voglio?), Francisco apre i rubinetti della conoscenza:
  “A Rio Branco convivono tre correnti principali che seguono la dottrina del daime, più svariate dissidenti, caratterizzate da differenze minime. In tutto si contano oltre trenta chiese che appartengono alle correnti principali, cui vanno aggiunte le derivate, le sedi distaccate nel resto del Brasile e quelle all’estero. Tutte si basano sull’utilizzo di una bevanda (il daime, appunto, o ayahuasca, “corda degli spiriti”, in quechua) ottenuta dall’ebollizione di due componenti: il cipó o jagube (la pianta rampicante Banisteriopsis caapi, un tipo di liana) e la folha da rainha o tariri (‘foglia della regina’, Psychotria virilis). Come indica il nome latino di quest’ultima, l’effetto della mistura, che alcuni chiamano chá (tè), è ritenuto allucinogeno. In realtà nessuna setta considera il daime un allucinogeno, una droga. Per tutti noi è uno strumento, un interruttore che ci mette in comunicazione prima con noi stessi, quindi con il Divino. Un veicolo per l’estasi e la rivelazione, l’autoconoscenza, l’integrazione con il cosmo e il Creatore.”
  Claudinha, durante una pausa del monologo di Francisco, mi fa gomitino e bisbiglia:
  “Cazzica. Sissignore che è un allucinogeno. Mi ricordo ancora la fattanza viola dell’unica volta che l’ho bevuto. Ho pianto e vomitato per ore, mangiandomi le parole e sentendo la Terra che ballava il samba. Pressione a zero. Se non erano allucinazioni quelle...”
  Tralascio le interpretazioni semantiche delle sostanze non riconosciute dai governi e ridò il microfono delle orecchie a Francisco. E poi Claudinha è una vecchia fatturiona, quindi non è credibile.
  “In Brasile si stima che almeno diecimila persone prendano il daime. Il termine deriva da dai-me, ‘dammi’, secondo la formula rituale utilizzata dal fondatore del culto, Raimundo Irineu Serra, un gigantesco (due metri e dieci di altezza) seringueiro del Maranhão trapiantato nell’Acre, negli anni Trenta. La formula completa era, ed è, ‘Dai-me força/amor, dai-me luz’, ‘Dammi forza/amore, dammi luce’. Usata tradizionalmente dagli indios dell’Amazzonia peruviana e brasiliana in rituali terapeutici e religiosi millenari, la bevanda è conosciuta anche come Yage. Era la bevanda sacra dei re e dei sacerdoti incas, trasmessa al popolo indigeno dopo l’invasione degli spagnoli. In Brasile il culto nacque nell’Acre durante gli anni Venti, diffondendosi nella foresta tra chi estraeva il caucciù, e negli anni Settanta, in piena dittatura, si estese anche nelle grandi città del Sud. Fu allora che i militari iniziarono a porsi il problema se il daime fosse o meno una droga e se, come tale, andasse proibito.
  Il rito è caratterizzato dalla mescolanza di elementi indigeni, della religiosità popolare e, soprattutto, del cattolicesimo. Importante è l’influenza dello spiritismo, tanto che durante i nostri riti sono fondamentali le sessioni di cura, tramite il lavoro dei medium. Il canto e, per certe correnti, la danza hanno una notevole importanza, esiste un vero e proprio repertorio musicale di inni del daime (hinários). A volte, le sessioni di canto durano ore e ore.
  La nostra comunità è formata da circa centoquaranta credenti che portano la farda, l’uniforme. La mia diffidenza, che probabilmente ritroverai in altri centri, è dovuta al fatto che i giornalisti che ti hanno preceduto, in gran parte, hanno scritto montagne di cretinate. Dunque c’è poca voglia, in giro, di riceverli(vi), soprattutto di essere fotografati o ripresi. Secondo alcuni siamo una banda di drogati, di fanatici religiosi che prima si sconvolgono, poi colloquiano con le alte sfere. Spero che tu non sia così superficiale e prevenuto.”
  “Figuramose.”
  “Dunque, dov’eravamo rimasti. Ah, le differenze fra le comunità. Alcune, nella preparazione del daime, usano un po’ più cipó e meno folha, altre viceversa. Nella setta della União do Vegetal, come chiamano il daime, si adoperano alcuni termini diversi dai nostri e durante i riti si devono seguire regole ferree. Noi siamo più elastici, anche se abbiamo un rituale prefissato. Perché non vieni stasera? Potrai assistere...”
  “Non mancherò.”




