lunedì 7 maggio 2012

BRASILE - FORESTA DI PLASTICA


Sono uno specialista nello sputare nel piatto in cui mangio, ma appartengo a quella razza di imbrattacarte per la quale la verità ha da essere verità. Sempre, qualunque siano gli sponsor e i benefit in gioco. Giovanni d’Arco della veritas, bugie e marchette forbidden, almeno per le piccole cifre; per le grandi, da valutare, mandatemi un fax.
Questo popò di filosofia per premettere che all’Ariaú Amazon Towers, hotel di selva a un paio di ore di navigazione da Manaus, mi ci hanno invitato con tutti gli onori e i tappeti rossi. Non ho scucito mezzo real per arrivarci, dormirci, strafogarmi di cibo a sbafo, lustrarmi gli occhi con l’india in bikini e piume e sorriso d’ordinanza che all’attracco riceve i nuovi arrivati. In cambio, in teoria, avrei dovuto fare una (buona) recensione dell’albergo. Ma, le leggi del market(t)ing ce lo confermano quotidianamente, ‘l’importante è che parlino di noi, bene o male non importa’. Quindi ho il cuore in pace, il baratto l’ho comunque rispettato, anche se quello che segue non è esattamente ciò che i capi dell’Ariaú si sarebbero aspettati.



La storia di questo albergo nasce da un’idea buttata lì da Jacques Cousteau nel 1982, durante un suo viaggio in Amazzonia. Inconsapevole della biblicità e degli effetti delle sue parole, l’oceanografo francese mise la pulce nell’orecchio di Francisco Ritta Bernardino, proprietario dell’hotel di Manaus in cui Cousteau alloggiò. Seppellito l’oceanografo, esploso il business globale dell’ecoturismo, proliferati come funghi gli alberghi di selva attorno a Manaus, oggi l’Ariaú, creatura di cui Ritta va superorgoglioso, non ha simili al mondo. L’hotel, a grandi linee, vanta due tipi di strutture: le ‘torri’ e le ‘case di Tarzan’. Le prime sono grandi cilindri di legno che, come silhouette, ricordano i nostri pericolosissimi depositi del gas di qualche decennio fa (la propaganda da dépliant, più nobile, le paragona alle pagode cinesi). Piantate su palafitte dall’aspetto pericolante, queste alte strutture di legno (alcune raggiungono i quattro/cinque piani) sono vendute come solidissime, in quanto riprenderebbero pari pari i sistemi di costruzione usati dagli indios. Si dice che se un qualsiasi architetto/ingegnere ‘di città’ provasse a costruire una roba del genere l’edificio non arriverebbe all’inaugurazione, tutto crollerebbe come un castello di carte. Le torri sembrano grandi torte nuziali di legno, nelle quali ogni fettina corrisponde a una camera. Semplici semplici, arredamento e bagni superbasici, le duecentosessanta stanze standard hanno il coraggio di costare almeno 230$ a persona, per due giorni/una notte più vitto e trasporto in barca. Una soluzione più proletaria, che vorrebbe essere alla portata delle tasche dei giovani squattrinati (si fa per dire), è invece l’Ariaú 2, torre costruita attorno a un albero di quattordici metri di diametro. La visita di un giorno (trasporto, pranzo, giretto dell’albergo) costa appena 113$.



La clientela-tipo dell’albergo è costituita da grupponi di statunitensi/inglesi/tedeschi/israeliani in braghini, videocamera, cappellino e calzini corti, in gran parte pensionati del primo mondo annoiati e con il portafogli sbrindellato. Ritta, infatti, oltre a un’agenzia di rappresentanza a Miami, ha buoni contatti un po’ in tutti i paesi danarosi e, stando al dépliant che diffonde, il suo albergo riceverebbe duecentomila ospiti all’anno. Calcolate voi il fatturato, basta una moltiplicazioncina facile facile.
Oltre al costo da giapponesi, le torri hanno diverse caratteristiche strutturali e decorative davvero interessanti. Se a un inquilino del pianterreno/ultimo piano cade una monetina dalla tasca dei pantaloni, parte un peto o canta Boccelli sotto la doccia, potete star certi che l’inquilino quattro piani più su/giù non perderà una sola sillaba o decibel del condomino di sotto/sopra. Tutto, nelle torri, scricchiola, il silenzio non è la dote principale, e se mai vi venisse la strana malinconia di alloggiarvi con la vostra fidanzata/o/i e fare festa dovrete usare il silenziatore, calzini ai piedi dei letti, mani sulle bocche e movimenti d’anche contenuti. Altrimenti rischiate di scuotere il wc all’americano quindici metri sopra le vostre teste. Goddamned, fuckin’ wood.
Le ‘torte’ sono coronate da alcune suite, molto più ampie e care degli appartamenti standard e distinte grazie a nomi modesti: Imperial, Real, Divina, Paz Mundial, Suprema, Celestial, Cósmica (questa con una specie di mappa astrale dipinta sul soffitto), Solar I e II, Estelar I e II. Sulla torre 2 svetta la suite più spettacolare, ovviamente chiamata Presidencial.



In quanto a sistemi di sicurezza le torri sembrano trappole per topi, un inferno se non di cristallo almeno di legno. I cilindroni, infatti, al più hanno qualche estintore a ogni piano, e persino alcuni turisti di passaggio hanno an/notato questa pericolosità sul libro dei commenti. Un’italiana semianalfabeta, con una calligrafia da troglodita, ha scritto un’albergho di questo genere in europa non havrebbe i permesi per far funzionare. Purtroppo tutti hanno il diritto di viaggiare, spesso mi dico. Fatemi rilasciare i passaporti. In effetti sembra che in passato una torre abbia preso fuoco e si sia completamente incenerita, come una scatola di fiammiferi, nel giro di un quarto d’ora. Per fortuna, al momento del rogo era semivuota, e comunque era riservata al personale che lavora all’Ariaú, manovalanza sottopagata facilmente rimpiazzabile, basta dare qualche dollaro alle vedove degli inceneriti e almeno il doppio al capo della polizia.
Il secondo tipo di struttura, quello più caro (si parla di oltre 400$ a notte, per arrivare a camere da quasi 1000$; i prezzi esatti vi verranno comunicati riservatamente alla richiesta, tanto sono esagerati; trattative private, si direbbe da noi), è la cosiddetta ‘casa di Tarzan’. Si tratta di sei casette isolate, specie di baite costruite interamente in legno sulla sommità di alberi alti e robusti, circondate dalla vegetazione folta. Per accedervi bisogna inerpicarsi su lunghe ed erte scalinate, decisamente poco in linea con gli obesi con la gotta che frequentano il posto. Se alloggiate lì e vi siete dimenticati gli occhiali al ristorante (dove, tra le liane di plastica, si nascondono casse acustiche che propagano musica registrata con i rumori della jungla), e ve ne accorgete proprio quando state per entrare in bagno dopo colazione, correte il rischio di trovare più pratico il suicidio, piuttosto che andarli a riprendere. Ognuna di queste stanze ha nomi imbecilli, ispirati chissà perché ai maggiori giornali e riviste brasiliane (Globo, Folha de São Paulo, Caras ecc.) e numerosi optional stridenti con l’ecosistema circostante: tv satellitare, internet, fax, frigobar, tutti strumenti di fondamentale importanza per un’avventurosa notte di autentica vita nella giungla.



L’intera area dell’albergo è collegata da un lungo reticolo di ponti e passerelle di legno per svariati chilometri. Qua e là zampettano scimmie importate da altre zone della foresta che i turisti, soprattutto se russi, adorano dissetare a suon di birra e cachaça. Alcuni cartelli avvertono della pericolosità di questa attività per l’organismo degli animali, ma un ospite che si rispetti paga e fa quel cazzo che vuole.
Ciò che accomuna ‘torri’ e ‘case di Tarzan’ non è tanto il legno utilizzato per costruirle, quanto il gusto dell’orrido del proprietario/arredatore. La plastica regna sovrana dappertutto, con vere opere kitsch che non trovano eguali sulle bancarelle di San Marino o di San Giovanni Rotondo. All’ingresso della torre principale la piscina è circondata da coccodrilli, delfini e felini ruggenti, in taglia XXL e rigorosamente di origine petrolchimica. Ogni corridoio delle torri e ogni stanza o suite, inoltre, è finemente decorato con una ricca galleria di dipinti molto colorati (circa millecinquecento, in tutto l’albergo), opere di artisti un-tanto-al-chilo che qui hanno lasciato i propri capolavori. I quadrazzi che rappresentano le bellezze naturali dell’Amazzonia (l’indio che caccia con l’arco teso sulla preda, il giaguaro a fauci divaricate, i delfini rosa che fanno le piroette fra le onde del Rio Negro) si sprecano. Grazie anche alla mano (da tagliare) di un nostro compatriota che, dopo aver evidentemente barattato qualche notte all’Ariaú con svariati ettari di porcate incorniciate, ha avuto persino il coraggio di firmarle (non si fanno nomi, niente pubblicità gratuita). In gran parte fuori scala, con proporzioni da far impallidire il più inetto dei geometri, queste tele dei vari Van Gogh dei poveretti decorano, ce provano, ogni parete dell’albergo, qua e là con particolari del tutto assurdi, come il tuiuiú, animale endemico del Pantanal matogrossense, una regione che si trova migliaia di chilometri più a sud.