  Verso le sette sfrutto di nuovo Lenine come autista e, con tutta la sua famiglia, raggiungo la ‘Barquinha’. Assieme a noi c’è Agata, figlia quattordicenne di Claudinha, che come tale vorrebbe passare la serata fra negozi e feste, altro che matti strafatti. Piuttosto inquietanti da vedere nella loro uniforme azzurra piena di gadget misteriosi (mostrine, spalline e fasce colorate, strani simboli), vagamente simile a quella di un portiere d’albergo. E comunque, dopo un po’, quando iniziano a pregare, fonte di interminabili sbadigli (siete mai stati a messa alle sette di sera?).
  Uomini e donne, tra cui parecchi anziani, siedono in quattro settori separati, i primi a destra, le seconde... indovinate dove. Francisco è in alta uniforme da Maestro e, dopo un veloce benvenuto, corre a ufficiare il rito. È il Maestro supremo, quello che legge la bibbia e che dà il ritmo al tutto. Siede al centro di un altare ricoperto di effigi (le più svariate, da São Sebastião a Nossa Senhora da Aparecida, la patrona del Brasile) ed è circondato da una dozzina di fedelissimi che intonano canti sacri, mentre un’orchestrina strimpella ai lati della sala. Alcuni coristi, viste le smorfie, la sudorazione, gli occhi su Marte mentre osannano l’alto dei cieli, devono già aver ingurgitato il ‘tè’, conservato religiosamente in una saletta apposita. Nella sala più grande, alle spalle dell’altare, siede il pubblico, semplici fedeli, chi in uniforme, chi ‘in borghese’. L’uniforme, unisex, è molto fotogenica e ha colori vivi, che l’intruglio magico deve esaltare alla massima potenza. La giacca è blu acceso, quasi turchese, con decorazioni bianche e due cuori rossi ricamati sul petto. Si tratta dell’uniforme del sabato, giorno considerato speciale, durante gli altri è bianca, così come lo sono i pantaloni e le scarpe per tutte le occasioni e per entrambi i sessi.
  Le sale sono separate da un tendone che viene aperto da due addetti all’inizio del rito. La cerimonia ha molto sapore di alzabandiera, di inaugurazione di monumento nella piazza principale. Un secondo altare, ben più grande di quello centrale, costeggia la parete della sala principale. Sopra ci stanno appollaiate tutte le immagini sacre che ho visto in anni di Brasile, partendo dal cattolicesimo più tradizionalista e arrivando al candomblé più sacrificagalline: di nuovo São Sebastião, Sant’Antonio, São Francisco, svariati ex voto, candele, bandiere con la scritta Paz e Amor, Verdade e Justiça. Sullo sfondo si apre una terza sala, collegata a quella principale attraverso due strette arcate, dove si intravedono altre immagini sacre racchiuse all’interno di nicchie circondate da luci colorate. Una illuminazione da luna park piuttosto simile è ripresa anche nel cosiddetto ‘tumulo’, una saletta in cui riposano le spoglie del padre di Francisco, fondatore della ‘Barquinha’. Un’ultima, minuscola sala si staglia su un lato della principale: si tratta dell’infermeria, indispensabile per i neofiti che hanno reazioni indesiderate dopo aver ingerito il daime. Si dice che chi ha mangiato carne da poco o bevuto alcol non dovrebbe bere lo chá: l’unione di queste sostanze può provocare effetti poco gradevoli, Claudinha docet.
  Il canto che giunge dall’altare centrale, sinuoso e avvolgente, fa accapponare la pelle, anche a chi non è minimamente religioso. Uomini e donne alternano, come in un moto respiratorio, in un ping-pong rallentato e magico, la fatica del canto, che prende alle viscere, come a seguire le contrazioni che lo stomaco sta subendo, forse per controllare il vomito. La lentezza del canto, a tratti, è interrotta da qualche acuto che fa da sveglia (Agata è tutt’uno sbadiglio). I soggetti principali dei canti, interrotti e ripresi più volte, sono Jesus e São João, oltre a Deus e la Sempre Virgem Maria, entrambi citati ripetutamente da Francisco. Gli inni sacri sono intervallati da un Padre Nostro e da un’Avemaria qua e là, più una serie infinita di segni della croce. Tra il pubblico solo alcuni cantano, e chi lo fa quasi sempre ha gli occhi chiusi.
  Dopo circa cinquanta minuti di canto e preghiere, sette medium in divisa, uomini e donne, raggiungono l’altare rigonfio di immagini sacre. Già visibilmente in trance e rivolti alle effigi, emettono strani rumori che fanno scorrere brividi impazziti su e giù per la spina dorsale: fischi, sospiri, cinguettii, il tutto a occhi chiusi e con la mano destra alzata (non alla nazi, ma alla ‘presente!’).
  Il rito collettivo, a questo punto, è finito: si passa alla fase della consulta ‘personalizzata’, della ‘cura’, nella terza sala. I medium, dopo aver fatto alcuni giri circolari attorno agli altari (una ‘carica di energia’), prendono posto nei banchi a essi riservati (i cosiddetti ‘gabinetti’) e, uno a uno, ricevono i fedeli bisognosi di un pronostico, di una benedizione, di una ricetta amorosa, di uno scongiuro contro il malocchio, di sconfiggere una malattia, di un colloquio con i propri morti. Persino di denaro. I ‘pazienti’ formano una fila ordinata in un piccolo cortile e vengono ricevuti secondo un ordine prestabilito: prima i bambini, poi le donne, quindi gli uomini. Questa fase, sempre uguale fin dal 1945, è chiamata passe (passaggio) ed è caratterizzata dalla cosiddetta limpeza spiritual, la ‘pulizia spirituale’: consigli - come bagni con erbe, fumenti - o pratiche per togliere uno spirito negativo di torno. Il tutto gratis, nessun medium ‘lavora’ per denaro.
  “La cura viene data ogni venerdì e sabato, fino alle undici di sera. E nessun fedele è lasciato fuori, i medium non vanno a dormire finché non hanno terminato” - Francisco ha abbandonato l’altare, dove proseguono i canti ‘di cura’ e quello ‘di chiusura’, ed è venuto a darmi le ultime delucidazioni.
  “E perché questa ferrea divisione tra sessi, durante il rito?”
  “Non è per una questione di morale o di ordine pubblico. Semplicemente perché i sessi opposti hanno energie differenti. Perché il rito abbia un buon esito è necessario tenere separate queste energie. Altre domande?”
  “N-no, grazie. Mi sembra tutto chiaro.”