Ma non è finita qui. Visto che i quadri devono essere stati ritenuti insufficienti ad abbellire il tutto, Ritta ha raddoppiato la dose commissionando ad altre mani zingare un’infinità di tarsie e intagli nel legno (oltre cinquemila, includendo le ‘sculture’ in PVC). I temi ricorrenti di queste vaccate sono gli stessi sfruttati nelle tele e, legno su legno, alla faccia della deforestazione selvaggia, l’Ariaú non ha un centimetro di parete libero da obbrobri pacchiani e ipercolorati. Questa simpatica tecnica di lavorazione del legno è stata ripresa nel miliardo di placche e patacche che decorano la reception, ambiente in cui vegeta una segretaria-bradipo (la moglie del gerente, che tra un manicure e un tè riceve sbadigliosa i clienti) e dove è conservata la memoria storica del luogo: In ricordo del soggiorno di Bill Gates/Jimmy Carter/Helmut Kohl/Kevin Costner/Susan Sarandon/la famiglia reale di Svezia/Spagna/ecc., seguito da data, recita pomposamente una collezione di francobolli di legno da due chili l’uno che fa da collage sul muro dei cretini. Le coppiette di São Paulo in viaggio di nozze, sarà che spendere almeno 230$ a notte per una stamberga di legno pericolante fa chic, trovano tutto ciò e-sal-tan-te, e Ritta stipa valute forti e lingotti nei forzieri. Così dev’essere, almeno a giudicare dagli anellazzi d’oro grossi come pomodori con cui si decora le manone.
Tocco finale, dato che tanta arte indubbiamente era poca, è un bel boto, il delfino rosa d’acqua dolce, in PVC rosa fosforescente piantato alla base di una delle torri. Ritta deve aver preso alla lettera le leggende degli indios, e siccome queste parlano di delfini rosa (in realtà grigi con leggere sfumature rosacee), ne ha fatto fabbricare uno davvero rosa, forse recuperato da qualche carrozzone carnevalesco. Il petrolio e i suoi derivati, inoltre, sono stati ampiamente sfruttati per decorare il luogo più ridicolo dell’Ariaú (finora avevamo scherzato, Signori), una piramide per la meditazione, attività must per le torme di imbecilli che frequentano il luogo. Imboscato nella radura e dotato di aria condizionata (già meditare è un’avventura, non vorrete mica anche sudare?), il tempietto è ricoperto da una raffinatissima cascata d’edera finta, plastica pura a diciotto ottani che la ricopre come un velo. A due passi da questa Micerino made in Taiwan si trova il colpo di grazia al buon gusto, un piccolo piazzale sul cui terreno sono tracciati vari messaggi dal vago sapore mistico, in lingue diverse e con un otto appiattito, il simbolo matematico dell’infinito, disegnato al centro: si tratta dell’Ovniporto, il campo di atterraggio per eventuali dischi volanti di passaggio da queste parti (altra leggenda degli indios). Completa il quadro la Fonte della Giovinezza, poco dopo l’Ovniporto.
Oltre che volpone e fine decoratore, Ritta è anche un gran simpaticone. Per meglio intendere il suo senso dello humour, basta leggere uno dei ‘certificati’ che rilascia ai clienti più affezionati:

Certifichiamo che il/la Sig./Sig.ra XZY, durante la sua visita all’Hotel Ariaú Amazon Towers, ha ricevuto istruzioni e addestramento di sopravvivenza nella selva includendo: la camminata nella foresta, la navigazione lungo il Rio Negro e nel Paraná dell’Ariaú con i suoi affluenti e canali, così come nel Lago Ubim.
Lui/Lei ha fatto escursioni per riconoscere gli igapós (vegetazione sommersa), osservare gli animali notturni, pescare il piranha e visitare la ‘Casa di Tarzan’, la casa di legno più alta del mondo. Lui/Lei è anche salito/a sulla ‘Torre Cielo Blu’, considerata la torre più alta del mondo, con 40 metri di altezza.
L’Ariaú Amazon Towers ha l’onore di ricevere la sua illustre visita, riconoscendogli/le il titolo di ‘Difensore dell’Ecosistema’”

Dr. Francisco Ritta Bernardino
Presidente dell’Ariaú Amazon Towers
Specialista in Ecologia della Selva

Nessun commento:

Posta un commento