  Il secondo capitolo delle indagini si rivela un buco nell’acqua. Sempre scortato dal fido Lenine, il giorno seguente raggiungo la sede della comunità Alto Santo, a sette chilometri da Rio Branco. Secondo la cronologia delle chiese del daime, quella di Alto Santo sarebbe l’originaria, la ‘Madre’ di tutte le variazioni sul tema, derivate da questo primo, quasi antico insediamento. Non esistono filiali di questa comunità, né in Brasile né all’estero, caso unico tra le varie sette del genere. A pochi passi dall’ingresso si erge il sepolcro del fondatore della dottrina e la mia missione è di parlare con Dona Peregrina, anziana vedova del ‘padrino’ Sebastião, discepolo di Irineu Serra e leader spirituale del culto del daime per circa vent’anni. Purtroppo, però, la vecchia ci accoglie con zero sorrisi e ancora meno disponibilità a parlare.
  “Non dico nulla, fotografi e giornalisti qui non sono benvenuti. La comunità è aperta ai semplici visitatori, ma non a chi vuole ficcare il naso. La rete televisiva SBT e la rivista Veja in passato ci hanno intervistato e hanno detto e scritto cose ignobili, totalmente distorte.”
  Faccio notare alla matrona che è proprio perché non voglio scrivere baggianate che mi sono sbattuto per arrivare fin lì, prendendo un costoso aereo e infilando le scarpe seminuove in mezzo metro di fango. Ma la mummia si dondola su una sedia e mi osserva basita, silenziosa più di una pietra. No comment. A nulla servono nemmeno gli aumma aumma di Lenine che, forte di comuni conoscenze (è figlio della nipote della cugina della zia che, duecento anni prima, andava a scuola con Dona Peregrina), prova a convincerla delle mie buone intenzioni. Niente da fare, il massimo che riesce a strapparle di bocca è un “Ah, bei tempi, quelli!”, e nulla di più. Altro giro di fango sino alla macchina, improperi trattenuti contro la terza età arteriosclerotica.
  Stessa sorte, o quasi, alla sede locale dell’União do Vegetal, la terza corrente principale del daime nata a Porto Velho, nell’attiguo Stato di Rondônia, e di lì esportata nell’Acre. Con filiali in Spagna, Inghilterra e USA, questa setta ha regole molto più rigide di quelle della ‘Barquinha’: negli abiti, nei canti, nel ballo (marcette, valzer, mazurche). Tutto quello che riesco a ottenere, però, è il numero del cellulare del Maestro Tin (non Tim; sì, anche i ‘maestri’ hanno il cellulare), il quale si fa desiderare e, comunque, mi preannuncia che la macchina fotografica, se mai mi concederà udienza, la dovrò seppellire. Lo saluto e gli auguro telepaticamente che i peggiori timori sull’uso dei cellulari, quando gli studiosi avranno finito di indagare, si rivelino più che fondati.


  Il tre è un numero magico, soprattutto da queste parti, e infatti il terzo giorno, finalmente, incontro (stavolta faccio da solo: Lenine, ogni tanto, lavora) qualcuno non ottenebrato dai troppi ‘tè’ bevuti, dal sospetto, dalle invidie di casta e di condominio. Si tratta di Maurilio Reis, simpaticissimo leader, assieme all’altrettanto simpatico e disponibile Marcial, della comunità Colônia Cinco Mil, a dodici chilometri da Rio Branco. I due ‘padrini’, in realtà, mi ricevono in quello che è l’avamposto della Cinco Mil, la Pousada da Fundação São Sebastião. Qui alloggiano i curiosi/fedeli del daime giunti da altre regioni del Brasile o dall’estero e diretti alla Cinco Mil o alla ‘centrale delle centrali’, la Céu do Mapiá, la maggiore comunità dedicata al daime, nel vicino Stato di Amazonas. Quando arrivo sbatto contro due ragazze giapponesi in ciabatte, un relativo marito inglese, una ciccia paulista e un ragazzo locale che, così mi racconta, è stato riportato sulla retta via dal daime dopo un’adolescenza di sesso, droga & rock’n roll. Le giappe cucinano cose incucinabili e portano calzini bianchi immacolati; l’inglese vigila la moglie (conosce gli italiani); la paulista va su e giù per le stanze, anche lei indaffarata con questioni culinarie; l’indigeno mi mostra le croste purulente che ha sulle gambe, ricordo della Leishmania braziliensis, un insetto particolarmente simpatico che abita certe zone salubri della foresta e che ama depositare le uova sotto la pelle dei cristiani.
  Ma torniamo a Maurilio, piccoletto e con occhi vivi da folletto. Sorriso sempre stampato sul volto (roba che non guasta, soprattutto dopo la simpatia di Dona Peregrina) e quell’evidente pizzico di follia/luce negli occhi che denotano i geni. Piomba nella pousada con un diavolo per capello, sbraitando ai quattro venti.
  “Quelle brutte teste di cazzo dell’IBAMA! Vogliono imporci una tassa di trecento reais per raccogliere il cipó! Ma se credono che tiriamo giù le braghe solo per pagare le birre a quegli imboscati di impiegati stanno fritti. Piuttosto mi faccio arrestare davanti ai loro uffici, ma non prima di aver chiamato un paio di giornalisti amici miei. Impiegati cretini. Il daime non lo vendiamo, viene distribuito gratuitamente. Dove pensano che li andiamo a trovare tutti quei soldi?”
  Maurilio è furibondo con la burocrazia bulgara degli enti statali, ma non per questo mi riceve meno gentilmente.
  “Benvenuto, come posso aiutarti?”
  “Fotogiornalista italiano, non bulgaro. Ficcanaso. Mi aiuti?”
  “Certo, vieni con me, che facciamo un salto alla Cinco Mil.”
  Lascio, non senza lacrime, le giappe ai fornelli, e seguo Maurilio a bordo del suo pick-up scassato. Dopo qualche chilometro di sterrato arriviamo alla comunità, che deve aver visto momenti migliori. Il luogo, infatti, è deserto, se si eccettua per una dozzina di contadini e muratori in pausa pranzo. Immerse nel verde, una chiesetta e una grande baracca per gli alloggi comunitari, tutta in legno.
  “La Cinco Mil - mi racconta Maurilio - fu fondata nel 1975 dal Padrino Sebastião e deve il suo nome al fatto che, all’epoca, il terreno su cui sorse fu pagato cinquemila cruzeiros. Nel periodo in cui era in auge, la comunità arrivò a ospitare quattrocento persone, tutte impegnate, oltre che nella preghiera, nella coltivazione della frutta, dei vegetali e del riso. Poi, nel 1980, fu fondata l’altra comunità, quella di Céu do Mapiá, in una zona remota dell’Amazonas, con più privacy. La Cinco Mil fu abbandonata e tutti si trasferirono là. Per arrivarci da Rio Branco bisogna prendere un autobus fino a Boca do Acre, dove un albergo funge da punto di ritrovo per chi segue il daime. Di lì si continua in piroga, per almeno dodici ore, o con una voadeira, una lancia veloce, ma in questo caso il viaggio è molto costoso. Se ti fai l’intero viaggio da solo, senza dividere con qualche compagno, puoi arrivare a spendere settecento reais (circa duecento euro). È a Mapiá che oggi si concentra il grosso della comunità, con circa quattrocento persone da tutto il mondo, incluso qualche italiano. Abbiamo anche una piccola ‘filiale’ ad Assisi, sai?’
  “A-Assisi???”
  “Sì, nella culla del cattolicesimo più tradizionale.”
  “E il papa che ne pensa?”
  “Ci tollera. Abbiamo chiese un po’ in tutto il mondo. Molte in Giappone, dove vado una volta all’anno.”
  Giapponesi. Pazzi. Li (le) adoro.
  Maurilio mi guida attraverso la folta vegetazione, fino a un laghetto che sembra uscito da una cartolina. Su una sponda svetta una bella casetta di due piani in costruzione, dove i muratori lavorano alacremente.
  “È di un francese. Da quando ha iniziato a frequentare la comunità ha deciso di farsi una villetta qui. Chiamalo scemo.”
  Le piante di cipó e di folha da Rainha, gli ingredienti di base del ‘tè’, crescono dappertutto, e Maurilio me li fa notare.
  “Dopo la raccolta vengono bolliti per almeno due giorni in grossi pentoloni.”
  Raggiungiamo la ‘cucina’, un piccolo piazzale protetto da una tettoia di lamiera, e Maurilio mi mostra come si prepara il beverone. Prende un trancio di cipó e lo batte con una mazza di legno su un tronco. Quindi pesta la folha in un mortaio. Poi tutto viene diluito in acqua e messo a bollire per ore, giorni. Servono quarantotto ore per ricavare quaranta litri di bevanda. I pentoloni da caserma sono circondati da strani dipinti e simboli che raffigurano il padre fondatore. Sebbene la Cinco Mil sia considerata una comunità ‘deviata’ dalla dottrina originaria, non so per quale minimo dettaglio, il ritratto di Irineu Serra svetta su un dipinto molto naïf. Alle spalle una grande scritta ‘dottrina del Juramidan’, termine indefinito che riunisce svariati significati mistici, più un terço mariano, una croce doppia.
  “Questo è il magazzino” - Maurilio apre una stanzetta e mi fa vedere diversi bottiglioni di prodotto. Qualcuno, durante la notte, ha sverginato una finestra, rompendo un vetro per fregare qualche bottiglia di fattanza liquida.
  “Cretini. Bastava chiederlo, glielo avremmo regalato.”
  Il colore del liquido picchiatello sembra quello del chai, il tè indiano al latte, ma il sapore non è lo stesso. Ci infilo un mignolo e mi passo il polpastrello sulla lingua. Il gusto è piuttosto schifosetto, un acido/amaro che mi ricorda il peyotl.
  “Hai già provato il daime?”, mi domanda Maurilio.
  “No, ma prima o poi lo faccio. Sono curioso, però voglio più tempo per stare qua, per approfondire la faccenda. Non lo voglio sperimentare come se fosse un nuovo sapore di gelato, così diventerebbe una semplice droga. E poi, vista la potenza, non vorrei farmi prendere dalla paranoia. Conosco già troppa gente che, dopo aver giocato con gli allucinogeni, ci è rimasta sotto. Un’amica di Bologna, quando mi vede, mi parla di anedòtti e ogni anno va per due mesi di vacanze in un ospedale di Bombay.”
  “Sì, hai ragione, almeno per quanto riguarda l’evitare il mordi-e-fuggi. Ma il daime NON è un allucinogeno. Allucinazione è frammentare paranoicamente la realtà, percepire ciò che è fuori e dentro di noi senza un senso di unità. Noi diciamo, semmai, che il daime fa l’effetto contrario: aggrega lucidamente e in maniera gioiosa, attraverso l’espansione della consapevolezza, tutti i dati che elaboriamo nello stato di percezione extrasensoriale. E se lo prendi - il daime si prende, non si beve - con qualcuno che lo conosce e ti guida non c’è alcun rischio. Non esiste il pericolo di overdose, al massimo vomiti tutto. Basta non esagerare con il dosaggio, non più di due dita di un bicchiere.”
  “Va bene, quando torno lo prendo e, magari, mi faccio guidare da una giapponese, tá bom?”
  “Tá bom.”
  “Un’altra, fondamentale domanda. I conti non mi tornano quando alle ‘porte della percezione’ si uniscono concetti cattolici. Qual è il nesso? Perché Cristo, e non Buddha o Maometto? O Pelé?”
  “Il Brasile ha una profonda religiosità di matrice cristiana. Ma il daime, almeno per me, non è da intendersi come una dottrina esclusivamente legata a questa religione. Sebbene tutto il rituale ruoti attorno a Dio e a Cristo, chi prende il daime può avere visioni di carattere strettamente personale, inerenti alla propria realtà quotidiana, anche in forma laica o agnostica. Il fine ultimo è quello di rispondere ai propri dubbi di ordine intimamente umano e sociale, con l’obiettivo di trovare un’armonia con il mondo e con se stessi. Da tutti coloro che lo seguono, comunque, il culto del daime è considerato un’evoluzione del cattolicesimo.”
  Il tour della comunità termina nella chiesetta, piuttosto disadorna ma molto fresca. Fuori l’umidità e il calore sono allucinanti, ma lì dentro, come in tutte le chiese, si respira un’aria gradevole, tanto che qualcuno ha lasciato del riso a essiccare ai piedi di un’immagine sacra.
  “Ha un significato rituale?”, domando da vero ficcanaso del National Geographic, indicando il riso.
  “No, è che qui è più fresco e secco.”
  “Quando viene frequentata la chiesa?”
  “Solo nei giorni di festività ufficiale. I fedeli hanno un’uniforme bianca e verde e si radunano solo in certe date. Così come il daime, che viene bollito solo in alcune giornate ritenute adatte.”
  “E quali sono le differenze, rispetto alle altre dottrine?”
  “Se esistono, sono minime. Irineu Serra era un ex soldato, per cui nel rituale che inventò immise una serie di comandi e di gerarchie che si rifacevano all’esercito. I maestri sono ‘comandanti’, i fedeli ‘soldati’ ecc. Nella ‘Barquinha’, invece, tutto è ispirato alla marina militare - ecco il perché delle uniformi blu - e i maestri sono almirantes, ‘ammiragli’. Piccole sfumature, dettagli di un’unica dottrina. C’è chi ci tiene a queste differenze, ma per me, in fondo, sono solo aria fritta.”
  “E quelli dell’União do Vegetal?”
  “Dogmatici, strangolati da mille regole e regolette. I fedeli sono iscritti e pagano una quota, e la setta ha un sacco di chiese in tutto il Brasile e in mezzo mondo.”
  “E per quanto riguarda il rapporto con la legge? Il daime è considerato una droga?”
  “No, non è proibito, ma ci fu un periodo, durante la dittatura del 1964, in cui la polizia civile cercò di stangare la comunità adducendo che lo chá era una droga, dopo decenni di uso legale. Irineu, però, aveva ottimi agganci con i militari, per cui il daime non fu mai proibito. Brasilia mandò una commissione di militari, scienziati, psicologi e antropologi a investigare se il daime potesse causare dipendenza e provocare problemi di ordine sociale. Nulla di ciò fu riscontrato, anzi, si stabilì che il culto aveva una funzione sociale. In questi anni il suo utilizzo ha tolto molti adolescenti sbandati dalla strada, gente che si era persa nell’alcol e nella droga, quella vera, e che si è ritrovata seguendo la dottrina.”
  “E all’estero?”
  “Là fuori, dove ben pochi conoscono il daime, negli ultimi anni si sono verificati episodi sconcertanti. Qualche membro della comunità è stato arrestato negli aeroporti olandesi e spagnoli con un po’ di chá e solo a processi ultimati si è stabilito che la sostanza non era una droga. Per cui non sono stati condannati. Però di rogne ne hanno avute parecchie.”
  Mentre torniamo al pick-up Maurilio mi racconta un po’ di sé.
  “Vengo da Ouro Preto, nel Minas Gerais, e sono anarchico. Anzi, credo che persino l’anarchia sia troppo istituzionalizzata, quindi diciamo che non sono niente. Da giovane ero un hippy e durante il periodo della dittatura venni a sapere che nell’Acre c’era qualche scoppiato che seguiva i rituali degli indios, bevendo una strana bevanda che dava effetti molto particolari. Lasciai tutto quello che avevo, abbandonai un lavoro sicuro e mi fiondai qui. Non me ne sono mai pentito. Qui incontro gente di tutto il mondo, parlo diverse lingue e ogni anno mi faccio almeno un paio di viaggi all’estero, per visitare le altre comunità. Tra un po’, infatti, dovrei fare un salto ad Assisi. Se ti va ci andiamo assieme, così potrai provare il daime a casa tua, nel cortile del papa.”
  “Considerami prenotato.”


 P.S. Il mondo è bello perché strano. Guardate un po’ che cosa ho trovato sul sito di La Repubblica, qualche tempo dopo il mio incontro con Maurilio:

Ad Assisi, la Casa Regina della Pace era il centro di spaccio.
Ventiquattro ordini di custodia cautelare a ricchi professionisti
Dietro il movimento religioso una traffico di allucinogeni
PERUGIA - Sulla targa della sede di Assisi c'è scritto Casa Regina della Pace. Ma i finanzieri, dietro il movimento religioso Santo Daime, la cosiddetta Religione della foresta, hanno scoperto un'organizzazione che spacciava stupefacenti. Ventun persone arrestate, tre ordini di custodia cautelare recapitati in carcere ad altrettanti imputati già detenuti. L'operazione "Mistica" svela un giro internazionale di allucinogeni e mette il naso in un sodalizio criminoso che aveva radici in Brasile e diramazioni nei maggiori paesi europei; in Italia, le sedi di Santo Daime erano in Piemonte, Lombardia, Liguria, nel Lazio e nella zona del Trieste. Oltre alla Casa Regina della Pace ad Assisi, il Santo Daime a Trieste, il Caminho das estrellas a Milano e Genova. Tra gli adepti del movimento, laureati e professionisti, tra i 25 e i 60 anni, con discrete disponibilità economiche.
Iscriversi al movimento costava dai 15 ai 30 euro ma per ogni rito gli associati dovevano versare altri 45 euro (per due riti, sconto di 15 euro). Niente soldi in contanti: i versamenti erano indirizzati ad una banca di Miami, in Florida.
Due volte alla settimana, nelle sedi del movimento, i "sacerdoti" celebravano riti pseduoreligiosi durante i quali distribuivano agli affiliati una droga liquida di color marrone chiamata Santo Daime. Gli esperti la considerano un allucinogeno pesante, capace di provocare effetti devastanti sul sistema nervoso. La bibita veniva distillata da piante coltivate in Brasile e recapitata agli affiliati che ordinavano via e-mail.
La droga raggiungeva l'Italia per via aerea. Dall'agosto scorso, sono stati sequestrati 40 litri di Dmt (dimetiltriptamina) fino a domenica scorsa quando, a Reggio Emilia, finanzieri della polizia tributaria di Perugia hanno fermato il principale indagato che fuggiva verso il Mozambico con due litri di droga. Altri sequestri erano avvenuti agli aeroporti di Perugia, di Ciampino a Roma, a Cassinelle, in provincia di Alessandria, e a Milano.
Secondo la Guardia di Finanza gli adepti al movimento sono migliaia, sparsi un po' in tutto il mondo. Il movimento pseudoreligioso Santo Daime fu fondato agli inizi del XX secolo in Brasile ma oggi conta affiliati nel sud e nel nord America oltre che in Olanda, Spagna, Germania, Francia, Portogallo e Italia: la sede di Assisi era la principale tra le agenzie italiane.
(18 marzo 2005)


ECUADOR - GENTE D’ALTRI TEMPI


I longevi di Vilcabamba

In apparenza è un villaggio come tanti altri della Sierra andina ecuadoriana, dal clima costante nel corso dell'anno, caratterizzato da una totale mancanza di 'progresso' e da una tranquillità esasperante. Eppure Vilcabamba, piccolo villaggio nel Sud dell'Ecuador, a 64 km dalla città di Loja, situato a 1500 metri di altitudine e 350 chilometri a sud della linea equatoriale, anticamente ritenuto sacro dagli inca, è conosciuto in tutto il mondo per l’alto numero di ultracentenari che vi abitano. Se nel resto del Paese le persone che superano i sessant’anni sono appena il 4%, a Vilcabamba raggiungono circa l’11%, e  la media supera i novant’anni. I record appartengono a tre centoquarantenni, tutti ormai deceduti - chi per idropisia o chi per comuni malattie delle vie respiratorie - tra il 1907 e il 1976. Sempre nel 1976 erano certificati i 129 anni di un tal Miguel Carpio. Poco prima della morte questi vecchietti erano in perfette condizioni fisiche, forse un po’ sordi, ma molti di essi avevano trascorso le ore antecedenti il trapasso nei campi, lavorando.


Dagli anni Settanta, come per un’epidemia che colpisce solo i nati nel secolo precedente, numerosi longevi sono deceduti. Tuttavia, la maggior parte degli abitanti di Vilcabamba - poche centinaia di persone, in gran parte di ceppo europeo - non crede alla fatalità. Dopo il primo servizio giornalistico del Readers’ Digest (1956), che definì la zona come un 'luogo di immunità per i malati di cuore', centinaia di studiosi, dottori e aspiranti tali, fotografi e giornalisti arrivarono a Vilcabamba per capire il segreto di tale longevità. Furono fatte innumerevoli analisi ai sofferenti di malattie cardiocircolatorie, per stabilire i 'comandamenti' , se mai ci fossero, della lunga vita. Le persone che superavano gli ottant’anni vennero catalogate con un 'patentino' sul quale era elencata la loro storia medica. Le conclusioni furono che le condizioni climatiche (aria pulita, ricezione diretta dei raggi solari per tutto l’anno) favorivano la stabilità funzionale dell’apparato cardiovascolare e che la dieta (fagioli, patate, banane, granturco, pane, yucca, frutta, pochi grassi e proteine animali), unita alla tranquillità della vita e alla totale assenza dei traumi derivati dalla civilizzazione (incidenti provocati da macchinari, inquinamento, ecc.), contribuivano al prolungamento dell’esistenza. Unici 'vizi' del luogo, infatti, sarebbero il tabacco e un distillato locale - 'vizi' che, a quanto pare, poco o nulla hanno influenzato la mortalità in questa regione benedetta da dio.


Un tragico episodio, però, incrinò il cordiale rapporto tra gli abitanti del paese e i turisti. Tutto ebbe inizio dopo l’incontro di un simpatico nonnino di centoquarant’anni, ancora nel pieno delle forze, con una coppia di 'dottori' statunitensi, che decisero di rendere la vita dell'anziano più vivace. I sedicenti medici gli offrirono alcune 'vitamine' (pillole nerastre indefinite) che, nel giro di tre giorni, lo fecero morire per una violentissima intossicazione. Dei dottori si persero le tracce, e dopo alcuni giorni il cadavere dell’anziano fu sottratto dal cimitero. Negli ultimi vent’anni sembra che fatti di questo genere si siano ripetuti frequentemente, con la conseguenza che la maggior parte dei centenari - e le relative famiglie - ha trovato più conveniente abbandonare Vilcabamba e rifugiarsi tra i monti e i villaggi circostanti (per esempio quello di Tumianuma), lontani da turisti e studiosi non sempre innocui. Anche le croci delle tombe nei cimiteri sono state private delle date di nascita, per evitare che studiosi “sciacalli” s’impossessino del contenuto per i loro esperimenti. Per questo motivo è difficile “catturare” qualche longevo disposto a farsi intervistare: le famiglie tentano in ogni modo di evitare qualsiasi contatto con gli stranieri.


Sui motivi che hanno reso Vilcabamba 'paradiso dell'eterna giovinezza' si è a lungo indagato, senza però trovare alcuna ricetta sicura. La conclusione più logica è che la combinazione di una vita molto tranquilla con un clima costante che frena lo sviluppo delle infezioni (la temperatura si aggira sempre attorno ai 18°-20°C) favorisca la longevità. Di conseguenza sono molti i turisti che, nella speranza di una veloce guarigione da malattie croniche, sono giunti a Vilcabamba. Alcuni addirittura, mossi da un’euforia longevo-sanatoria, hanno inventato terapie uniche al mondo, la cui efficacia è assai discutibile. Nel paese è famoso, per esempio, l’aneddoto di un colombiano malato di cuore che, dopo quaranta giorni di totale astinenza dal cibo, mangiò nel giro di poche ore decine di chili di formaggio e miele: tutti alimenti estremamente sani, ma il cuore non resse, e la sera stessa morì. Altre persone, con criteri più fantasiosi che empirici, attribuiscono invece il merito della longevità ai raggi del sole.


La zona attorno a Vilcabamba è fertilissima e la natura estremamente esuberante: campi ricoperti da alberi di papaia, piante di tabacco, banani e orchidee selvatiche sono solo alcuni dei fantastici elementi della natura che la circonda. A circa due chilometri dal paese si trova l’Area Nazionale di Ricreazione Yamburaro, con un piccolo zoo e un parco pieno di orchidee. Per i nuovi 'figli dei fiori', inoltre, Vilcabamba è diventata una specie di 'mecca' a causa di un cactus allucinogeno che vi cresce (il San Pedro, una specie di peyotl), da cui si ricava un tè verde lisergico. A Vilcabamba anche la vita dei cani è in pratica raddoppiata (si dice che vivano tra i ventisei e i ventotto anni), e ad alcune strade sono stati dati nomi che ricordano la peculiarità del luogo, come Avenida de la Eterna Juventud.


Diversi anziani non ricordano esattamente la loro età. Alla domanda “Quanti anni ha?” la maggioranza degli intervistati risponde quasi sempre con cifre che terminano con il cinque o lo zero, arrotondando per eccesso o per difetto (solitamente più per eccesso: la fama che è stata attribuita al luogo sembra aver sviluppato un orgoglio locale per chi accumula più compleanni). Alcuni di essi conservano un certificato che attesta la data di nascita, ma la maggior parte l’ha perduto da qualche parte nel lungo corso dell’esistenza. Come afferma una saggia massima locale, “I più vecchi sono anche i più poveri, perché nella vita chi pensa solo al denaro dura poco”: e, in effetti, i centenari di Vilcabamba di denaro ne hanno davvero poco. Questo è uno dei motivi che hanno spinto alcune organizzazioni umanitarie straniere a offrire aiuti alla comunità locale. L’appoggio più cospicuo proviene da un’associazione inglese formata da ricchi anziani che tutelano a distanza la sussistenza di alcuni coetanei centenari. Un fotografo viene mandato a 'caccia' di longevi bisognosi, e le foto sono spedite in Inghilterra: se le persone prescelte risultano realmente bisognose e superano gli ottant’anni viene affiancato loro un 'padrino' inglese. Quest’ultimo invia mensilmente venti dollari (in Ecuador una piccola fortuna) per la sopravvivenza del 'cugino più povero' d’oltre oceano.


Un’altra forma d’aiuto alla comunità locale, in passato, fu offerta da un ricco donatore giapponese, che durante i suoi ultimi anni di vita ritrovò la pace fisica e mentale a Vilcabamba, dopo una vita di lavoro e di stress. Il magnate, dopo la sua morte, volle regalare alla cittadina l’ospedale Kokichiotani - che porta il suo nome -, specializzato in geriatria. Nella struttura pubblica, fatta erigere secondo il volere testamentario del benefattore, funzionano moderni macchinari per le malattie del cuore e, a intervalli costanti, gli anziani possono usufruire di un check-up gratuito, utile anche a fini statistici e scientifici. Tra i 'nuovi' abitanti del paese si annovera un ex capitano di marina che, stanco dei viaggi e di una vita allo sbaraglio, dopo il matrimonio ha deciso di stabilirsi nell’unico luogo al mondo in cui, secondo la sua opinione, sembra possibile prolungare la vita: Vilcabamba. E, come lui, molti altri, tra cui diversi stranieri, hanno preso questa decisione, nella speranza di rendere reale questa fantastica illusione.



Hunza, la Vilcabamba pakistana

Vilcabamba è solo uno dei tre luoghi al mondo in cui la vita sembra essere prolungata. Gli altri due sono villaggi che si trovano in Russia e in Pakistan, e in quest’ultimo il segreto della longevità è stato attribuito da alcuni a uno yogurt 'miracoloso'. Hunza è un piccolo villaggio pakistano situato nella valle del fiume omonimo, nell’estremo Nord-est del Paese, a breve distanza dall’India, la Cina e l’Afghanistan. Abitato dall’etnia hunzakut, Hunza ha mantenuto l’antica struttura bucolica che l’ha reso uno dei luoghi 'dell’eterna giovinezza': pascoli d’alta montagna, campi terrazzati, un capillare sistema di irrigazione che trasporta l’acqua purissima dai ghiacciai, scura e ricca di sali minerali. Come per la “collega” Vilcabamba, anche per Hunza vale la leggenda della longevità. In realtà, però, tutto sembra derivare da una vita semplice e priva di stress, da una dieta semiperfetta (frutta - tra cui venti varietà di albicocche -, cereali, latte - da cui si ricava lo yogurt considerato il 'toccasana' del luogo - e legumi), un’aria pulita e, non ultimo, un felice equilibrio della popolazione con la natura (assenza di sprechi o di fattori inquinanti). Hunza divenne famosa come 'paradiso terrestre' dopo la pubblicazione del romanzo Lost Horizon (James Hamilton, 1933) e dal successivo film su Shangri-La.

Pubblicato su Smoking, Frigidaire, Diario, Courrier international